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Dati e studi Istat, Ipsos, Coldiretti e Svimez confermano: la crisi aumenta le disuguaglianze

30/10/2014
Il 20 per cento delle famiglie italiane meno abbienti percepisce il 7,9% del reddito totale (comprensivo degli affitti imputati), mentre il 20 per cento delle famiglie più ricche detiene il 37,7% del reddito totale. E quasi 4 milioni di persone non mette insieme il pranzo con la cena.

Rilevazioni dell’Istat, sondaggi Ipsos-Acri, approfondimenti della Coldiretti, studi della Svimez (leggere l’articolo a parte): tutti i dati resi pubblici questa settimana confermano in modo eclatante una realtà drammatica. La crisi non ha avuto lo stesso effetto su tutti, ma anzi ha reso più acute le differenze. I ricchi sono diventati più ricchi. Molti italiani per resistere hanno cominciato ad intaccare i risparmi. Molti altri hanno fatto grandi passi indietro, perdendo posizioni e altri ancora (quattro milioni di persone secondo la Coldiretti) sono arrivati al punto che fanno fatica a mettere insieme ogni giorno il pranzo con la cena. Sono insomma dati diversi, su basi diverse, raccolti con metodi ed obiettivi differenti, ma che portano tutti allo stesso risultato. Vediamoli.
Alcuni dati dall’Istat, reddito e condizioni di vita nel 2013.
Se si considera il reddito equivalente, comprensivo degli affitti, è possibile ordinare le famiglie dal reddito più basso a quello più alto e classificarle in cinque gruppi (quinti). Il primo quinto comprende il 20% delle famiglie con i redditi equivalenti più bassi, il secondo quelle con redditi medio-bassi e così via fino all'ultimo quinto, che comprende il 20% di famiglie con i redditi più alti.
In una situazione ipotetica di perfetta eguaglianza, ogni quinto avrebbe una quota di reddito pari al 20% del totale. Le famiglie del primo quinto, con i redditi equivalenti più bassi percepiscono, invece, il 7,9% del reddito totale (comprensivo degli affitti imputati) e la quota del quinto più ricco risulta percepire il 37,7% del reddito totale.
Differenze significative si registrano anche rispetto alla ripartizione geografica: il 37,1% delle famiglie residenti nel Sud e nelle Isole appartiene al quinto dei redditi più bassi, rispetto al 13,5% di quelle che vivono nel Centro e all'11,5% delle famiglie del Nord. Nello stesso tempo, nel Nord e nel Centro una famiglia su quattro appartiene al quinto più ricco della distribuzione, quello con i redditi più alti, rispetto all'8,5% di quelle che vivono nel Sud e nelle Isole.
La posizione delle famiglie nei quinti di reddito dipende anche dal numero dei componenti. Soltanto le famiglie composte da un componente risultano ripartite in misura sostanzialmente uniforme fra i diversi quinti. Quelle più numerose, di cinque o più persone, risultano invece più concentrate nel quinto più basso (41,4%) e meno presenti nel quinto più ricco (8,0%). A loro volta, le famiglie di tre componenti risultano più frequentemente collocate nei quinti di reddito alto e medio-alto: il 42,8% di queste famiglie appartiene, in effetti, ai due quinti superiori. Analogo posizionamento si osserva per le famiglie di due componenti.
I risultati appena analizzati si associano alla maggiore presenza nel segmento inferiore della distribuzione dei redditi di famiglie con figli, soprattutto se minori; le coppie con figli, infatti, nel 24,0% dei casi appartengono al quinto inferiore della distribuzione (contro il 12,0% delle coppie senza figli). La posizione delle coppie con figli è relativamente peggiore di quella delle coppie senza figli non solo per quanto riguarda l'appartenenza al quinto dei redditi più bassi, ma anche con riferimento all'intera distribuzione dei redditi. In effetti, il 25,0% delle coppie senza figli appartiene al quinto superiore (contro il 16,8% di quelle con figli). La condizione più grave, ancora una volta, si registra se i figli sono tre o più (il 44,5% di queste famiglie appartiene al quinto di reddito più basso), soprattutto se minori (52,8%).
Il numero di percettori di reddito presenti in famiglia è un fattore importante nel determinare la collocazione delle famiglie nei diversi quinti. Il 28,5% delle famiglie con un solo percettore di reddito appartiene al quinto di reddito più basso, mentre il 26,6% delle famiglie con tre o più percettori risulta collocata nel quinto più ricco. Inoltre, delle famiglie con tre o più percettori, solo il 10,3% appartiene al gruppo più povero. Considerando le fonti di entrata, risulta che il 30,8% delle famiglie il cui reddito principale è il lavoro autonomo appartiene al quinto più ricco, rispetto al 20,8% delle famiglie con un reddito principale da lavoro dipendente e al 17,2% delle famiglie che vivono soprattutto di pensioni e di altri trasferimenti pubblici non pensionistici.
Fra le caratteristiche del principale percettore di reddito, l'elevato livello di istruzione risulta sistematicamente associato a una collocazione della famiglia nella parte alta della distribuzione dei redditi e, quindi, a migliori condizioni economiche. Infatti, quasi la metà delle famiglie (46,6%) il cui percettore principale è laureato appartiene al quinto più ricco della distribuzione.

L’approfondimento della Coldiretti sui dati Istat. Sono 4.068.250 i poveri che nel 2013 in Italia sono stati addirittura costretti a chiedere aiuto per il cibo da mangiare. E' quanto emerge da una analisi della Coldiretti in occasione della divulgazione dei dati Istat relativi alle condizioni di vita degli italiani, sulla base della relazione sul 'Piano di distribuzione degli alimenti agli indigenti 2013 realizzata dall'Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Agea). Per effetto della crisi economica e della perdita di lavoro si è registrato - sottolinea la Coldiretti - un aumento esponenziale degli italiani senza risorse sufficienti neanche a sfamarsi: erano 2,7 milioni nel 2010, sono saliti a 3,3 milioni nel 2011 ed hanno raggiunto i 3,7 milioni nel 2012. In particolare - precisa la Coldiretti - nel 2013 si contano 303.485 persone che hanno beneficiato dei servizi mensa, mentre sono ben 3.764.765 i poveri che nel 2013 hanno avuto assistenza con pacchi alimentari che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che per vergogna prediligono questa forma di aiuto piuttosto che il consumo di pasti gratuiti in mensa. Una situazione drammatica che - continua la Coldiretti - rappresenta la punta di un iceberg delle difficoltà che incontrano molte famiglie italiane nel momento di fare la spesa. Secondo l'Istat infatti - conclude la Coldiretti - ben il 14,2 per cento degli italiani non può neanche permettersi una pasto con un contenuto proteico adeguato almeno una volta ogni due giorni.

Il sondaggio Ipsos condotto per l’Acri in occasione della 90esima Giornata Mondiale del Risparmio.
Lo stato della fiducia. L'87 per cento degli interpellati (campione di mille persone) ritiene grave la crisi, ma ciascuno nel proprio piccolo cerca di uscirne nel modo migliore: cala il numero delle famiglie colpite direttamente (27 per cento) e di quelle che segnalano un serio peggioramento del proprio tenore di vita negli ultimi due-tre anni (23 per cento); ma da soli questi due primi gruppi rappresentano il 50 per cento della popolazione; aumenta il numero di chi si sente soddisfatto della propria situazione economica. E contrariamente al 2013 i fiduciosi sono più degli sfiduciati (rispettivamente 24 e 21 per cento). Ma ovviamente queste sono medie: se si prendono in esame le risposte del Sud e dei non occupati (studenti, pensionati e casalinghe) il panorama cambia in modo drastico.
I consumi. Prosegue il trend già visto nelle indagini degli ultimi anni: calo per il fuori-casa e per alimentari, casa, elettrodomestici. Gli italiani non rinunciano però alle medicine, notizia che fa il paio con quelle che segnalano un aumento dell'uso di antidepressivi in questi anni di crisi. Elettronica e telefonia si confermano invece il "piccolo lusso" del momento, visto che crescono gli acquisti. Anche coloro che hanno migliorato il proprio tenore di vita hanno tagliato i consumi.
Il risparmio. Le interviste confermano il trend già visto negli scorsi anni, quello per cui si preferisce tenere i soldi da parte ed evitare il "mattone", investimento ideale per il 70 per cento nel 2006 e solo per il 24 per cento oggi. Segno più invece per i sottoscrittori di assicurazioni sulla vita e di fondi pensione e per i possessori di fondi comuni. Oggi il 46 per cento degli intervistati non vive tranquillo se non riesce a risparmiare (+1 per cento sul 2013), mentre il 44 per cento mette da parte del denaro solo se questo non comporta troppe rinunce. Preferisce invece godersi la vita senza pensare a risparmiare solo l'8 per cento degli italiani, in calo rispetto agli anni precedenti. In ogni caso, cresce di 4 punti percentuali la quota di chi nell'ultimo anno è riuscito a mettere da parte dei soldi.
Gli imprevisti. Una famiglia su 4 dice che non riuscirebbe a far fronte a una spesa imprevista di 1.000 euro con risorse proprie.
Euro ed Europa. Gli italiani non cavalcano l'euroscetticismo e non se la prendono con l'Europa. Diminuisce la fiducia nell'Ue, al 51 per cento. Ma Bruxelles non è ritenuta responsabile della crisi italiana, causata da malgoverno negli ultimi anni e da mancate riforme (56 per cento). L'Unione europea viene considerata un aiuto indispensabile (57 per cento) e che saprà andare nella giusta direzione (65 per cento). L’Euro, di cui sono insoddisfatti tre italiani su quattro, viene comunque considerato utile per il futuro: fra 20 anni sarà vantaggioso secondo il 52 per cento degli intervistati, a fronte del 47 per cento dello scorso anno.

 

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