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Ei Towers-Rai Way: non basterebbe una separazione societaria per superare i limiti antritrust

20/03/2015
Il provvedimento di avvio dell’istruttoria antitrust riguarda non solo la costituzione di un monopolio nel mercato delle “torri” per la TV, ma anche gli effetti che l’operazione avrebbe su alcuni importanti mercati a valle: i mercati del broadcasting digitale, quello della televisione gratuita e della relativa raccolta pubblicitaria, il mercato della pay tv.

L’offerta pubblica di acquisto e scambio (OPAS) sul totale delle azioni di Rai Way, comunicata da EI Towers all’Autorità antitrust italiana il 25 febbraio, sta suscitando un dibattito vivace e confuso al tempo stesso.

Vediamo innanzitutto i termini ed i passaggi istituzionali dell'operazione. Si tratta di un’offerta sul totale delle azioni di Rai Way, per un eventuale esborso da parte di EI Towers di gran lunga superiore al miliardo di euro (è stato stimato un pagamento di 1,22 miliardi di euro soltanto per i 2/3 delle azioni). L’offerta è subordinata ad alcune condizioni (tra cui, il raggiungimento di una quota di almeno il 66,67% e l’assenza di condizioni da parte dell’Antitrust). Dal punto di vista procedurale, l’OPAS è al vaglio della CONSOB, che deve approvare (o meno) il prospetto notificatole il 16 marzo. Nel frattempo, l’Autorità antitrust sta svolgendo l’istruttoria per verificare la compatibilità dell’operazione di acquisizione con le norme a tutela della concorrenza. Entrambe le autorità dovranno formulare le loro valutazioni entro la fine del mese di marzo. La proposta di decisione dell’Antitrust dovrà inoltre tenere conto del parere dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

L’operazione, che condurrebbe alla costituzione di un unico operatore nel mercato delle infrastrutture per la diffusione dei segnali televisivi (c.d. mercato delle torri), suscita assai forti perplessità sotto diversi profili.

In primo luogo, l’ammissibilità stessa, e quindi le possibilità di successo, di un’OPAS – totalitaria od anche limitata ai 2/3 delle azioni – in presenza di una previsione normativa che mantiene allo Stato almeno il 51% delle azioni di Rai Way e, soprattutto, di fronte alla dichiarata volontà del Governo a non mutare orientamento, come testimoniato da ultimo dall’intervento del primo ministro.

In secondo luogo, l’operazione di concentrazione risulta di assai difficile compatibilità con la concorrenza, come già si evince dal provvedimento di avvio dell’istruttoria antitrust. Non solo per la costituzione di un monopolio nel mercato delle “torri” per la TV, ma anche per gli effetti che l’operazione avrebbe su alcuni importanti mercati a valle: i mercati del broadcasting digitale, quello della televisione gratuita e della relativa raccolta pubblicitaria, il mercato della pay tv.

Da ultimo, si devono considerare gli effetti sul pluralismo dell’informazione, materia su cui vigila l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni: riflessi evidenti e non trascurabili nel momento in cui sono coinvolti i mercati televisivi.

Ma se il percorso ad ostacoli è così complicato e probabilmente destinato all’insuccesso, per quale motivo EI Towers, ossia in ultima istanza Mediaset, ha comunque promosso l’operazione?

Al riguardo, sono state proposte tesi diverse, talora confuse ed anche basate su elementi non corretti.

Tralasciando l’ipotesi che si tratti di un’operazione mirata a produrre un artificiale innalzamento delle quotazioni delle due imprese coinvolte, tema su cui CONSOB e magistratura indagheranno se del caso, si possono prendere in considerazione due altre spiegazioni.

La prima ipotesi che circola immagina che – con l’OPAS - Mediaset voglia impedire che Rai Way sia acquisita da altri o, a sua volta, possa interessarsi al confinante business delle torri per i servizi di telefonia mobile: infatti, essendo Rai Way sotto OPAS, scatterebbe la cosiddetta passivity rule che impedisce agli amministratori di una società sotto scalata di intraprendere azioni difensive prima di avere avuto il consenso dell’assemblea degli azionisti. E’ un’ipotesi che certamente sarà valutata da CONSOB, anche se non appare molto plausibile, soprattutto con riguardo alle possibilità di iniziative di RAI.

Piuttosto, vi è un’altra ipotesi ricorrente – e maggiormente interessante – che attribuisce a Mediaset l’intenzione di avviare comunque un negoziato con RAI e quindi con il suo azionista, il Ministero dell’economia, per costituire l’operatore unico delle torri, secondo uno schema pubblico-privato, ove il pubblico potrebbe essere rappresentato anche da Cassa Depositi e Prestiti, oltre che da RAI. La strategia sarebbe quella di unificare le attività nel mercato delle torri per la diffusione televisiva, per poi aggregare anche qualche operatore nel settore delle torri per la telefonia mobile. L’ipotesi sembra avere un significato economico, anche se va valutata alla luce di due aspetti: i) i due mercati delle torri sono distinti, in quanto differenti sono le condizioni di domanda e di offerta che li caratterizzano, e le sinergie tra i due business appaiono alquanto limitate; ii) il mercato delle torri per la telefonia mobile è in una fase di profonda trasformazione, come pure è probabile un processo di consolidamento del mercato della telefonia mobile; ne consegue che vi sono elementi di incertezza sulla redditività di questo business.

Questo scenario si scontra, in ogni caso, con problematiche antitrust che appaiono insormontabili. Difatti, se, da un lato, è vero che il mercato delle torri ha caratteristiche di monopolio naturale, dall’altro lato, è altrettanto certo che – da nessuna parte – è consentito che il monopolista delle torri operi anche nei mercati a valle, a cominciare da quello del broadcasting digitale, per proseguire con i mercati della tv, free e pay. Quindi, se si dovesse pervenire alla costituzione di un unico operatore nel mercato delle torri, questo non potrebbe vedere la partecipazione, nemmeno di minoranza, di RAI e Mediaset. Dice quindi una sciocchezza chi sostiene che l’operazione di concentrazione potrebbe essere autorizzata, a condizione di operare una separazione societaria: la separazione necessaria sarebbe di tipo proprietario e, pertanto, RAI e Mediaset dovrebbero vendere le rispettive società (Rai Way ed EI Towers).

E’ evidente, d’altro canto, che vendere un monopolio è più profittevole che vendere quote di mercato.

Per altro verso, la separazione societaria tra operatore di rete ed emittente televisiva già esiste, con il passaggio al digitale terrestre.  A questo riguardo, piuttosto, non è stata finora notata una certa “confusione” che contraddistingue la filiera RAI rispetto a quella Mediaset. Più precisamente, la filiera è costituita da tre distinti livelli: torri, broadcasting digitale (i multiplex o mux), free e pay tv. Nel caso di Mediaset, nel primo mercato opera EI Towers, nel secondo EI (Elettronica Industriale) e nel terzo RTI è attiva nel mercato free (mentre Mediaset premium è attiva in quello pay). Nel caso di RAI, nel primo mercato opera Rai Way, nel terzo RAI, mentre nel secondo mercato – come segnala l’Antitrust al punto 26 del suo provvedimento d’avvio – RAI è titolare dei multiplex, ma Rai Way detiene i relativi impianti di diffusione. Questo è un aspetto su cui occorre fare chiarezza: l’acquisizione di Rai Way da parte di EI Towers si limita alle sole torri o riguarda anche gli impianti di diffusione? E, se contempla anche gli impianti di diffusione, cosa accade ai 5 mux della RAI?

In conclusione, l’operazione solleva di certo problematiche concorrenziali, peraltro in presenza di una procedura d’infrazione comunitaria per l’eccessiva concentrazione del mercato televisivo italiano, e può produrre rilevanti riflessi sul pluralismo dell’informazione, ossia su un diritto di rilievo costituzionale. A questo punto, anche qualora si immaginasse che l’OPAS di EI Towers abbia avuto una qualche forma di implicita copertura a livello politico nazionale, e si temesse un vaglio delle competenti Autorità nazionali alquanto “blando”, c’è da considerare che – comunque e per fortuna – vi sarebbe sempre un giudice a Bruxelles con cui fare i conti.  

 

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