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Banda ultralarga: ad un anno dal lancio della strategia del governo, punto per punto stati di avanzamento, novità e problemi. Un bilancio.

25/02/2016
Ruolo, progetti e promesse dei diversi operatori. Al di là di come si risolverà questo complessa rete di accordi e relazioni in corso, il fermento dimostrato dal mercato nell’ultimo anno ed in particolare le dichiarazioni rilasciate da parte di Telecom Italia in merito ai propri piani strategici per il 2018 dimostrano, come nel primo anno di esecuzione della Strategia, sia stato già possibile perseguire un primo rilevante obiettivo, ossia la promozione degli investimenti privati per la realizzazione delle infrastrutture a banda ultralarga in tutto il territorio nazionale. Occorrerà poi verificare quanto dei piani dichiarati sarà effettivamente realizzato e se quindi non sarà necessario per il Governo intervenire tra tre anni per sopperire nuovamente agli investimenti privati e garantire al Paese un’infrastruttura moderna e funzionale. In tale contesto Agcom avrà il delicato compito di definire il contesto regolamentare all’interno del quale si muove, e si muoverà, lo sviluppo della banda ultralarga, definendo le tariffe di accesso alle infrastrutture finanziate nelle aree a fallimento di mercato e monitorando l’effettivo sviluppo delle reti pubbliche. È evidente che l’individuazione di tariffe d’accesso in grado di incentivare l’utilizzo delle infrastrutture finanziate sarà probabilmente un elemento determinante per il successo di tutta l’iniziativa pubblica e lo sviluppo di offerte in concorrenza anche in queste aree del Paese.

Ad un anno dall’approvazione della Strategia Italiana per la Banda Ultra Larga, il progetto per dotare l’Italia di una rete di trasmissione dati di nuova generazione è entrato nel vivo della sua realizzazione.

In questi primi mesi del 2016 è atteso l’avvio delle fasi operative di implementazione degli interventi per l’assegnazione di risorse pubbliche destinate a diffondere le reti a banda ultra larga nelle aree del territorio nazionale a “fallimento del mercato” (cd. aree bianche).

A dispetto dell’obiettivo sfidante di recuperare rapidamente il ritardo italiano rispetto agli altri paesi europei, lo scenario in cui si inserisce il piano del Governo appare ancora ricco di nodi da chiarire, soprattutto con riferimento alla governance, alle modalità operative per l’esecuzione dei bandi ed alle relative tempistiche.

 Il primo atto concreto per l’attuazione della Strategia per la Banda Ultra Larga è stata la tempestiva approvazione, in data 6 agosto 2015, della delibera n. 65/2015 da parte del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE), che assegna una quota pari a 2,2 miliardi di euro di fondi pubblici (a valere sulle risorse del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC) 2014-2020 e da elargire su un orizzonte temporale multi periodale) per lo sviluppo delle infrastrutture a banda ultralarga nelle aree bianche del territorio. Al contempo, esso definisce gli strumenti e le modalità per l’esecuzione degli investimenti in ciascuno dei cluster individuati dalla Strategia.

L’approvazione della delibera CIPE costituisce un passo estremamente significativo verso lo sblocco dei fondi per gli interventi di immediata attivazione e verso l’accelerazione dei bandi di gara nelle aree bianche. La disponibilità di 300 milioni di euro da impegnare nell’anno 2016 ha infatti dato impulso agli sforzi del Governo per attivare gli interventi nelle aree bianche (cluster C e D). È stata, invece, rinviata l’individuazione delle modalità di intervento pubblico nelle aree ove sono già previsti investimenti privati (cluster A e B) per realizzare il cd. “salto di qualità” verso capacità trasmissive superiori a 100Mbps.

Una volta resi disponibili i fondi per le aree bianche, il Governo si è da subito impegnato per l’approvazione del piano di aiuti da parte della Commissione Europea, con cui da diverso tempo sono state avviate delle interlocuzioni e da cui dipenderà il via libera per la realizzazione dell’intera procedura ed i relativi tempi di dispiegamento.

Elemento di accelerazione della procedura di notifica è stata indubbiamente l’indicazione pervenuta dal COBUL[1] circa l’applicazione del modello di finanziamento diretto per le infrastrutture da realizzare nelle aree bianche. La strategia aveva, infatti, previsto in tali aree la possibilità di applicare tre modalità di finanziamento: 1) l’intervento diretto da parte dello Stato, 2) il co-investimento con uno o più soggetti privati per la realizzazione delle reti in fibra, secondo la forma di Partnership pubblico-privato (PPP), 3) il contributo a fondo perduto a vantaggio di un operatore del mercato a copertura parziale dei capitali di investimento (modello a incentivo).

Il COBUL si è recentemente espresso[2] dando indicazione di un intervento diretto da parte dello Stato per la realizzazione della rete ultrabroadband nelle aree bianche, auspicando in questo modo di ridurre le tempistiche necessarie per la realizzazione delle opere infrastrutturali. Nello specifico, l’intervento diretto potrebbe concretizzarsi nell’affidamento a soggetti privati, da individuare mediante gara, dei lavori per la realizzazione della parte passiva della infrastruttura di accesso (infrastrutture di posa, posa di cavi in fibra, ecc.); come effetto, le infrastrutture dovrebbero restare di proprietà pubblica, gestite da soggetti privati (sempre individuati mediante gara) tramite un regime concessorio. La fornitura dei servizi di accesso all'ingrosso sarà da questi ultimi erogata in modo neutrale e non discriminatorio a vantaggio di tutti gli operatori di telecomunicazione.

In altri termini, da più parti è stata prospettata la possibilità di individuare un operatore di rete c.d. wholesaler puro (ossia un soggetto non presente sul mercato per i servizi al dettaglio) il quale ceda in maniera non discriminatoria i servizi di accesso all'ingrosso alle società che forniscono servizi e prodotti ai clienti finali. La previsione di un modello di questo tipo, su cui l’Autorità Antitrust ha già espresso parere favorevole, avrebbe il vantaggio di impiegare le risorse pubbliche per costruire una infrastruttura messa a disposizione degli operatori di mercato in modo neutrale, evitando forme di sussidio incrociato con i servizi offerti in concorrenza nei mercati a valle, possibili in caso di operatori verticalmente integrati. La struttura di concessionario pubblico, che opera solo a livello wholesale, potrebbe assicurare un maggiore grado di trasparenza sull’impiego dei fondi pubblici ed il conseguente sviluppo dei piani di infrastrutturazione presentati nell'ambito delle procedure di gara.

 In tale contesto, ha assunto un ruolo di crescente interesse la decisione della società energetica Enel entrare nel settore delle comunicazioni elettroniche mettendo a disposizione del sistema le sinergie con le reti elettriche di distribuzione dell’energia. In particolare, con la recente costituzione della newco Enel Open Fiber, in cui peraltro non si esclude la possibilità di far partecipare al capitale sociale altri soggetti, il Gruppo Enel ha confermato la volontà di estendere la propria strategia al mondo delle telecomunicazioni, investendo nella posa di fibra spenta da mettere a disposizione degli operatori di telecomunicazione, che potrebbero così offrire i loro servizi ai clienti finali.

La Società ha in più occasioni evidenziato l’opportunità di ridurre i costi di realizzazione delle infrastrutture a banda ultra larga attraverso la posa della fibra contestuale alla sostituzione dei contatori di nuova generazione (che avverrà a partire dalla fine del 2016). Non è, dunque, difficile immaginare una candidatura da parte di Enel Open Fiber a ricoprire il ruolo di wholesaler puro partecipando alle gare per i finanziamenti diretti.

Altro elemento di rilievo nello scenario delle imprese è la posizione di Telecom Italia rispetto ai piani di finanziamento pubblico.

In risposta alle decisioni del COBUL l’amministratore delegato di Telecom Italia si è espresso favorevolmente ad un intervento dello Stato nelle aree appartenenti ai cluster C e D previste dalla strategia, considerate a fallimento del mercato, mostrandosi favorevole a stipulare dei contratti di lungo termine come “cliente” dell’infrastruttura pubblica.

Contestualmente, però, la società ha avviato una decisa estensione dei propri piani di investimento nelle reti in fibra ottica. Prima, in occasione della consultazione pubblica indetta da Infratel, ha manifestato l'intenzione di estendere il piano di copertura in fibra ad ulteriori 1.146 comuni appartenenti ai cluster C e D, con un orizzonte temporale a fine 2018. Recentemente in occasione della presentazione del piano strategico 2016-2018 la società ha annunciato di voler investire ca. 3,6 miliardi di euro per portare la fibra ottica all’84% della popolazione italiana entro il 2018.

D'altra parte, se i piani di copertura dichiarati da Telecom Italia dovessero rivelarsi veritieri, ciò significherebbe che, rispetto alla classificazione in cluster del territorio nazionale prevista dalla Strategia, si verrebbe a colmare in misura rilevante il gap infrastrutturale attualmente esistente. Di contro l’entità dell’investimento dichiarato è tale da consentire la realizzazione di infrastrutture in fibra fino agli armadi di distribuzione (architettura FTTC) in grado di offrire velocità di connessione di 30/50 Mbps. Il piano di investimento di Metroweb, infatti, che ipotizza la realizzazione di reti in fibra fino alle unità immobiliari (architettura FTTH), prevede un investimento di 4,5 miliardi per coprire le sole 30 principali città italiane[3] (pari al 18% della popolazione)

Per comprendere la rilevanza, dal punto di vista operativo, delle affermazioni rilasciate da Telecom, basti pensare che originariamente la Strategia aveva previsto la seguente suddivisione in cluster del territorio nazionale:

  • Cluster A: Include le principali 15 città (15% della popolazione);
  • Cluster B: Include 1.120 comuni (45% della popolazione);
  • Cluster C: Include circa 2.650 comuni (25% della popolazione);
  • Cluster D: Include circa 4.300 comuni (15% della popolazione).

 Qualora Telecom Italia estendesse i piani di copertura privati all’84% della popolazione, residuerebbe circa il 15% della popolazione nelle aree a fallimento di mercato, coincidenti con il solo cluster D.

In tal caso, l’infrastruttura pubblica concentrandosi nel 15% della popolazione consentirebbe un utilizzo più efficace ed efficiente delle risorse pubbliche, ma i comuni del cluster C, che nei piani pubblici sarebbero stati dotati di una rete FTTH, potrebbero vedere la realizzazione da parte dei privati della sola infrastruttura FTTC, raggiungendo solo parzialmente dunque gli obiettivi pubblici.

In tale contesto si inseriscono le recenti indiscrezioni circa una possibile collaborazione tra Telecom Italia e Metroweb per la realizzazione delle reti FTTH. La sinergia tra i due piani di investimento potrebbe apparire favorevole allo sviluppo di (almeno una) infrastruttura in fibra; essa apre però numerosi dubbi sul fronte competitivo (trattandosi di aree competitive) sulle quali si dovranno esprimere, con non pochi problemi, le Autorità competenti.

Quanto agli altri operatori, gli esiti della consultazione pubblica di Infratel hanno posto in evidenza una contrazione degli investimenti nelle aree appartenenti ai cluster A e B individuati con la Strategia. Vodafone e Wind hanno in diverse occasioni mostrato interesse sia ad una partecipazione alla newco costituita da Enel per realizzare una infrastruttura in fibra ottica sia ad accordi con Metroweb, sebbene allo stato non sembrano sussistere conferme ufficiali.

Al di là di come si risolverà questo complessa rete di accordi e relazioni in corso, il fermento dimostrato dal mercato nell’ultimo anno ed in particolare le dichiarazioni rilasciate da parte di Telecom Italia in merito ai propri piani strategici per il 2018 dimostrano, come nel primo anno di esecuzione della Strategia, sia stato già possibile perseguire un primo rilevante obiettivo, ossia la promozione degli investimenti privati per la realizzazione delle infrastrutture a banda ultralarga in tutto il territorio nazionale. Occorrerà poi verificare quanto dei piani dichiarati sarà effettivamente realizzato e se quindi non sarà necessario per il Governo intervenire tra tre anni per sopperire nuovamente agli investimenti privati e garantire al Paese un’infrastruttura moderna e funzionale.

In tale contesto Agcom avrà il delicato compito di definire il contesto regolamentare all’interno del quale si muove, e si muoverà, lo sviluppo della banda ultralarga, definendo le tariffe di accesso alle infrastrutture finanziate nelle aree a fallimento di mercato e monitorando l’effettivo sviluppo delle reti pubbliche. È evidente che l’individuazione di tariffe d’accesso in grado di incentivare l’utilizzo delle infrastrutture finanziate sarà probabilmente un elemento determinante per il successo di tutta l’iniziativa pubblica e lo sviluppo di offerte in concorrenza anche in queste aree del Paese.

Una volta realizzate le infrastrutture finanziate l’Agcom avrà anche il ruolo di verificare la velocità effettiva di connessione nelle aree interessate dal progetto e l’andamento degli abbonamenti a banda ultralarga ad almeno 100 Mbps, rendendo così possibile la valutazione della necessità di eventuali interventi a sostegno della domanda.

 

[1] La Strategia Italiana per la Banda Ultralarga ha previsto la costituzione di un organo di governo del Piano, il Comitato per la diffusione della Banda Ultralarga (COBUL), i cui lavori vengono coordinati dalla Presidenza del Consiglio mediante il coinvolgimento del MISE, di AGID, di Infratel e dell’Agenzia per la Coesione e con la partecipazione di Agcom.

[2] L’ipotesi avanzata dal COBUL è in corso di notifica alla Commissione europea e Palazzo Chigi resta in attesa di un riscontro entro il primo trimestre del 2016 così da procedere all’approvazione dei relativi bandi entro la prima metà dell’anno.

[3] Con l’esclusione della città di Milano in cui la rete FTTH è già presente, coprendo ca. il 2% della popolazione naizonale).

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