
Domenica si è chiusa a Lima la ventesima Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP20). Lima è stata una tappa importante in vista della Conferenza di Parigi nel 2015, dalla quale è attesa la firma del futuro accordo sul Clima per il post-2020.
Da essa ci si attendevano in particolare passi in avanti per il superamento dell’impostazione che oggi impone impegni di riduzione delle emissioni di gas serra solo per una parte dei paesi di storica industrializzazione (UE e pochi altri), ma non su USA, Cina, India e le altre principali economie, tra cui anche Giappone e Russia. Le attese positive alimentate dall’intesa USA-Cina dell’11 novembre scorso sono state confermate, nonostante i tentativi di alcuni paesi – che la Cina ha almeno in parte avallato – di spostare il baricentro del negoziato dalla mitigazione dei cambiamenti climatici agli impegni finanziari dei paesi con maggiori responsabilità storiche.
La Conferenza, infatti, ha deliberato la “Lima Call for Climate Action”, decisione presa all’unanimità in base alla quale:
- tutti i paesi dovranno avanzare un proprio impegno di contenimento delle emissioni (cosiddetto “contributo determinato a livello nazionale”);
- gli obiettivi di contenimento delle emissioni dovranno essere espressi in termini quantitativi ed essere confrontabili in base ad alcuni parametri comuni per tutti i paesi
- è stato predisposto un testo di partenza per il nuovo accordo, che dovrà ulteriormente essere semplificato entro maggio, ma contiene già gli elementi cardine del nuovo accordo saranno solo 6: 1. adattamento, 2. mitigazione, 3. contributi finanziari, 4. trasferimento tecnologico, 5. capacity-building per i paesi più deboli, 6. Trasparenza, intesa come obbligo per tutti di rendicontare le proprie azioni sia per la riduzione del cambiamento climatico sia nel supporto finanziario e tecnico ai paesi più poveri
Stando a questa decisione, gli obiettivi che saranno inscritti nel nuovo accordo saranno più deboli di quelli inscritti nel vecchio Protocollo di Kyoto; saranno determinati in base alle priorità nazionali anziché imposti dall’alto in base alle esigenze di lotta ai cambiamenti climatici. Inoltre potranno includere anche il tema dell’adattamento alle conseguenze dei cambiamenti climatici, riducendo la centralità fino ad oggi accordata alla mitigazione. Ci sarà però un progresso rispetto all’omogeneità di trattamento tra paesi di storica industrializzazione e paesi emergenti.
Gli obiettivi continueranno a costituire un traino per le tecnologie a basso contenuto di carbonio, dalle rinnovabili all’efficienza energetica, ma anche per quelle legate all’adattamento, dalle tecnologie legate alla gestione del territorio, a quelle per la protezione di cose e persone dagli eventi metereologici estremi, a quelle per l’adeguamento di agricoltura e industria all’innalzamento delle temperature e a processi di desertificazione. Ciò in tutti i paesi.
Per i paesi in via di sviluppo dovrebbero inoltre aprirsi nuovi e specifici filoni di finanziamento canalizzati dal Green Climate Fund, fondo internazionale lanciato dalla Conferenza ONU sul clima del 2009. Il fondo ad oggi ha raggiunto una capitalizzazione di circa 10 miliardi di dollari e al 2020 dovrebbe costituire il veicolo principale per il finanziamento di circa 100 miliardi di dollari l’anno promessi dai paesi industrializzati a beneficio dei paesi in via di sviluppo per la lotta e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Secondo fonti stampa (Reuters), l’Italia avrebbe annunciato il 20 novembre un impegno a contribuire finanziariamente con circa 310 milioni di dollari al Fondo, ma di tale impegno non si hanno conferme né da fonti ufficiali ONU né da fonti governative.
Nel corso della Conferenza gli Stati membri dell’ UE sembrerebbero inoltre avere superato la resistenza della Polonia che teneva sospesa la ratifica del cosiddetto “emendamento di Doha” ovvero l’entrata in vigore del secondo periodo di obbligo del Protocollo di Kyoto, tecnicamente iniziato il 1 gennaio 2013.
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