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Banche popolari, tutto quello che si deve sapere sui pro e sui contro del provvedimento del governo

20/02/2015
La riforma era attesa, ma acceso è il dibattito sui contenuti del provvedimento. Le schede di lettura della Camera. La relazione di Marco Causi. Le audizioni di Bankitalia, Abi, Antitrust, Ania; la relazione di diverso parere dell'economista Leonardo Becchetti.

La si aspettava da vent’anni la riforma delle banche popolari. Ma che cosa prevede? E, soprattutto, sono giuste le scelte fatte dal governo? La modifica contenuta nell’articolo 1 del decreto considdetto investment compact non riguarda le banche cooperative né le banche popolari di piccole dimensioni, ma gli istituti con un patrimonio di oltre 8 miliardi di euro.

Il sistema delle banche popolari conta infatti 70 istituti. La riforma di fatto riguarda solo le prime dieci, e cioè, dalla più grande alla più piccola: Banco Popolare, Ubi Banca, Banca Popolare dell’Emilia Romagna (Bper), Banca Popolare di Milano (Bpm), Banca Popolare di Vicenza, Vento Banca, Banca popolare di Sondrio, Credito Valtellinese (Creval), Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Banca Popolare di Bari.

Le banche popolari appartengono a una particolare categoria regolata dagli articoli 29, 30, 31 e 32 del Testo Unico Bancario (TUB). Nel Testo si dice, tra l’altro, che le banche popolari «sono costituite in forma di società cooperativa per azioni a responsabilità limitata», che nessun socio può detenere più dell’1 per cento del capitale e che «ogni socio ha un voto, qualunque sia il numero delle azioni possedute». Si tratta del cosiddetto “voto capitario”: quello per cui all’interno dell’assemblea degli azionisti ogni socio può esprimere un singolo voto – uno vale uno – indipendentemente dal numero delle azioni che detiene o rappresenta. Questo fatto secondo la maggior parte degli economisti e degli esperti bloccava lo sviluppo e distorceva la vita degli istituti di dimensioni ormai molto grandi, impedendo che imprese di ragguardevoli dimensioni fossero contendibili sul mercato.

Il decreto stabilisce che entro 18 mesi, entro quindi il luglio 2016, le banche popolari che rientrano nel parametro del patrimonio superiore agli 8 miliardi dovranno abbandonare il principio del voto capitario. Questo comporterà la loro trasformazione in società per azioni. Concretamente significa che un soggetto o una banca, italiana o estera, potrebbero arrivare ad avere la maggioranza assoluta nella loro assemblea. E che le popolari, alcune delle quali sono in crisi e sono alla ricerca di nuovi capitali, potranno rientrare in processi di fusione o aggregazione esattamente come gli altri istituti di credito.

Sul decreto e su questa iniziativa si è sviluppato un vivace dibattito. Il campo delle idee ha deciso dunque di presentare ai lettori materiali di diversa provenienza, in modo da fornire le informazioni necessarie, tecniche e politiche, pro e contro.

Tra i materiali:

-        Le schede di lettura preparate dalla Camera

-        Il testo del relatore al provvedimento, Marco Causi (Pd)

-        L’audizione della Banca d’Italia

-        L’audizione dell’Associazione bancaria italiana

-        L’audizione dell’Antitrust

-        L’audizione dell’Ania

-        La relazione di diverso parere dell’economista Leonardo Becchetti, professore all’Università di  Tor Vergata, a Roma.

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