
Sono numerosi i processi di riforma che investono il sistema degli enti territoriali. La madre di tutte le riforme è, naturalmente, quella della Costituzione, che cancella le province dal novero degli enti costitutivi della Repubblica, riordina la suddivisione delle competenze legislative tra Stato e regioni, introduce una clausola di supremazia della legislazione statale e trasforma il Senato in una camera rappresentativa delle istituzioni territoriali. E’ una riforma che inverte la rotta rispetto al decentramento avviato a metà degli anni novanta e riporta al centro poteri e competenze. La legge 56 del 2014 ha trasformato le province in enti di secondo livello, ha istituito le città metropolitane e ha innovato la normativa sulle unioni e fusioni di comuni. Nel 2015 entra pienamente in vigore la nuova contabilità degli enti locali, prevista dal decreto legislativo 118 del 2011. Ulteriori misure sulle autonomie locali sono infine contenute nella legge delega di riforma della PA in discussione al Senato.
Queste riforme incrociano però una situazione finanziaria difficile. La legge di stabilità 2015 non è certo la peggiore tra le manovre economiche che si sono susseguite dal 2008 in avanti. Il contributo chiesto agli enti territoriali è importante (un terzo delle risorse complessivamente reperite e quasi metà delle riduzioni di spesa), ma il patto di stabilità viene allentato di molto per favorire gli investimenti locali. Il problema è che tutto questo interviene dopo parecchi anni di sacrifici a colpi di tagli di spesa e inasprimenti dei vincoli di bilancio. Il risultato, taglio dopo taglio, è una situazione ormai paradossale: i comuni da una parte, le province e le città metropolitane dall’altra sono diventati finanziatori netti dello Stato. Nel 2015 i primi daranno allo Stato 600 milioni in più di quanti ne riceveranno. Per gli enti di area vasta il saldo negativo è ancor più grande: 1 miliardo e 600 milioni.
Il combinato disposto di queste scelte ha lasciato aperti nodi importanti, che vanno affrontati rapidamente se vogliamo che le riforme di cui sopra non deraglino.
Mi riferisco, in primo luogo, all'attuazione della legge 56/2014 per quanto riguarda province e città metropolitane.
I numeri di Sose – che ha stimato la spesa efficientata per le funzioni fondamentali e la capacità fiscale standard delle province e città metropolitane - ci dicono che il taglio assorbibile senza intaccare l’esercizio delle funzioni fondamentali è di 684 milioni. Il taglio effettivamente chiesto a province e città metropolitane delle regioni a statuto ordinario è di 900 milioni nel 2015, 1,8 miliardi nel 2016 e 2,7 miliardi nel 2017.Già 2015, quindi, province e città metropolitane da una parte rischiano di non avere risorse sufficienti per esercitare le funzioni fondamentali. Dall’altra a causa del ritardo nell’attuazione della legge 56, continuano a pagare funzioni e personale che competerebbero ad altri enti della Pa.
Dal 2016 questa situazione è destinata a peggiorare ulteriormente.
Per questo, credo che sia utile che le commissioni bilancio di Camera e Senato analizzino la situazione che emerge dai rendiconti 2014 di province e città metropolitane. Bisogna verificare l'effettivo impatto della manovra 2016-2017, sollecitando se necessario il Governo a rivederla.
Nell'immediato, il PD alla camera con una mozione ha impegnato il governo ad adottare con la massima sollecitudine una serie di iniziative per affrontare alcune di queste criticità:
Una serie di ulteriori criticità riguardano i comuni e le regioni.
Nell'immediato, è necessario:
Per affrontare questi problemi serve uno specifico decreto legge.
Nella prospettiva della legge di stabilità 2016 vi sono ulteriori questioni su cui concentrare da subito l'attenzione:
Il programma è vasto, indubbiamente. Ma è fattibile e non ha bisogno di coperture gigantesche dal punto di vista finanziario. L’obiettivo, del resto, è importante: definire, dopo anni di tagli e di instabilità, un assetto finanziario certo ad enti che governano un terzo della spesa pubblica primaria e tanti, importanti servizi.
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