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Sui dati economici troppo trionfalismo.

14/12/2017
Epifani: "Dati moatrano fallimento Jobs Act e stagnazione leva investimenti pubblici"

I dati ultimi sull’economia italiana forniti da Istat, Eurostat e Upb rispecchiano fatti già noti. I lievi miglioramenti in termini di crescita e di produzione industriale sono il frutto della ripresa globale, in particolare di quella dei paesi occidentali. Stando ai dati forniti oggi dall’Istat sulla produzione industriale italiana e quelli divulgati da Eurostat sul versante dell’area Euro e dell’Ue a 27 si nota come il miglioramento della performance del belpaese risulti ancora inferiore, su base annua, a quello della media europea, rispettivamente +3,1 per cento per l’Italia e +3,7 percento nella zona Euro e +4,2 per l’Europa a 27. Le rilevazioni dell’Upb rivelano d’altronde, così si legge nel comunicato, che “i principali indicatori congiunturali segnalano il proseguimento della fase positiva di ripresa a livello internazionale e per la stessa economia italiana”. L'Ufficio parlamentare di bilancio nel "Rapporto sulla politica di bilancio 2018" aggiorna anche le previsioni sulla crescita del Pil: +1,3/1,4% l'anno entrante rispetto al +1,3% atteso a settembre. Il Governo, sottolinea l’Upb, conferma la stima di una crescita reale del Pil pari all'1,5% sia nel 2017 sia nel 2018. L'aggiornamento della previsione dell’Ufficio parlamentare di bilancio che tiene conto delle più recenti tendenze congiunturali interne e internazionali e della composizione della manovra quale risulta dal Ddl di bilancio e dal Dl 148/2017. Per il biennio successivo si confermano, secondo l'Upb, sostanzialmente le stime di settembre (con un incremento del Pil dell'1,4 per cento e di circa l'1 per cento rispettivamente per il 2019 e il 2020). Completa l'analisi dello scenario macroeconomico la verifica, sulla base del modello econometrico usato dall’Upb, dell'impatto della manovra sulla crescita del Pil: nella stima Upb, l'insieme degli interventi fornirebbe, rispetto allo scenario tendenziale, un impulso dello 0,2% tanto nel 2018 quanto nel 2019; nel 2020 il contributo delle misure si tradurrebbe in una flessione del Pil di poco inferiore a un decimo di punto.

Se a questo quadro macroeconomico si aggiungono poi i dati emersi dal primo Rapporto annuale congiunto Istat, Inps, Inail, Anpal e ministero del lavoro da cui  emerge un mondo del lavoro iperprecarizzato, si ha l’impressione di un terreno perduto che sarà molto difficile da recuperare nel prossimo futuro. Quattro milioni di italiani nel 2016 hanno lavorato con rapporti di lavoro a breve. Ben un milione in più rispetto al 2012. Nove milioni in 5 anni. Nel rapporto si parla anche della figura del super precario, chiamato a giornata e pagato in media 3 mila euro l’anno.

“I dati più aggiornati sia europei che italiani – spiega il Presidente della Commissione Attività Produttive della Camera Guglielmo Epifani - confermano tre tendenze: la crescita si consolida, trainata soprattutto dalle esportazioni e una ripresa degli investimenti privati; resta malgrado questo sempre al di sotto della media dei paesi europei; il miglioramento dei dati sull'occupazione poggia sostanzialmente per l’80 per cento su contratti a termine, part time involontari e lavori precari”. Al di là di ogni ragionevole dubbio – aggiunge Epifani - questo dice due verità: il sostanziale fallimento del jobs act, la stagnazione della leva degli investimenti pubblici. Dunque per ora una ripresa che non sostiene un lavoro di qualità ne' un miglioramento dei servizi fondamentali del paese”, sottolinea Guglielmo Epifani.

Insomma, i toni trionfalistici usati in queste ore dagli esponenti del governo e della maggioranza sono abbastanza fuori luogo.

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