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Di fronte ai mercati finanziari siamo tutti un po' greci. Ce lo ricordano gli annunci, gli inviti e i timori di Fed, Boe e Bce.

25/05/2015
Da indiscrezioni sfuggite per caso si è scoperto che la Bank of England ha deciso di studiare gli effetti di una possibile uscita della Gran Bretagna dall'Europa; Draghi invita tutti a fare in fretta le riforme; Yellen annuncia il rialzo dei tassi. E tutti guardano con apprensione alle ripercussioni sui mercati.

Tutti gli sguardi sono fissi sull’esito della trattativa che riguarda il futuro della Grecia. Ma sarebbe un errore pensare che rischi e imprevisti sulla strada della crescita possano arrivare solo da Atene. Lo dimostrano gli interventi, i moniti e anche le notizie di cui sono state protagoniste negli ultimi giorni le banche centrali degli Usa, della Gran Bretagna e dell’Unione europea.

Basta mettere in fila i discorsi di Janet Yellen e Mario Draghi con le informazioni trapelate sulle iniziative riservate della Bank of England per rendersene conto e capire come, al di là dell’ottimismo e della sicurezza di facciata, vi siano diverse preoccupazioni sulla possibilità che i mercati abbiano reazioni brusche e potenzialmente distruttrici di fronte a fatti, eventi, comportamenti considerati pregiudizievoli per gli interessi degli investitori internazionali. Con buona pace degli obiettivi e dell’azione dei governi, dei Parlamenti, delle banche centrali e anche della volontà popolare nei diversi paesi interessati.

Più in particolare, dalle indiscrezioni sulla Bank of England è emersa la decisione della banca centrale britannica di istituire una commissione di studi sui possibili effetti della Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea; la governatrice della Federal Reserve Usa, Janet Yellen, alla Camera di commercio di Providence, ha annunciato la possibilità di un rialzo dei tassi di interesse in Usa; il governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, in un convegno a Sintra, in Portogallo, ha chiesto di nuovo, mettendoci anche un forte pathos, di fare in fretta le riforme strutturali.

Janet Yellen è stata chiara: l’economia Usa è migliorata. Il Quantitative easing praticato per anni ha dato i suoi frutti nel Nord America, ma adesso è venuto il momento di tirare le redini per evitare effetti negativi. Questo significa denaro più caro negli Stati Uniti, quasi certamente con la fine dell’estate; e, per dirla in modo rozzo, più attenzione alla liquidità in circolazione. Dovrebbe seguirne una ripresa del rafforzamento del dollaro e quindi anche qualche problema in più per le esportazioni Usa. Nonostante le buone notizie che si accompagnano alla ripresa, a cominciare dai dati sull’occupazione, finora i mercati finanziari hanno sempre risposto a questi pre-allarmi con scossoni negativi, perché il dollaro a costo zero e la liquidità abbondante sono stati un alimento decisivo per il sostegno della domanda sul mercato finanziario Usa. Che cosa faranno Ora? E soprattutto, che cosa saranno pronti a promettere e a cedere i candidati alla presidenza per le elezioni dell’anno venturo di fronte all’eventuale alzata di scudi di Wall Street? Nessuno può dirlo oggi. Ma non v’è dubbio che questo sarà un tema caldissimo. Come sarà importante il capitolo delle regole per la finanza, soprattutto alla luce delle ripetute ma apparentemente ininfluenti multe miliardarie comminate alle grandi banche per le malefatte, i raggiri, le bugie che hanno utilizzato per ottenere profitti negli ultimi anni, prima e dopo la crisi del 2008. L’ultima in ordine di tempo riguarda gli accordi sottobanco, ai danni dei clienti, sul livello dei cambi. In una campagna elettorale in cui è stato abolito qualsiasi limite alla quantità di denaro che un singolo sostenitore può offrire ai candidati è fin d’ora prevedibile che aumentino le pressioni su Janet Yellen perché la Federal Reserve lasci le briglie lente sul collo dell’economia. E non si può proprio escludere che, di fronte all’eventuale fermezza della Fed, non si verifichi qualche scossone.

Quanto alla Boe, una mail è sfuggita al controllo e “casualmente” è finita nei computer di alcuni giornalisti. Vi si rivelava che la Bank of England ha deciso di istituire un gruppo di studio per capire che cosa potrebbe accadere se, dopo il referendum sull’Europa del 2017, la Gran Bretagna dovesse uscire dall’Unione. A Londra è successo il finimondo. La stampa ne ha fatto un caso da prima pagina. Ma la sorpresa non si capisce dove sia: le ripercussioni economiche e il comportamento dei mercati di fronte a un’ipotetica Brexit sarebbero tali da far vacillare la Gran Bretagna, da minare la vera forza di Londra, per larga parte basata sull’ampiezza e sull’importanza del mercato finanziario.

Infine, ma non in ordine di importanza, l’intervento di Mario Draghi a Sintra. Draghi ha ripetuto per l’ennesima volta il tema della fretta, dell’urgenza con la quale bisogna lavorare alla riforme strutturali, perché tra i paesi europei le diversità di condizione rischiano di diventare una mina per l’unità e per lo stesso euro. Dov’è la novità? Nel pathos: manca solo un anno, al massimo un anno e mezzo al momento in cui Draghi potrebbe essere costretto ad annunciare le stesse cose che ha appena detto Janet Yellen, perché si è timidamente rimessa in moto la crescita, ma anche l’inflazione.  La Germania a quel punto metterebbe implacabilmente il piede sul freno. La preoccupazione di Draghi è dunque chiara: invece di vedere grandi progressi, la Grecia balla sull’orlo del baratro, la Gran Bretagna gioca con l’idea di un’uscita dall’Unione, la Germania si ostina a vellicare la pancia della sua opinione pubblica e quindi a non cambiare direzione alla sua politica, gli Usa dovranno tornare ad una politica monetaria più attenta, e tutto questo comporta il rischio che si verifichi un improvviso cambiamento di clima nei mercati, capace di vanificare lo sforzo della Banca centrale europea e anche quelli dei singoli governi.

Bisogna far presto, dunque, perché allo stato attuale – e anche in futuro, se non cambia nulla - la forza dei mercati finanziari non è contrastabile da un singolo governo, né da una singola banca centrale. La quantità di liquidità in circolazione, la ricerca di un profitto continuo senza il quale l’industria della finanza perderebbe peso e potere, la possibilità di spostare in un lasso di tempo minimo somme stratosferiche da un continente all’altro, da un tipo di investimento a un altro, oggi costituiscono un limite al potere della politica, all’autodeterminanzione dei popoli e anche all’intervento delle istituzioni economiche più forti e ascoltate. Un movimento globale di capitali può spazzar via in un attimo qualsiasi sacrificio.

Oggi questa realtà è drammaticamente evidente per i greci. Ma la verità è che vale, e continuerà a valere se la politica non sarà in grado di riprendere in mano le redini, anche per tutti gli altri, per gli Usa, per la Gran Bretagna, per l’Europa. 

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