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L’Irpef, le elezioni e la teoria economica

09/12/2017

 

1. Il pezzo forte del programma economico di Forza Italia e della Lega è la flat tax. Berlusconi propone un’aliquota unica al 20%, Salvini al 15%. E’ facile profezia dire che, sbandierata prima delle elezioni, la flat tax scomparirà dopo. Vediamo un po’ di cifre (in miliardi di euro): nel 2016 l’imponibile Irpef è stato di 790,1; l’imposta lorda di 214,2, le detrazioni effettivamente godute di 59,1 (quelle complessive sono pari a 66,1 ma per 7 miliardi c’è incapienza), per cui l’imposta netta ha dato un gettito di 155,2.
Se facciamo il rapporto tra 155,2 e 790,1 otteniamo 19,64%. Dunque se nel 2016 si fosse applicata un’aliquota unica del 20% a tutti i redditi Irpef avremmo avuto un pari gettito, anzi leggermente maggiore (circa tre miliardi in più).  Qualche contribuente avrebbe pagato di meno ma la maggioranza avrebbe pagato di più. Infatti secondo i dati del Dipartimento delle Finanze nella classe di reddito imponibile  26.000-29.000 l’incidenza media è del 18%. Per le classi superiori l’incidenza sale perché lo scaglione 28.000-55.000 ha un’aliquota marginale del 38%. Ma i contribuenti con reddito imponibile superiore a 28.000 sono circa 7,5 milioni, cioè circa il 20% del totale. Tutti gli altri, circa 32 milioni, ci avrebbero rimesso, in particolare quella decina di milioni che, avendo redditi bassi, sono a imposta netta nulla.  
Pertanto al momento di realizzare una flat tax al 20%, si renderebbe necessario prevedere delle detrazioni quanto meno pari alla metà di quelle in vigore (cioè circa 800 a contribuente) con l’attuale Irpef, per limitare le perdite, ma questo costerebbe 33 miliardi, cioè due punti di Pil. Nella versione leghista, per via dell’aliquota al 15%, il numero degli avvantaggiati supera, non di molto, la metà, ma il costo sarebbe di quasi 37 miliardi, e comunque tutti quelli con reddito fino a 15-16 mila ci rimetterebbero. Per cui ci vorrebbero almeno 16 miliardi di detrazioni (400 a contribuente) ed il costo salirebbe oltre i 50 miliardi.
Dunque non se ne farà nulla. Del resto c’è un precedente: alle elezioni del 2001 Tremonti propose un’aliquota unica al 23% fino a redditi di 100.000 euro (cioè per il 99% dei contribuenti) e del 33% per redditi più alti. Cioè una (quasi) flat tax. Erano poi previste deduzioni per i redditi bassi e medi (quest’ultimi non ben identificati); detto per inciso, la destra preferisce le deduzioni, anche se con un’aliquota unica deduzioni dall’imponibile o detrazioni d’imposta sono del tutto equivalenti. Di fatto invece le aliquote rimasero quattro, e per quella più alta vi fu una divertente sceneggiata. Berlusconi voleva infatti che fosse inferiore al 40%, per cui fu fissata al 39%. Ma la perdita di gettito era troppo alta, per cui si disse che vi sarebbe stata un’aliquota “contributiva” del 4%. Senonché i contributi si deducono dall’imponibile Irpef, mentre in questo caso invece non erano deducibili. In pratica quindi l’aliquota massima era del 43%, e tale è rimasta fino ad ora.     

2. La flat tax non è ovviamente un’invenzione della destra italiana. E’ una proposta formulata una quarantina di anni fa da due economisti statunitensi, Robert Hall e Alvin Rabushka. La proposta ha un fondamento nell’analisi microeconomica standard; l’esempio tipico è quello di un lavoratore che deve decidere quante ore lavorare per un dato salario orario. Se viene introdotta un’imposta sul reddito guadagnato, il lavoratore sarà sottoposto a due spinte contrastanti. La spinta a lavorare di più viene definita effetto di reddito, quella a lavorare di meno effetto di sostituzione. L’idea è che nel caso di un prelievo di entità moderata l’effetto di reddito compensi o addirittura superi sull’effetto di sostituzione. In questo caso l’introduzione del prelievo non ha conseguenze negative sull’attività produttiva del lavoratore. Ma quando il prelievo aumenta l’effetto di sostituzione tende a prendere il sopravvento, e la riduzione dell’attività produttiva diviene più seria.
Gli effetti descritti avvengono “al margine”, riguardano l’ultima (o le ultime) ora di lavoro, il livello dove il lavoratore aveva deciso di fermarsi. Nell’ipotesi di un prelievo strettamente proporzionale tutte le ore sono soggette allo stesso prelievo. Ma nel caso delle imposte progressive le aliquote sono via via più elevate col crescere del reddito; pertanto i lavoratori che hanno redditi più alti subiscono al margine un prelievo più forte di quello dei lavoratori che hanno una remunerazione più bassa. Quindi sono i lavoratori qualificati che risentono in modo più negativo degli effetti del prelievo.
In realtà gli studi statistici effettuati sull’elasticità dell’offerta di lavoro rispetto al reddito forniscono un’indicazione diversa, per non dire opposta: l’elasticità è più alta proprio per i lavoratori con redditi minori, in particolare nel caso delle donne, mentre ai livelli via via più alti di reddito l’elasticità diminuisce sempre di più. Proprio basandosi su questi risultati sono state formulate, come ora vedremo, delle proposte di riforma dell’Irpef di diverso orientamento; il dibattito si è però svolto solo tra gli economisti (in particolare sul sito La Voce), senza determinare un’influenza sulle forze politiche.

3. Negli ultimi anni gli interventi sull’Irpef sono avvenuti con provvedimenti miranti a concedere premi ed incentivi un po’ a caso: ora aumento delle detrazioni per i figli, ora detassazione degli affitti o dei premi di produttività, fino agli 80 euro ai dipendenti; provvedimento, quest’ultimo, che pur essendo classificato ufficialmente come spesa, ha un preciso riferimento all’Irpef nello stabilire a chi spetti e in che misura.
Non era tuttavia mancata, giusto una decina di anni fa, una proposta basata su una ben nota teoria economica, nell’ottica della tassazione ottimale; secondo la logica dei prezzi di Ramsey, si può sostenere l’opportunità di ridurre il peso dell’imposta sul reddito da lavoro delle donne, in quanto l’offerta di lavoro femminile presenta una elasticità nettamente superiore a quella maschile. Una più recente proposta è quella di ridurre il peso dell’imposta in base all’età, sempre argomentando secondo i criteri della teoria della tassazione ottimale.  
Il fatto che gli economisti si basino su solide formulazioni teoriche può essere considerato un fatto positivo; tuttavia le proposte devono confrontarsi con i punti di vista di altri studiosi, in particolare dei giuristi. Già alla proposta della detassazione del reddito femminile era stata fatta l’obiezione di violazione di principi costituzionali, e la stessa cosa è avvenuta con quella della detassazione dei giovani. Sono obiezioni che bisogna prendere in seria considerazione, in quanto rischiano di far considerare pure esercitazioni accademiche proposte che contengono elementi di utilità.     
Si può però perseguire entrambi gli obiettivi anche in modo diverso, tale da non presentare il fianco alle obiezioni d’incostituzionalità. Ed anche in modo da evitare di introdurre incentivi all’assunzioni di giovani e allo stesso tempo incentivi al licenziamento di più anziani, come avviene con gli incentivi formulati nell’ultima legge di bilancio.
Si consideri ad esempio una fiscalizzazione dei contributi a carico dei lavoratori di sei punti percentuali, (su poco più di nove) fino ad una remunerazione di 17.000 euro (poco più di mille euro di aumento del reddito lordo). Il livello fiscalizzato rimane costante fino a circa 30.000 euro, quando incomincia lentamente a ridursi fino a terminare per remunerazioni più che doppie; si tratterebbe di una struttura simile all’Earned Income Tax Credit statunitense, con phase in, plateau e phase out.
Di fatto in questo modo si ottiene il risultato di aumentare il reddito disponibile dei giovani senza introdurre espliciti riferimenti all’età. Ma la proposta ha anche un aspetto che riguarda la tassazione di genere, dato che le remunerazioni femminili sono inferiori a quelle maschili. Alla fiscalizzazione dei contributi (a carico dei lavoratori) si può affiancare anche una ristrutturazione delle aliquote dell’Irpef, con una diminuzione delle aliquote effettive gravanti sui redditi medio-bassi, ed un aumento di quelle per redditi elevati; anche in questo modo si agisce nel senso di favorire i giovani e le donne.
Ciò detto, non c’è da attendersi effetti miracolosi sull’occupazione giovanile e femminile; la situazione attuale, in particolare in Italia, è quella di una carenza di domanda di lavoro e conseguente disoccupazione involontaria, situazione che non è prevista dai modelli di tassazione ottimale.
Fiscalizzazione dei contributi a carico dei lavoratori, revisione delle aliquote dell’Irpef, introduzione di un sostegno ai redditi familiari con una bassa aliquota marginale implicita  sono elementi di un sistema coerente che permette di ottenere gli obiettivi sul lavoro femminile e sui giovani. I lettori interessati possono leggere i dettagli su La riforma del Fisco: gli studi di Nens. Una versione recente si trova sulla Rivista delle Politiche Sociali n. 3-4, 2016.

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