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Coronavirus: risorse finanziarie in campo occasione unica per riforme e modernizzazione

14/04/2020
Il crollo del Pil e il drammatico disagio sociale determinati dal rallentamento e dal blocco della circolazione di persone, beni e servizi ha mobilitato una disponibilità di fondi europei e di bilancio interno inedita, come le caratteristiche di questo shock esogeno senza precedenti

La crisi di sistema innestata dalle misure di contrasto alla pandemia da Covid-19 è da ritenersi unica nell’orizzonte temporale della storia economica contemporanea, non per la relativa gravità ma per le sue caratteristiche peculiari che inducono a mettere in campo rimedi inediti e senza precedenti, anche nel nostro paese.  

Per la prima volta il governo si è visto costretto dalle autorità sanitarie a ridurre drasticamente la produzione e la circolazione di beni e servizi sul territorio nazionale per un tempo ancora non definito. Le ripercussioni sono state drammatiche, dirette e immediate, sulla ricchezza prodotta e sul reddito pro capite della gran parte della popolazione residente.  In uno studio molto circostanziato sugli effetti delle prime settimane di lockdown la Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, parla di uno “shock esogeno congiunto di domanda e offerta senza precedenti”, sia per il Nord che per il Sud del paese. Nella ricerca si stima che in Italia si siano fermati più di 5 impianti su 10 con un crollo del 50% in termini di fatturato, di valore aggiunto e occupazione, senza considerare i settori dell’Agricoltura, delle attività finanziarie e assicurative e della Pubblica amministrazione esclusi in parte dalle misure restrittive. 

Se si analizza l’intero sistema economico e tenendo conto anche del sommerso, si calcola che sono interessati dal lockdown il 34,3% degli occupati dipendenti e il 41,5% degli indipendenti, con un impatto sull’occupazione dipendente maggiore al Nord (36,7%) rispetto al Mezzogiorno (31,4%) a causa della concentrazione di aziende di maggiore dimensione. La chiusura del paese si è tradotta al Sud in un maggiore impatto sugli occupati  “indipendenti”, piccole partite Iva e un esercito di precari, (42,7% rispetto al 41,3% del centro-nord). In pratica sono costretti all’inattività circa 2,5 milioni di autonomi. Una stima che non tiene pienamente conto del sommerso, degli stagionali, degli studenti lavoratori e di tutti coloro che con la parcellizzazione dei rapporti di lavoro, l’evasione fiscale e contributiva e la riduzione delle tutele, di fatto legalizzate in particolare in questo ultimo decennio, sono costretti a lavorare  a cottimo e al nero.  

La Svimez stima un calo del Pil del -8,4% per l’Italia, del -8,5% al Centro-Nord e del - 7,9% nel Mezzogiorno. Ma altri centri studi come il nostro Nens prevedono riduzioni a due cifre. Si tratta di una previsione che considera il solo impatto del “Cura Italia”. Ulteriori interventi espansivi potrebbero attenuare la dinamica recessiva. Il profilo trimestrale 2020 evidenzia un impatto più rilevante nel primo semestre nelle regioni del Centro-Nord epicentro della crisi sanitaria. Il rimbalzo positivo, invece, che ci si attende con il venir meno del lockdown, appare più intenso nelle regioni del Centro- Nord. 

Il Mezzogiorno incontra lo shock in una fase già tendenzialmente recessiva, prima ancora di aver recuperato i livelli pre-crisi, ancora inferiore di 15 punti percentuali rispetto al 2007 (il Centro-Nord di circa 7). 

Il rischio di default è maggiore per le medie e grandi imprese del Mezzogiorno. Il blocco improvviso e inatteso coglie impreparate le molte imprese meridionali che non hanno ancora completato il percorso di rientro dallo stato di difficoltà causato dall’ultima crisi. Rispetto al 2008, il processo di selezione, allora dispiegatosi lungo un arco temporale ampio, oggi è anticipato all’inizio, con un’interruzione improvvisa che ha posto immediatamente al policy maker l’urgenza di intervenire a sostegno della liquidità delle imprese, di ogni dimensione. Un’urgenza che si è tradotta nel decreto liquidità approvato nel Consiglio dei Ministri del 7 aprile. Sulla base dei dati di bilancio disponibili per un campione di imprese con fatturato superiore agli 800 mila euro, le evidenze su grado di indebitamento, redditività operativa e costo dell’indebitamento portano a stimare una probabilità di uscita dal mercato delle imprese meridionali 4 volte superiore rispetto a quelle del Centro-Nord. 

Finora i provvedimenti di sostegno al reddito varati dal governo non hanno ancora una profondità tale da raggiungere tutte le fasce di popolazione coinvolte e soprattutto in modo equo. Il decreto Cura Italia ha esteso gli ammortizzatori sociali di una platea di circa 10 milioni di dipendenti privati a 14,7 milioni. Rimangono privi di tutela circa 1,8 lavoratori privati dipendenti, di cui 800 mila lavoratori domestici e circa un milione di lavoratori a termine che pur non avendo lavorato in passato non erano occupati al 23 febbraio. 

Va considerato che oltre a circa due milioni di lavoratori irregolari (1,2 al Nord e 800 mila al sud), si possono stimare in circa 800 mila i disoccupati già in cerca di prima occupazione  ante lockdown. La compensazione statale di 600 euro prevista dal Cura Italia copre solo il 30% della perdita di reddito lordo mensile di 2 mila euro in media nazionale stimata dallo Svimez. Inoltre determina una notevole inefficienza nell’impiego e nella redistribuzione delle risorse,  in quanto non viene fatta alcuna distinzione per fasce di reddito e fatturato dei beneficiari. Stesso criterio indiscriminato è stato applicato alla concessione di prestiti garantiti dallo Stato a imprese con fatturati milionari e in difficoltà relativa. 

Siamo solo all’inizio. L’imponente “volume di fuoco” di liquidità messo in campo dall’Unione europea e le risorse messe potenzialmente in circolazione dalla sospensione dei vincoli di Maastricht e dell’applicazione “condizionata” del Mes offrono finalmente all’Italia un’occasione altrettanto unica per una rapida e vasta operazione di modernizzazione e di una riconversione equa e sostenibile delle strutture sociali ed economiche, dell’apparato statale e del territorio. 

Va riconosciuto, scrive il presidente di Nens, l’economista e ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco, che le iniziative delle Istituzioni europee non sono mancate. La più importante riguarda il nuovo programma di acquisto di titoli da parte della Bce che riguardano non solo i titoli del debito pubblico dei Paesi membri, ma anche di titoli di imprese private. Si tratta di 700 miliardi cui si aggiungono altri 200 già decisi in precedenza che, sia pure operando sul mercato secondario, comporteranno una consistente monetizzazione dei debiti europei. Ma l’aspetto più importante della operazione consiste nel fatto che per la prima volta viene superato il limite degli acquisti in base alle quote di partecipazione dei Paesi alla Banca centrale, nonché il limite di acquisto per ogni singola emissione. Queste decisioni favoriscono soprattutto i Paesi con elevati debiti pubblici (quindi soprattutto l’Italia, oltre che la Grecia) e contribuiscono a contenere gli spreads. Questi acquisti per il nostro Paese potrebbero raggiungere il 10% del Pil, coprendo quindi il fabbisogno ulteriore ipotizzabile per l’anno in corso, e quindi sterilizzando l’incremento del debito pubblico prevedibile.

La Bce, inoltre ha previsto incrementi di liquidità fino a 3000 miliardi di euro a tassi negativi per il rifinanziamento delle banche, allentando anche i requisiti di garanzia normalmente richiesti. L’autorità di vigilanza bancaria ha infine ridotto alcuni requisiti di contabilizzazione dei rischi liberando 120 miliardi di capitale.

Si tratta nel loro complesso di interventi di dimensioni notevoli e senza precedenti cui attingere al più presto (senza ricorrere a improvvisate patrimoniali), che andranno canalizzati nella realizzazione di un vasto programma di riforme, attese da tempo ma anche inedite, in un contesto economico che uscirà profondamente mutato da queste settimane di quarantena sociale ed economica. La crisi Coronavirus, come sottolinea l’economista Fabrizio Barca, sta portando alla luce i danni che il modello neoliberale ha prodotto e al pettine i nodi di una gestione predatoria del welfare e del lavoro. Sarà fondamentale non lasciare nessuno indietro e ripartire dalla ricerca, dalla progettazione e dall’impresa pubblica. 

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