
Stoccate ai cantori dell’austerity, rivendicazione dei risultati ottenuti, allarme per il ritardo con il quale l’Unione europea stenta a diventare tale (unione bancaria, mercato dei capitali, coordinamento delle politiche per la crescita): Mario Draghi, presidente della Bce, in un discorso al Fondo monetario internazionale, a Washington, si è tolto qualche sassolino dalla scarpa, ma soprattutto ha spiegato con limpidezza le ragioni della politica scelta dalla Bce e la necessità di una diversa politica europea. Ragioni che possono essere riassunte nella constatazione che l’Europa intera si stava avvitando in una trappola della liquidità: poca crescita, aspettative negative, quindi meno consumi, meno investimenti, deflazione e quindi nuovo alimento per la sfiducia, ancor meno consumi e investimenti, in un circolo vizioso che si autogenera. Esempio di scuola, il Giappone.
Da qui la scelta di dare una scossa con tre mosse successive: intervento sui tassi di interesse per una drastica riduzione, fino allo zero, fino a tassi negativi; operazioni non convenzionali di credito alle banche; e quindi l’avvio del cosiddetto Quantitative easing. Draghi non ha negato i rischi di una spinta di questo genere (futura inflazione, difficile uscita da una condizione di denaro a costo zero, come sta avvenendo negli Usa). Ma ha puntato il dito con chiarezza sui benefici che si stanno ottenendo in termini di riavvio della crescita, di primi segnali di un risveglio.
Tuttavia, è stato anche chiaro sul futuro: i rischi potenziali potrebbero diventare reali e vi è anche la possibilità, nonostante gli sforzi, che la crescita non si consolidi. La ragione? Semplice: perché vi sia una maggiore certezza su un esito complessivamente positivo l’Europa deve diventare più Europa, l’unione deve fare passi in avanti e non passi indietro. Esattamente il contrario di quanto predicano gli inglesi e di quanto pensa una buona parte dell’opinione pubblica dei paesi del Nord, a cominciare da quella tedesca.
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