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Visco: Ma quale flessibilità! In Europa bisogna cambiare verso alla politica economica sbagliata seguita fin qui.

30/07/2014
Il nostro Paese non avrebbe dovuto chiedere nessuna flessibilità particolare, ma promuovere un dibattito esplicito sulla linea di politica economica seguita negli ultimi 4 anni, sui suoi risultati e sulle alternative possibili sia a livello teorico che pratico, dal momento che il fallimento della strategia seguita sia per quanto riguarda la politica fiscale che quella monetaria è sotto gli occhi di tutti.

Ci si è chiesto in Europa nelle settimane passate quale fosse la linea di politica economica che l'Italia intendeva proporre all'Unione. Alcuni autorevoli commentatori internazionali avevano sperato che Matteo Renzi volesse e fosse in grado di contestare esplicitamente la linea rigorista imposta dalla Germania e dai paesi nordici che ha portato alla stagnazione e alla deflazione, e sono rimasti alquanto interdetti nel verificare che l'Italia si limitava a chiedere una maggiore flessibilità nel rispetto dei parametri di bilancio.

Ad una tale richiesta era fin troppo facile rispondere che i trattati già prevedono, a  certe condizioni, ipotesi di flessibilità, e che comunque con un debito pari al 135 per cento del PIL le possibilità di deroghe da concedere a un paese come l'Italia sono piuttosto remote. 

È poi intervenuto il ministro Padoan che, quasi a correggere il suo presidente del Consiglio, ha riconosciuto che in effetti i margini di flessibilità già esistono nei trattati e che l'Italia intende rispettarli, anche se le priorità del semestre italiano rimangono la crescita e l'occupazione, solo che non ha chiarito con quali risorse e strumenti. Padoan inoltre si è affrettato ad escludere ogni velleità di cambiamento affermando che Italia e Germania condividono la stessa linea e lo stesso approccio alla gestione dell'economia europea.

A voler essere polemici, si potrebbe chiedere se condividiamo anche le posizioni economiche sempre più singolari e stravaganti espresse da Olli Rehn o dal suo successore, il finlandese Jyrki Katainen, o la durezza con cui il capogruppo del PPE, il tedesco Manfred Weber, ha replicato all'intervento al Parlamento Europeo del nostro primo ministro. 

La verità è che il nostro Paese non avrebbe dovuto chiedere nessuna flessibilità particolare, ma promuovere un dibattito esplicito sulla linea di politica economica seguita negli ultimi 4 anni, sui suoi risultati e sulle alternative possibili sia a livello teorico che pratico, dal momento che il fallimento della strategia seguita sia per quanto riguarda la politica fiscale che quella monetaria è sotto gli occhi di tutti. Così come a tutti sono evidenti gli esiti sociali e politici di tali strategie, che stanno riproponendo il rischio di una disintegrazione dell'Unione con esiti potenzialmente catastrofici per tutti.

Non sono questi tempi adatti per una prudente attesa di un cambiamento di indirizzo che dovrebbe prodursi gradualmente da solo, né per esercizi di perbenismo europeista: l'unico vero interesse dell'Europa è oggi quello di cambiare verso e di invertire la rotta al più presto possibile. Il conflitto è tra liberisti e keynesiani, tra conservatori e socialisti, tra chi ritiene che salassi successivi imposti a un paziente debilitato siano tonificanti e chi teme invece che possano portare al collasso, tra chi è convinto che i debiti e i disavanzi pubblici crescenti vadano ridotti con politiche di rigore, chi sa ed è in grado di dimostrare che essi sono l'effetto e non la causa della crisi economica. 

L'Italia non è un Paese particolarmente credibile se richiede deroghe e trattamenti agevolati. Ma può esserlo se essa pone sul tappeto, con tutto l'equilibrio e la consapevolezza possibili, un problema strategico più generale che oggi è particolarmente sentito sia a livello accademico che di opinioni pubbliche europee. 

Certo l'Italia ha i suoi problemi specifici che sono sia problemi di affidabilità e credibilità che i problemi strutturali di un Paese che continua non solo a crescere poco, ma anche sistematicamente meno di tutti gli altri partner. Non dobbiamo nasconderci dietro l'alibi delle errate politiche europee per non concentrarci sui problemi di casa nostra che sono tanti, gravi e irrisolti da troppo tempo, ma abbiamo anche il diritto e il dovere di dire che l'esperimento è stato fatto, è fallito, e il re (o la regina?) è nudo. 

 

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