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Cancelliera Merkel, perché la Germania frena la propria crescita?

09/07/2014
Perché la Germania sceglie di dissipare la possibilità di una crescita del reddito nazionale pari a diversi punti percentuali? Perché non utilizza in casa le risorse che trasferisce all’estero? Perché non contribuisce con l'espansione della domanda interna al superamento del ristagno europeo?

L’economia della Germania è per qualità dei prodotti tra le più forti al mondo. Lo è, segnatamente, nella manifattura. Con l’alta tecnologia la moderazione sindacale contribuisce a una competitività delle merci che l’apprezzamento della moneta - il marco, l’euro - non scalfisce.
E’ quindi radicata, in quella economia, la tendenza delle esportazioni a eccedere le importazioni. La politica economica accetta che la tendenza si esprima. La bilancia commerciale, e di parte corrente, della Germania è dal 2002 in avanzo, nel 2013 giunto a 200 miliardi di euro (7% del Pil). Vi corrisponde la fuoruscita di capitali dal Paese. La posizione netta verso l’estero è creditoria in una misura pari al 40% del Pil.
L’avanzo corrente e la fuoruscita di capitali implicano corrispondente cessione di risorse reali al Resto del Mondo. In Germania, le imprese potrebbero quindi investire e produrre di più, le famiglie consumare di più, lo Stato offrire più servizi ai cittadini. Ciò avverrebbe se la politica economica promuovesse l’espansione della domanda interna, facendo sì che le importazioni avvicinino le esportazioni e il deflusso di risorse verso altri Paesi si arresti.
Dopo la recessione del Pil nel 2009 (-5,2%) e la ripresa nel 2010-2011 (+3,5%, in media annuale) l’economia tedesca ha ristagnato sia nel 2012 (+0,7%) sia nel 2013 (+0,4%). La previsione di Consenso per il 2014 è di ripresa lenta (+1,7%), ancora inferiore alla crescita potenziale. Il contributo dei consumi pubblici alla domanda globale in questi anni è stato sempre modesto, compreso fra lo 0,5% del 2009 e lo 0,1% del 2013. Ciò, sebbene il bilancio versi in equilibrio strutturale, il debito pubblico resti comparativamente basso (sotto l’80% del Pil), i Bund – divenuti un bene rifugio - siano in eccesso di domanda a tassi d’interesse contenuti.
Nonostante il ristagno produttivo, le modifiche istituzionali nei rapporti di lavoro hanno favorito l’occupazione. Il numero degli occupati è aumentato senza soluzione di continuità, anche negli anni di recessione, da 40 milioni nel 2007 agli attuali 42 milioni. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 9 per cento del 2007 all’attuale 5 per cento.
Nonostante ciò, perché la Germania sceglie di dissipare uno spazio di accrescimento del reddito nazionale pari a diversi punti percentuali? Perché non utilizza in casa le cospicue risorse che trasferisce all’estero? Perché non contribuisce con una più veloce espansione della domanda interna al superamento del ristagno europeo?
Il richiamo allo spettro dell’inflazione - la memoria della Weimar iperinflattiva di un secolo fa – stride con un tasso d’incremento dei prezzi al consumo in Germania  che dallo scorcio del 2012 è sotto la soglia del 2% l’anno, con tendenza a flettere. Il rischio, semmai, per la Germania e per l’Europa è la deflazione, prospettiva che molto preoccupa il Sistema Europeo delle Banche Centrali.
E’ da escludere che la popolazione tedesca non abbia bisogni, privati e pubblici, da soddisfare, che l’economia sia in tal senso “matura”. Nessuna società può dirsi priva di esigenze sociali, disponendo dei mezzi per soddisfarle. Distribuzione del reddito meno sperequata, disinquinamento ambientale, infrastrutture e servizi pubblici migliori, la sicurezza stessa dei cittadini giustificherebbero l’impiego di maggiori risorse.
Attualmente, su 82 milioni di abitanti,  vivono in Germania circa 15 milioni di persone immigrate o con almeno un genitore immigrato. Un’economia tedesca in crescita più rapida attrarrebbe altri emigranti, data anche la bassa disoccupazione estesa ai mestieri semplici. Ai vantaggi, l’immigrazione unisce problemi di ricezione per il paese ospitante. Ma l’eludere tali problemi vale la rinuncia alla crescita? Chi sbarca a Lampedusa sa che in Italia il lavoro non c’è. Lo cercherà in Germania, anche infrangendo le barriere opposte da “Dublino III” al diritto d’asilo. Se nell’economia italiana e nelle altre economie dell’Europa Mediterranea la domanda globale crescesse, tornando a generare occupazione, non si attenuerebbe forse la pressione migratoria che dalla sponda Sud del Mare Nostrum investirà il mercato del lavoro tedesco?
Politicamente, giova alla Germania riproporsi come nazione leader sol perché  creditrice, essendo più o meno fondatamente vista da mezza Europa come la guardiana di un’ortodossia che inchioda al ristagno, eccita tensioni sociali, ostacola il progresso verso l’Unione, mette a rischio l’adesione all’euro di membri vecchi e nuovi? I risultati delle ultime elezioni europee dicono di no…

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