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Benvenuto: l'iniziativa referendaria della Cgil ha il merito di rimettere al centro della discussione pubblica il tema del lavoro

13/01/2017
Intervista a Giorgio Benvenuto. Sindacati e partiti, i cosiddetti corpi intermedi, dice Benvenuto, sono pieni di difetti da correggere, ma sono nel sistema. Il loro indebolimento sta favorendo le forze antisistema. Il lavoro oggi vive una forte contraddizione. Abbiamo l’industria 4.0, benissimo. Ma se devo puntare a un paese che deve investire nella tecnologia, nel digitale, non puoi avere una politica sul mercato del lavoro contrastante. Se tu esalti il precariato, l’incertezza, come si può pensare di avere un giovane impegnato in una industria che richiede grandissima professionalità? È una contraddizione spaventosa. Abbiamo avuto una fase, soprattutto negli anni ‘60-‘70, in cui i giovani sono entrati nel mondo del lavoro e hanno cambiato il paese. Oggi non è così. Il jobs act ha un vizio di origine, ha una carica ideologica contro il sindacato, considerato inutile. E poi una legge non crea posti di lavoro, una legge non risolve i problemi della sicurezza sul lavoro. L’errore è stato imboccare fin dall’inizio questa strada. Hanno pensato a una scorciatoia, invece era un vicolo cieco. Dai vicoli ciechi si esce tonando indietro. La riforma Boschi era contraria agli stessi principi del Pd, ben evidenziati anche nella sua Carta dei valori, dove c’è scritto che mai e poi mai avremmo fatto una riforma di parte. E non sono pentito del mio No

A poco più di trent’anni è diventato segretario dei metalmeccanici della Uil, compiuti i 38 anni è stato eletto segretario generale della confederazione. Socialista, segretario del Psi, segretario generale del ministero delle Finanze, parlamentare dei Ds, di cui divenne anche presidente dell’assemblea nazionale, e, «consofferenza »,  tra i fondatori del Pd, a 80 anni non ha perso la voglia di «pensare». Giorgio Benvenuto autore di un libro uscito a fine novembre, scritto insieme ad Antonio Maglie e dal titolo “Il divorzio di San Valentino. Così la scala mobile divise l’Italia” (Edizioni Bibliotheka), ci accoglie nel suo studio romano di presidente della Fondazione Bruno Buozzi, pieno di testi e di ricordi di battaglie sindacali. Nei mesi scorsi è stato un attivo sostenitore del No al referendum costituzionale, perché «la riforma Boschi era contraria agli stessi principi del Pd, ben evidenziati anche nella sua Carta dei valori, dove c’è scritto che mai e poi mai avremmo fatto una riforma di parte. E non sono pentito del mio No». Come dimostra in questa intervista a www.ilcampodelleidee.it, ci tiene a parlare dello stato di salute dei partiti e dei sindacati, ma continua a difendere il ruolo dei cosiddetti corpi intermedi: «Pieni di difetti da correggere, ma sono nel sistema. Il loro indebolimento sta favorendo le forze anti-sistema».  E sul jobs act dice: «Da ex segretario della Uil riconosco che l’iniziativa referendaria della Cgil ha il merito di rimettere al centro della discussione pubblica il tema del lavoro».  

Benvenuto, iniziamo dalla sua ultima battaglia, quella sul referendum costituzionale.

Non è stato un referendum, ma un giudizio di Dio. Come ha riconosciuto anche Giorgio Napolitano, lo si è caricato di un peso eccessivo, facendo un grave errore di presunzione. Oltretutto, c’erano stati anche dei segnali che avrebbero dovuto consigliare maggiore cautela: il voto alle ultime elezioni amministrative in Italia a partire dalle sconfitte di Torino e Roma, il voto sulla Brexit, il clima politico in Usa, l’ascesa di forze come Podemos in Spagna.

Cosa non le è piaciuto della campagna referendaria?

Questo qualunquismo, questo fare demagogia contro i partiti e i sindacati, sono una vecchia malattia. Non è pensabile fare riforme puntando quasi esclusivamente sui tagli dei costi della politica, per risparmiare. Vuol dire che stai facendo una campagna che di fatto favorisce Grillo e il M5S.

Una campagna anti-politica che però non è piaciuta agli elettori.

In passato ho imparato sulla mia pelle ricevendo anche delle autorevoli tirate di orecchie. Nel 1972, in una assemblea dei metalmeccanici avevo criticato, in un breve passaggio nel mio intervento conclusivo, l’aumento dello stipendio dei parlamentari, ricevendo molti consensi dai delegati. Lì, seduto davanti a me, era presente Enrico Berlinguer, che con i metalmeccanici aveva un rapporto particolare. Mi venne a salutare al termine dell’intervento e mi disse: ‘Ricordati Giorgio, dicendo quelle cose prendi gli applausi, ma l’anti-parlamentarismo è l’anti-camera della dittatura’. Una frase che non ho mai dimenticato.

‘La riforma ha dei difetti ma è meglio di niente’, dicevano i sostenitori del Si nel corso della campagna referendaria.

Sono stato contro al referendum perché c’era un’altra cosa che non mi convinceva: da un po’ di tempo, non solo in Italia, si fanno le campagne sostenendo la cosa o il candidato meno peggio. Io sono per farle le riforme, ma proponendo qualcosa di meglio. I partiti, i sindacati, le forze sociali devono ambire a proporre qualcosa di più del meno peggio.

Alfredo Reichlinh sostiene che è stato un voto di classe quello uscito dalle urne il 4 dicembre. Le nuove generazioni, i ceti più deboli, il Sud hanno votato in massa per il No…

È vero. E sono preoccupato, perché stiamo archiviando troppo presto l’esito del referendum. Come avvenne, ad esempio, anche in occasione di quello sulla scala mobile che si svolse, nel 1985, in un clima non troppo lontano da quello in cui si è svolto quest’ultimo. Allora non utilizzammo l’occasione per riflettere su cosa stesse bollendo nel paese. Temo si stia ripetendo l’errore.  

Con la vittoria del No possiamo dire addio al tema delle riforme costituzionali?

Prima bisogna fare riforme concrete. A partire da quelle sul lavoro che sono quelle che incidono di più sulle persone. Voglio dire questo: sta avvenendo una cosa mai accaduta. Dal Dopoguerra in poi c’è stata una tendenza ad accorciare le distanze presenti nella società italiana, che erano enormi durante il fascismo. Abbiamo attenuato lo squilibrio che c’era. Oggi in controtendenza ci ritroviamo con una società spaccata, divaricata, giovani contro vecchi, Nord contro Sud, ognun per se.  

Sta dicendo che le regole del lavoro di oggi non aiutano ad accorciare queste distanze?

Il lavoro oggi vive una forte contraddizione. Abbiamo l’industria 4.0, benissimo. Ma se devo puntare a un paese che deve investire nella tecnologia, nel digitale, non puoi avere una politica sul mercato del lavoro contrastante. Se tu esalti il precariato, l’incertezza, come si può pensare di avere un giovane impegnato in una industria che richiede grandissima professionalità? È una contraddizione spaventosa. Abbiamo avuto una fase, soprattutto negli anni ‘60-‘70, in cui i giovani sono entrati nel mondo del lavoro e hanno cambiato il paese. Oggi non è così.

C’è stata la decisione della Corte Costituzionale sull’ammissibilità di due dei tre referendum sul Jobs act proposti dalla Cgil. Vede all’orizzonte nuove spaccature?

Intanto il jobs act ha un vizio di origine, ha una carica ideologica contro il sindacato, considerato inutile. E poi una legge non crea posti di lavoro, una legge non risolve i problemi della sicurezza sul lavoro. L’errore è stato imboccare fin dall’inizio questa strada. Hanno pensato a una scorciatoia, invece era un vicolo cieco. Dai vicoli ciechi si esce tonando indietro.

Cosa doveva fare il governo?

Poteva, anzi doveva ricercare una intesa tra le parti. Quando le cose sono ragionevoli si arriva ad un accordo. Si guardi al contratto dei metalmeccanici rinnovato in modo unitario a fine novembre dello scorso anno.

E ora?

Ci vuole una riflessione seria e porsi la domanda: ha dato risultati o non ha dato risultati? La risposta è nel voto dei più giovani al referendum sulla riforma costituzionale.

Cioè?

E’ evidente che in quel voto c’è già un giudizio di quella generazione sul jobs act, cos’altro? Quando si dice che è stato un voto politico…

La Cgil ha fatto bene a scegliere la via referendaria su un tema già per sé divisivo come quello del lavoro o ha sbagliato?

Io non sono della Cgil (sorride), ma ha il merito di aver riportato al centro del dibattito e rimesso all’ordine del giorno della pubblica opinione il tema del lavoro, che era stato accantonato e affidato in modo esclusivo al jobs act. Riconosco che se sul jobs act avesse fatto cinque scioperi generali non avrebbe avuto gli stessi risultati che oggi oltre tre milioni di firme sui referendum gli hanno consentito di ottenere.

Una generazione, quella dei ventenni, che possiamo definire la più precaria della storia repubblicana, che per la prima volta andrà a un referendum sul lavoro, seppure solo sui voucher e sugli appalti. Cosa deve fare il Parlamento?

Si deve aprire al confronto. Deve rinsavire! Ci sono diverse proposte in Parlamento, a partire da quella di Cesare Damiano. Per gli appalti penso si troverà con ragionevolezza un accordo. Sui voucher sono più pessimista.

E il Pd?

Anche il Pd deve aprire un confronto al suo interno, dove ogni tanto si fanno riunioni inutili e svalutate dal fatto che già si sa quale sarà l’esito finale. Riaprire una discussione, ma non in termini di fedeltà. Negli ultimi tempi le questioni del lavoro, dell’occupazione e dello sviluppo sono stati accantonati. È prevalsa, anche in coloro tradizionalmente più vicini alle forze del lavoro, un’ansia di legittimazione, una malattia che rischia di essere incurabile. Per far vedere che sono avanzato devo parlare male dei lavoratori. Penso che questo riguardi in qualche modo anche persone come Poletti e Ichino, che pure sono preparate.

Ma questo non accade solo nel Pd e più in generale nella politica.

Certo. Ho sentito che un importante amministratore delegato italiano ha affermato in una lezione ai giovani che c’è un solo modo di governare un’azienda ed è quello di mettere paura ai lavoratori. Beh, questo vuol dire che siamo in una fase veramente complicata. Oggi dovremmo esplorare terreni di collaborazione e non di umiliazione del lavoratore…

A proposito di Amministratori delegati che differenze vede tra i capi azienda e gli imprenditori che ha conosciuto negli anni Settanta e Ottanta da leader di uno dei più grandi sindacati italiani e i Ceo di oggi che guidano le proprie imprese da uno smartphone?

Lo shock più grande lo ricordo con la Fiat. Con Gianni Agnelli  abbiamo avuto grandi scontri ma era un imprenditore legato all’Italia e a Torino e si poneva sempre il problema  del rapporto tra la Fiat e l’immagine del Paese, non si interessava solo degli interessi degli azionisti. Quando è venuto Marchionne, io ero un parlamentare dei Ds eletto nel collegio torinese di Mirafiori e in uno degli incontri che avemmo, insieme ad altri parlamentari come Violante, Chiamparino, Marchionne ci disse che lui aveva solo un obiettivo limitato: fare gli interessi degli azionisti. La contrapposizione di ieri oggi non c’è più. Hai interessi diversi ma anche molti interessi comuni. Un imprenditore moderno, ma anche sindacati e partiti che non vogliono essere minoritari, devono favorire elementi comuni di reciproco interesse.

Come voterà ai due referendum?

Certamente farò di tutto perché ci sia il quorum.

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