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Conti pubblici: crescita, produttività, derivati, i dubbi e le perplessità che restano sui documenti del governo

04/10/2016
Cala la produttività (lo scrive il governo nella nota di aggiornamento del Def), cresce il Pil in modo un po' troppo ottimista e si continua a ignorare a quanto ammonta l'onere per i derivati sottoscritti negli anni passati. In allegato la nota di aggiornamento del def, i testi delle audizioni della Banca d'Italia, della Corte dei conti, dell'Ufficio parlamentare di Bilancio, del ministro Pier Carlo Padoan.

Crescita, produttività, derivati: tre questioni aperte nella nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (testo integrale in allegato). Dopo le audizioni di diverse autorità indipendenti sui conti presentati dal governo(in allegato i testi integrali di Bankitalia, Corte dei conti, Ufficio parlamentare di bilancio, e dopo l’intervento dello stesso ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan (in allegato il testo integrale), restano aperti o con risposte largamente insoddisfacenti i quesiti, i dubbi e le perplessità su almeno tre problemi emersi nell’impostazione del governo: la reale possibilità di arrivare a una crescita dell’uno per cento nel 2017, meta per raggiungere la quale l’Italia si appresta a rischiare il superamento dei limiti imposti dall’Unione europea e anche i limiti prudenziali sul tema del debito pubblico, ma che appare troppo ambiziosa dati i punti di partenza, pur essendo in sé largamente insoddisfacente; un visibile e accertato (vedere le tabelle del governo) calo della produttività, annoso problema del Paese a detta di tutti i principali centri di ricerca italiani e internazionali, nel 2016 e 2017, fatto che porta ad aprire una riflessione sulla reale efficacia del jobs act e degli altri interventi sul mercato del lavoro; la non visibilità, perché il dato non viene conteggiato tra le uscite che formano l’indebitamento netto della pubblica amministrazione, delle uscite necessarie a chiudere e coprire i diversi contratti derivati firmati negli anni passati, un fatto che diventa visibile insieme ad altri fattori nella crescita del debito.

La crescita: l’evoluzione reale del Prodotto interno lordo è la misura di riferimento per le previsioni di entrata e quindi anche di spesa pubblica. In estrema sintesi, il governo prevede una crescita tendenziale pari allo 0,6 per cento per l’anno venturo. Ma afferma che grazie a diversi interventi programmati si arriverà all’uno per cento. Come? Il venir meno delle clausole di salvaguardia (gli aumenti dell’Iva) possono evitare un avvitamento; il taglio dell’Ires previsto per il prossimo anno, quando pure portasse qualcosa alla crescita (esito che gli esperti tendono ad escludere o quantomeno a minimizzare) certamente non potrà dare tanto. Né così forte si può prevedere che sia l’effetto sui consumi della partita sulle pensioni. Qualcosa arriverà certamente dagli interventi su Industria 4.0, ma non della dimensione necessaria a colmare la differenza. Per ora, dunque, non ci siamo. Non a caso l’Ufficio parlamentare di bilancio non ha ancora bollinato i conti (per farlo aspetta di verificare la reale portata delle misure che saranno inserite nella legge di bilancio). E nell’audizione ha sollevato molti dubbi. Insomma, tutto porta a dire che nel 2017 l’Italia potrebbe trovarsi con una crescita inferiore al previsto e quindi con un rapporto deficit/Pil e soprattutto (di fronte ai mercati, non solo all’Ue) debito/Pil più alti di quanto previsto.

La produttività. Basta leggere le pagine 20-21 e 28 della nota di aggiornamento del Def, con le relative tabelle, per verificare che il governo prevede che la produttività italiana invece di migliorare peggiori nel 2016 e nel 2017: meno 0,1 il primo anno, meno 0,2 nel secondo. Sono dati che fanno riflettere: dopo tutto il battage sull’efficacia del jobs act, si scopre che la produttività, uno dei veri problemi italiani, peggiora. Segno che l’occupazione in più, generata per larga parte dallo sforzo finanziario compiuto per defiscalizzare i contributi più che dalle nuove norme sul mercato del lavoro, non ha portato a una maggiore produzione. I pur positivi risultati raggiunti nell’occupazione rischiano dunque di essere scritti sull’acqua e che all’Italia resti da giocare solo la carta messa nero su bianco dal ministero dello Sviluppo in una brochure consegnata a diverse grandi aziende straniere: qui da noi il costo del lavoro è più basso che altrove.

I derivati. Non vi sono dati nei conti presentati dal governo sull’onere che l’Italia sta sostenendo per i contratti derivati sottoscritti negli anni passati. Sopra la riga, come si dice in gergo, figurano i risparmi sulla spesa per gli interessi che ogni anno versiamo sul debito pubblico (risparmi consistenti, considerato l’abbassamento dei tassi di interesse indotto anche dalla forte politica di intervento della Banca centrale europea). Ma non figurano alcune voci di uscita sotto la linea, come appunto quella relativa ai derivati. Considerato che il futuro si potrebbe giocare sugli zero virgola, non è un dato di poco conto. Soprattutto perché, pur non essendo visibile nei conti sul deficit, sicuramente questo onere si vede e si vedrà sul debito pubblico, un dato che è un punto di riferimento non solo per l’Unione europea, ma soprattutto per l’atteggiamento e la fiducia degli operatori sui mercati finanziari.

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