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CONTRO LA POVERTÀ: NON ALTRI BONUS MA UNA VERA RIFORMA

14/04/2015
Le caratteristiche che dovrebbe avere l'intervento di sostegno: essere universale; legato all'insufficienza del reddito familiare; il trasferimento monetario deve arrivare direttamente dallo Stato; deve prevedere anche misure di inclusione sociale. Non ci sono scorciatoie: Se si rinuncia a un intervento organico si perde l'ennesima occasione per dare una risposta credibile.

Sembra che finalmente l’attenzione dell’opinione pubblica, oltre che del Governo, si stia indirizzando alle persone che vivono in una condizione di forte disagio economico.
Si tratta di più di 6 milioni le persone, di cui più di un milione e quattrocento mila minori, che non hanno accesso a un paniere di beni e servizi considerati essenziali per una vita decorosa; che vivono cioè in povertà assoluta secondo la definizione dell’Istat.
E’ però opportuno che questo tema, che arriva agli onori della cronaca in relazione al possibile utilizzo del cosiddetto “tesoretto”, venga affrontato in modo sistematico e non con interventi improvvisati e temporanei.
Una misura strutturale, paragonabile a quelle presenti negli altri paesi europei, deve avere le seguenti caratteristiche essenziali.

1) Deve essere universale, deve cioè essere indirizzata a tutti coloro con risorse economiche insufficienti. In particolare non si può pensare di limitarla soltanto alle persone “attivabili” ( in grado di lavorare ma che per qualche motivata ragione non lavorano).
Infatti, come mostra Massimo Baldini sulla base dei dati Banca d’Italia, in più di un terzo dei nuclei familiari che si trovano in povertà non ci sono persone attivabili al lavoro. Si tratta cioè di nuclei poveri, nonostante gli adulti in essi presenti lavorino (perché quello che guadagnano è insufficiente a dare una via decorosa a tutti i membri della famiglia) o in cui non ci sono soggetti in grado di lavorare (perché anziani o gravemente disabili) o perché gli adulti che non lavorano sono impegnati in gravosi lavori di cura (es. madre single con figli a carico o familiari di persone non autosufficienti). Anche a questi nuclei occorre dare una risposta.

2) Il diritto al beneficio deve essere legato ad una insufficienza non del reddito personale ma del reddito del nucleo familiare. Il beneficio deve consistere in un trasferimento monetario che colmi la distanza fra il reddito familiare e un “reddito minimo” (articolato in funzione della numerosità della famiglia) preso come obiettivo. La condizione economica dei singoli dipende infatti crucialmente da quella del nucleo in cui sono inseriti. Se uno dei membri di una coppia lavora e guadagna molto e l’altro è disoccupato, questo secondo non avrà diritto al beneficio. Se c’è una donna sola che guadagna un reddito superiore al reddito minimo personale ma che ha due figli a carico e il cui reddito familiare è insufficiente, il benefico le sarà riconosciuto, e lo stesso nel caso di un pensionato, con il coniuge a carico, con un reddito familiare inferiore a quello minimo.

3) Il trasferimento monetario deve arrivare direttamente dallo Stato ai nuclei beneficiari. Deve trattarsi di un livello essenziale, uniforme ed omogeneo sul territorio nazionale: ogni nucleo familiare che sia sotto il livello reddituale individuato come reddito minimo deve avere accesso alla prestazione, indipendentemente da quale sia il Comune o la Regione in cui vive.

4) La misura non deve consistere unicamente in un trasferimento monetario: deve prevedere anche misure di attivazione e di inclusione sociale rivolte ai singoli componenti della famiglia, in modo da valorizzare i diritti e le responsabilità individuali e di mettere tutti, il più presto possibile, su un sentiero di autonomia. L’erogazione del beneficio deve essere accompagnata da un patto di inserimento fra gli individui del nucleo familiare beneficiario e i servizi sociali del Comune il cui rispetto è condizione per il mantenimento del beneficio. Nel caso degli adulti, si richiederà, ovviamente, la partecipazione ad attività che hanno a che fare con il mercato del lavoro, (esperienze formative e di riqualificazione professionale oltre che accettazione di offerte di lavoro adeguate) ma dovrà anche essere riconosciuto e valorizzato il lavoro di cura verso minori e/o familiari non autosufficienti, e per i nuclei con minori si richiederà, ad esempio, la frequenza scolastica. L’amministrazione locale dovrà agire in collegamento con i centri per l’impiego, per le rispettive competenze, e dovrà essere sostenuta anche dalla programmazione regionale per potere offrire servizi di accesso e di sostegno adeguati. A questo compito sono chiamati anche, in sinergia con il Comune, il terzo settore e il volontariato.

Si tratta di una impostazione molto ambiziosa, che si costruisce nel tempo, come è proprio delle grandi riforme, ma è fondamentale se si vuole attivare una politica che spinga i nuclei familiari in difficoltà su un sentiero il più possibile di autonomia e non ipotechi le opportunità future per i minori.

Non esistono scorciatoie credibili. Se si rinuncia a un approccio di questo tipo, per perseguire illusorie soluzioni basate sull’erogazione di questo o quel bonus a favore di questa o quella categoria di soggetti, si sarà persa l’ennesima occasione per dare una risposta credibile e duratura a una gravissima ingiustizia che attanaglia il nostro paese.

Per questa ragione anche il finanziamento per la misura che si vuole costruire non potrà essere temporaneo. Si potrà partire con un miliardo e mezzo - due miliardi, ma con l’impegno ad arrivare nel tempo alla cifra necessaria a regime di 7-8 miliardi.

E’ ora di capire che senza una misura universale di reddito minimo anche il nostro welfare è destinato a restare “povero”.

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