
Con le ultime previsione della Confindustria e gli ultimi dati dell’Istat sul fatturato e sugli ordini dell’industria è ormai chiaro che il racconto di un’Italia in ripresa e finalmente sul cammino del risveglio non può più avere una giustificazione nella realtà: il Paese sta rallentando e tutte le previsioni interne e internazionali prevedono che gli effetti dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, degli sconvolgimenti geopolitici provocati da golpe e controgolpe turchi, dai continui attentati terroristici e dal non risolto problema dell’immigrazione si tradurranno in una possibile, ulteriore frenata dell’economia mondiale e di conseguenza anche in un aggravamento degli eventuali problemi del sistema bancario, già provato dai danni provocati dalla lunghissima crisi cominciata nel 2007-2008.
I fatti sono chiari. Secondo il centro studi della Confindustria (in allegato il testo integrale della congiuntura flash), in Italia nel secondo trimestre la produzione industriale è calata (-0,1% da +0,5% nel primo), nonostante il rimbalzo in giugno (+0,5% su maggio, stima CSC). Ma soprattutto non ci si aspetta “un’accelerazione (saldo dei giudizi a 9,3 da 9,7); l’attività nelle costruzioni è molto debole. Ciò è coerente con un PIL inferiore a quanto previsto (+0,15% contro +0,25% stimato) e non molto più vivace anche nel terzo trimestre. All’incertezza derivante dalla Brexit si sommano le difficoltà del sistema bancario (non solo in Italia). Fattori che accrescono i rischi al ribasso per l’andamento dell’economia italiana”.
Le statistiche Istat offrono un’altra faccia della stessa situazione: a maggio, rispetto al mese precedente, l’istituto di statistica ha rilevato (in allegato il testo integrale su fatturato e ordinativi dell’industria) una flessione sia del fatturato (-1,1%), sia degli ordinativi (-2,8%). La diminuzione del fatturato è stata simile sia sul mercato interno (-1,1%) sia su quello estero (-1,2%). Il calo degli ordinativi è stato provocato soprattutto dal mercato estero (-5,7%), mentre quello interno ha fatto registrare una flessione più contenuta (-0,6%). Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 20 di maggio 2015), il fatturato totale ha registrato un calo in termini tendenziali del 2,7%, con una riduzione del 2,5% sul mercato interno e del 3,0% su quello estero.
Un quadro a toni grigi che si inserisce in un contesto generale altrettanto negativo. Basti pensare (in allegato il testo degli indici Markit) che l’indice PMI Composito della Produzione nella zona Euro ha toccato a luglio quota 52.9 (53.1.a giugno). Valore minimo su 18 mesi. L’indice PMI delle Attività Terziarie nella zona Euro ha toccato quota 52.7 (53.8 a giugno). Valore minimo su 18 mesi. L’indice PMI del Manifatturiero nella zona Euro ha toccato quota 51.9 (52.8 a giugno). Valore massimo su due mesi. L’indice PMI della Produzione Manifatturiera nella zona Euro ha toccato quota 53.6 (53.9 a giugno). Valore minimo su 2 mesi.
Per ora reggono i consumi e vendite al dettaglio interni italiani, anche se le vendite al dettaglio non vanno più bene in tutti i settori (dati Istat in allegato). Ma questo non cambia il problema: la ripresa stenta e con questi dati lo sforzo per tenere sotto controllo i conti pubblici rischia di diventare ancora più pesante di quello che si prevedeva, nonostante tutte le flessibilità strappate all’Unione europea, e di ridurre in modo drastico le risorse disponibili per interventi di sostegno.
Da qui la necessità di scelte ancora più oculate, puntando per esempio molto di più su investimenti diffusi che danno attività per le imprese e occupazione per i lavoratori (assetto idrogeologico, ristrutturazione energetica e ambientale degli immobili pubblici e privati, opere di manutenzione delle infrastrutture esistenti) piuttosto che su sconti fiscali che garantirebbero grandi racconti, ma un aiuto ben poco consistente per i singoli beneficiari.
Leave a comment