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Bene i programmi su Industria 4.0, ma perché abbiano davvero efficacia in Italia devono essere coniugati con la nostra cultura

04/10/2016
Le produzioni industriali, nelle odierne dinamiche concorrenziali, per riuscire ad affermarsi sui mercati devono fare leva tanto sulla loro qualità intrinseca, vale a dire sulle oggettive caratteristiche tecniche dei beni oggetto dell’offerta, quanto sulla loro qualità estrinseca, vale a dire sulla percezione che di questi beni ha la platea della domanda. Affinché le imprese italiane possano affrontare con successo la concorrenza globalizzata, in altri termini, non è sufficiente che esse realizzino prodotti e servizi intrinsecamente di alta qualità, ma è necessario che siano anche percepiti come tali dai mercati. In questo quadro, il contributo alla qualità dei prodotti italiani che viene dalla riconoscibilità della nostra cultura e storia resta indispensabile anche sulla nuova frontiera di industria 4.0.

La Decima Commissione Permanente della Camera dei Deputati - Attività Produttive, Commercio e Turismo - nella seduta del 30 giugno 2016 ha approvato, a conclusione dell’attività deliberata in data 2 febbraio 2016, un documento denominato “Indagine conoscitiva su Industria 4.0: quale modello applicare al tessuto imprenditoriale italiano. Strumenti per favorire la digitalizzazione delle filiere industriali nazionali”.

Si tratta di un elaborato estremamente interessante, nell’ambito del quale l’organismo parlamentare ha approfondito diversi aspetti riguardanti la sfida di Industria 4.0.

Per fornire una adeguata definizione dell’argomento in oggetto, riportiamo pedissequamente quanto si legge nel documento:

Con il concetto di “Industria 4.0” si intende oggi un paradigma industriale emergente, che determinerà una rivoluzione industriale paragonabile a quelle che si sono succedute negli ultimi tre secoli. Nel caso della “quarta rivoluzione industriale” non si ha una singola e rivoluzionaria tecnologia abilitante (es. il vapore o l’elettrificazione) ma, piuttosto, un insieme di tecnologie abilitanti che vengono ad aggregarsi grazie ad internet in modo sistemico in nuovi paradigmi produttivi. Questi paradigmi sottenderanno innovazioni di natura assai diversa, anche a seconda del settore: di processo, organizzative, di prodotto, e di modello di business. Pertanto stiamo parlando di una rivoluzione in divenire.

Industria 4.0 è il termine che più frequentemente di altri (smart manufactoring, industria del futuro, industria digitale, manifattura avanzata, industria intelligente, etc…) viene utilizzato per indicare una serie di rapide trasformazioni tecnologiche nella progettazione, produzione e distribuzione di sistemi e prodotti. In particolare, descrive l’organizzazione di processi produttivi basati sulla tecnologia e su dispositivi che comunicano tra di loro”.

E’ stato anche scritto, più sinteticamente, che “con il termine “Industria 4.0” si indica il sistema industriale trasformato dal digitale. Un ecosistema di fabbriche, macchine e oggetti intelligenti, capaci di dialogare tra loro, ma anche con l’ambiente e con il consumatore” (AA.VV., La fabbrica digitale, Il Sole 24 Ore, Nova, 7/2016).

La proposta articolata dalla Commissione, per una strategia che consenta alle imprese italiane di cogliere in pieno le opportunità offerte da questa nuova dimensione industriale, si basa su cinque “pilastri” portanti: i) “una governance per il sistema Paese”; ii) “la realizzazione delle infrastrutture abilitanti”; iii) “una formazione mirata alle competenze digitali”; iv) il “rafforzamento della ricerca”, sia in ambito universitario sia in ambito internazionale; v) “l’open innovation”.

Questi elementi cardine ci sembrano individuati in modo del tutto corretto ed ognuno di essi, nella sua importanza, risulta meritevole di specifici approfondimenti.

In questo scritto, tuttavia, vogliamo concentrare la nostra attenzione su un ulteriore profilo, non inserito tra i “pilastri” della proposta, ma delineato dal Presidente On.le Guglielmo Epifani e dal Relatore On.le Lorenzo Basso in data 6 luglio 2016, in occasione della conferenza di presentazione del documento presso la Camera dei Deputati.

Si è ben detto in quella occasione, infatti, che “la via italiana all’Industria 4.0” deve necessariamente puntare anche sulla Cultura (Nicoletta Picchio, Industria 4.0 chiave della crescita, Il Sole 24 Ore, 7 luglio 2016).

Questo concetto, a nostro avviso, risulta pienamente condivisibile e riveste un’importanza assolutamente centrale.

L’Industria 4.0 rappresenta un fenomeno di portata planetaria e tutte le economie del mondo si stanno organizzando per trarne il massimo dei benefici, nonché per competere vittoriosamente con i sistemi concorrenti; i cinque pilastri indicati dalla Commissione costituiscono di certo gli elementi sui quali dovrà per forza di cose poggiare la nostra industria del futuro (anche se sarebbe meglio dire, ormai, del presente), se vuole restare nel campo di questa competizione.

Essi, tuttavia, sono sostanzialmente comuni a tutte le economie del mondo occidentale e se da un lato, ribadiamo, si pongono come presupposti indispensabili per le nostre imprese, dall’altro lato non valgono a caratterizzare in modo qualificante ed originale il sistema produttivo italiano rispetto a quello degli altri Paesi.

Le nostre aziende, come attestato da più fonti, nel competere sui vari mercati trovano in genere – con qualche ovvia distinzione da settore a settore – un vantaggioso elemento distintivo nella propria Italianità, che apporta alle loro produzioni un valore aggiunto ed un vantaggio concorrenziale.

Ora, un problema che si pone da tempo è quello di comprendere in cosa consista e dove risieda il nucleo più profondo di questo Made in Italy, concetto che personalmente preferiamo indicare con il termine di Italian Soul (Alberto Improda, Italian Soul, Mincione Edizioni, 2015).

Le tesi sull’argomento sono diverse; la nostra opinione è che il vero cuore del Made in Italy, la cifra di fondo dell’Italian Soul, sia la Cultura del nostro Paese, nella sua accezione più ampia e comprensiva.

Al riguardo, siamo soliti citare le parole di un intelligente studioso: “Perché nonostante tutto il nostro brand va fortissimo? E di cosa è fatto questo brand? Vi sembrerà strano ma la parola che lo riassume è una sola: Cultura” (Armando Massarenti, in Manifesto della Cultura, 2012).

E’ la Cultura italiana, dunque, che riversa sulle produzioni delle nostre imprese un’aura di unicità e originalità, tale da incidere positivamente – in modo più o meno significativo – sulla loro competitività.

Riteniamo del tutto condivisibile l’opinione autorevolmente espressa dallo stesso Presidente della Commissione, On.le Guglielmo Epifani, in base alla quale “l’Industria 4.0 rappresenta il fulcro del rilancio competitivo italiano” e l’Italia “vedrà crescere i propri spazi di mercato solo con rilevanti investimenti nella creazione della conoscenza, con il coinvolgimento del capitale umano in istruzione, formazione e ricerca, in un contesto di nuova efficienza amministrativa e gestionale a servizio del bene collettivo e di una equilibrata crescita dell’intero sistema socio-economico” (Guglielmo Epifani, Industria 4.0 sarà un’occasione per l’Italia, NENS, Il campo delle idee, 2016).

Ma la via italiana all’Industria 4.0 sarà in grado di distinguersi ed affermarsi nel panorama internazionale soltanto se sapremo giungere ad una virtuosa combinazione degli imprescindibili requisiti tecnici con gli irripetibili contenuti culturali che contraddistinguono il nostro Paese.

La Cultura, insomma, deve rappresentare quel quid pluris, quell’elemento qualificante che renda in ogni sede la nostra proposta imprenditoriale originale ed immediatamente riconoscibile.

Accanto all’Industria 4.0, conseguentemente, bisognerà che si sviluppi una Cultura 4.0, in linea con le esigenze e con le particolarità della società contemporanea.

Questo concetto, come pare ovvio, non può restare una mera affermazione di principio: esso deve tradursi in iniziative ed applicazioni concrete, in grado di incidere in modo effettivo sull’attività e sulla produzione delle nostre imprese.

Delineare le caratteristiche di una Cultura 4.0 rappresenta naturalmente uno sforzo di enorme rilievo, la cui portata di certo travalica la natura e le finalità del presente scritto.

Qui, tuttavia, possiamo senz’altro avviare un ragionamento sul tema, indicando alcune linee programmatiche ed accennando a qualche esempio pilota.

Alcuni concetti, intorno ai quali possiamo iniziare a fare qualche riflessione, sono: la Qualità Estrinseca, il Fattore Territorio, la Cultura Umanistica e le Digital Humanities.

Una primo ragionamento può prendere le mosse dai rapporti intercorrenti tra la Cultura e la Comunicazione, con particolare riferimento al Marketing.

Le produzioni industriali, nelle odierne dinamiche concorrenziali, per riuscire ad affermarsi sui mercati devono fare leva tanto sulla loro Qualità Intrinseca, vale a dire sulle oggettive caratteristiche tecniche dei beni oggetto dell’offerta, quanto sulla loro Qualità Estrinseca, vale a dire sulla percezione che di questi beni ha la platea della domanda.

Affinché le imprese italiane possano affrontare con successo la concorrenza globalizzata, in altri termini, non è sufficiente che esse realizzino prodotti e servizi intrinsecamente di alta qualità, ma è necessario che detti prodotti e servizi siano anche dai mercati percepiti come tali.

Le tematiche più strettamente industriali, dunque, oggi vivono in una connessione eccezionalmente diretta con le dinamiche del marketing, dalla natura maggiormente organica e funzionale rispetto a quanto avveniva in passato.

I più avanzati orientamenti in tema di marketing, come noto, concentrano la propria attenzione – con accenti diversi, a seconda delle opinioni - sulla sfera dell’esperienza ovvero sul mondo dei valori della parte ricettizia; le politiche di marketing più moderne, in un modo o nell’altro, mirano quindi all’instaurarsi di un vero rapporto personale con il consumatore, di carattere particolarmente intimo e profondo.

Al fine di raggiungere questo obiettivo, la tecnica di comunicazione attualmente più diffusa e accreditata è quella dello storytelling: i beni parlano, hanno una personalità, raccontano storie, esprimono concetti, rappresentano ideali.

Le aziende produttrici, pertanto, diventano portatrici di una identità e di una cultura, che deve entrare in sintonia con l’identità e con la cultura dei suoi interlocutori.

La Qualità Estrinseca delle produzioni industriali, insomma, ha molto a che fare con il contesto culturale al quale esse ineriscono, del quale sono co-artefici e con cui devono sintonizzarsi.

La Cultura, dunque, si pone al tempo stesso come causa e come effetto delle produzioni caratteristiche dell’economia contemporanea.

Una diretta conseguenza di questi concetti è che argomenti come quelli riguardanti – ad esempio - il Marchio o il Diritto d’Autore non possono essere considerati estranei al tema in esame, ma – al contrario – rientrano a pieno titolo tra gli elementi ai quali fare riferimento per costruire la via italiana a Industria 4.0.

Così, restando sul punto, risulta pienamente condivisibile la posizione assunta dal nostro Governo, malgrado le reprimende giunteci dall’OCSE, in merito all’inclusione del Brand e del Know-How nell’ambito del regime agevolativo del Patent Box, quali beni intangibili imprescindibili nel patrimonio immateriale delle aziende moderne e strumenti particolarmente in linea con i dettami dell’Economia della Conoscenza (Alberto Improda, Il patent box tra OCSE e Italia, NENS, Il campo delle idee, 2016).

Una seconda considerazione può essere dedicata ai legami tra la Cultura e il Territorio.

In questa epoca di economia globalizzata, si assiste – quasi paradossalmente – ad una riscoperta della dimensione locale dell’azienda.

Un forte radicamento nel proprio Territorio, secondo molte autorevoli opinioni, rappresenta per l’impresa una condizione di estrema importanza, al fine di avere maggiori chance di affermazione sui mercati internazionali.

Quando si parla di Territorio ci si riferisce lato sensu alla sua Cultura: le sue tradizioni, la sua storia, il suo folklore, le sue competenze.

Le imprese del Terzo Millennio, dunque, quasi scontando una pena del contrappasso, sono chiamate – per avere un qualche vantaggio competitivo sui mercati globali – a stare ben dentro ai contenuti culturali che contraddistinguono la propria comunità di origine.

La glocalizzazione, per usare un termine caro a Zygmunt Bauman, condanna le aziende moderne ad uno sforzo dalla natura duplice e dal carattere sotto certi aspetti contraddittorio: inevitabilmente tenute a rispondere ai meccanismi economici propri della Globalizzazione, esse non possono esonerarsi dal farsi espressione della Cultura del proprio Territorio.

La via italiana all’Industria 4.0, quindi, passa inevitabilmente anche per una riscoperta ed una valorizzazione dei giacimenti culturali propri delle realtà locali, tali da tradursi per le imprese più attente in elementi distintivi ed in vantaggi competitivi a livello internazionale.

Salta qui agli occhi l’importanza delle opportunità a disposizione delle nostre aziende: non riteniamo di esagerare dicendo che, a livello mondiale, probabilmente non esiste un altro Paese che abbia un patrimonio di ricchezze territoriali tanto prezioso e articolato come il nostro.

Volendo declinare queste considerazioni in iniziative concrete, molto c’è da fare – ad esempio – riguardo alla gestione ed alla tutela del Folklore, elemento tradizionalmente oggetto di una disciplina giuridica piuttosto lasca e frastagliata.

Nel settore appaiono auspicabili, tra l’altro, interventi di carattere amministrativo e normativo, atti a determinare una standardizzazione ed una uniformità – a livello nazionale - delle modalità di registrazione ed archiviazione delle numerosissime manifestazioni delle culture dei territori, allo scopo di renderle più agevolmente conoscibili e fruibili.

Considerata poi la natura estremamente eterogenea delle espressioni del Folklore, al fine di metterle in connessione con il mondo delle imprese sarà necessario ricorrere, non senza una buona dose di creatività giuridica, a strumenti diversi: i segni distintivi, le indicazioni geografiche, la sponsorizzazione, il product placement.

Una terza riflessione concerne la cosiddetta Cultura Umanistica, della quale l’Italia storicamente è stata la culla e nella quale tradizionalmente il nostro Paese eccelle.

Non bisogna commettere l’errore di ritenere che le scienze umanistiche facciano ormai parte del passato e che esse rimangano estranee alle questioni attinenti l’Industria 4.0.

Le tecnologie e le metodologie che si trovano alla base del nuovo paradigma industriale, infatti, si basano in larga parte sui cosiddetti Big Data, i quali oggi per qualche verso costituiscono la nuova materia prima dell’industria, un elemento necessario per alimentare le più moderne dinamiche economiche.

I Big Data rappresentano una realtà nuova, caratterizzata da una complessità e da una vastità dalle dimensioni inedite, tali – secondo più autori - da mettere in crisi addirittura i tradizionali processi gnoseologici dell’essere umano (Marino Sinibaldi, Un millimetro in là. Intervista sulla cultura, Edizioni Laterza, 2014).

L’enormità quantitativa e l’eterogeneità qualitativa delle informazioni oggi a nostra disposizione, invero, spesso travalicano le nostre stesse capacità di gestione; una simile “indigestione da dati”, è stato acutamente scritto, costituisce “uno degli elementi costitutivi della società contemporanea, che esprime la capacità di produrre e accumulare enormi quantità di conoscenze, dando vita a fenomeni di sovrabbondanza tipici delle “patologie del benessere”, al punto di poter parlare di “information overload” (Giovanni Solimine, Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia, Edizioni Laterza, 2014).

E la Cultura, con particolare riferimento alle sue discipline umanistiche, diventa fondamentale per governare questa difficoltà sconosciuta ed inesplorata, in quanto “equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità” (Norberto Bobbio, Lettera a Giulio Einaudi, 1968).

Perché vi sono delle “abilità umane che la macchina non riuscirà mai a riprodurre”: “la capacità di capire i contesti e le loro unicità, il saper fare domande spiazzanti e indagatrici, il saper gestire – anzi “abitare” – l’incertezza e l’ambiguità” (Andrea Granelli, Cultura digitale per manager, Il Sole 24 Ore, 27 luglio 2016).

La Cultura Umanistica, in buona sostanza, oggi risulta quanto mai attuale, in quanto necessaria – anche - per consentirci di gestire il fenomeno dei Big Data, elemento costitutivo e propulsivo dell’Industria 4.0.

Di questo aspetto occorrerà tenere conto, tra l’altro, nel decidere in merito alla allocazione delle risorse per la ricerca, che non dovrà mai omettere di dare il giusto spazio alle scienze umanistiche e – facendo un accenno di più ampio respiro – in genere alla ricerca di base, perché “senza ricerca libera, “blue sky o “curiosity driven” che dir si voglia, può esserci miglioramento ma non discovery” e “la vera sfida oggi è quella di realizzare l’ossimoro: competenza disciplinare e collegamento laterale” (Dario Braga, Il “cielo” della ricerca pura e la creatività per le imprese, Il Sole 24 Ore, 14 luglio 2016).

Una quarta questione, che riveste un’importanza strategica e attraversa trasversalmente tutte le altre, è quella della Cultura Digitale.

Il tema, spesso indicato anche con il termine di Digital Humanities, si sviluppa in senso bifido.

Da un lato, più banalmente, con questa espressione si intende fare riferimento all’esigenza che i contenuti culturali propri del nostro Paese siano riversati – nel modo più rapido e completo possibile - in ambiente digitale, così da renderli immediatamente utilizzabili anche dalle imprese nei più diversi modi, compresi quelli riguardanti gli aspetti sopra appena esaminati.

Da un altro lato, più ambiziosamente, parlando di Digital Humanities ci si riferisce ad una attività ancora di frontiera e davvero molto sfidante: la creazione di contenuti culturali rispondenti a paradigmi diversi dal consueto, dai tratti pienamente contemporanei, con caratteristiche largamente inedite, progettati ad hoc per e secondo i meccanismi del digitale.

Si tratta di andare oltre l’originaria configurazione della cosiddetta Informatica Umanistica, concepita – in un’ottica meramente funzionale - come una branca degli studi nella quale i contenuti e i metodi della cultura umanistica si servono degli strumenti informatici per realizzare i propri obiettivi.

Nel Manifesto delle Digital Humanities si legge che esse “designano una “interdisciplina” che include metodi, dispositivi e prospettive euristiche legate al digitale nel campo delle Scienze umane e sociali” (punto I, numero 3).

Le Digital Humanities, nella loro accezione più avanzata, non mirano dunque alla semplice traduzione di elementi culturali tradizionali per una loro utilizzabilità on line, bensì alla creazione di contenuti nuovi e ideati appositamente per il mondo digitale, alla luce delle sue peculiari dinamiche ed in sintonia con le sue tipiche caratteristiche.

Sul fronte delle azioni operative, appare interessante segnalare l’attività di DiCultHer – Digital Cultural Heritage School: si tratta di una iniziativa sorta di recente in modo del tutto spontaneo, sulla base di un mero Accordo di Rete, che ad oggi vede l’aggregazione di oltre cinquanta organizzazioni - tra università, enti di ricerca, scuole, istituti tecnici superiori, istituti di cultura, associazioni, imprese pubbliche e private - con l’obiettivo comune di far nascere un “campus diffuso”, in grado di attivare l’elaborazione di un’offerta formativa coordinata con il sistema nazionale, per costruire il complesso delle competenze digitali indispensabili al confronto - sempre più articolato ed eterogeneo - con la smart society.

L’esperimento, avviato nella più completa latitanza delle istituzioni nazionali, allo stato sembra presentare uno sviluppo ancora piuttosto ondivago e disarmonico, ma appare certamente andare nella direzione giusta, verso una diffusione delle Digital Humanities in senso sempre più ampio e innovativo.

In estrema sintesi, l’Italia non può esimersi dal creare le condizioni per fare in modo che le proprie imprese stiano nel mainstream di Industria 4.0, se non si vuole che il nostro apparato produttivo si trovi espulso dai meccanismi della odierna competizione internazionale.

A nostro avviso, tuttavia, è necessario fare di più e delineare una originale e distintiva via italiana a Industria 4.0, tale da garantire una particolare competitività delle nostre aziende ed opportunità di nuovo sviluppo all’intero Sistema Paese.

E questa via non può che passare per un ripensamento e per una valorizzazione dell’elemento più tipico e qualificante della nostra Penisola: la Cultura Italiana.

Il percorso del nostro Paese verso l’Economia del Terzo Millennio, in estrema sintesi, deve caratterizzarsi per una sua peculiare struttura di natura bifida, che veda procedere fianco a fianco ed interagire vicendevolmente una Industria 4.0 e una Cultura 4.0.

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