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Gas: è illusorio sperare di bloccare la costruzione di Nord Stream due, piuttosto chiediamo in cambio di poter aprire una rotta Sud per il gas russo

02/02/2016
L'Italia è il terzo Paese in Europa per utilizzo del gas naturale, ma è l'unico ad avere una sola rotta per l'importazione del gas russo che rappresenta quasi la metà di tutte le esigenze nazionali. Cercare di bloccare la realizzazione del Nord Stream due è abbastanza illusorio. Possibile invece negoziare il via libera al Nord in cambio del via libera a una rotta anche attraverso il Sud. Le tre mosse per un piano B, che guardi anche al Gas naturale liquefatto e alle infrastrutture per il bacino del Mediterraneo orientale, dove Grecia, Cipro e Israele si sono già mossi senza l'Italia.

"Israele, Grecia e Cipro hanno deciso di formare un comitato per studiare la fattibilità di un gasdotto che raccolga le nostre comuni risorse di gas naturale, da Israele e Cipro, per esportarle via Grecia in Europa". Lo ha affermato il premier israeliano Benyamin Netanyahu in seguito all'incontro svolto giovedì 28 gennaio a Nicosia con il presidente cipriota, Nicos Anastasiades, e il primo ministro greco, Alexis Tsipras.

L’Italia, il secondo Paese manifatturiero d’Europa e per questo anche il più importante mercato del gas nel Mediterraneo, era assente. Di più: tagliata fuori, proprio mentre è sempre più chiaro che nel prossimo futuro rischia di andare incontro a problemi crescenti nell’approvvigionamento di gas naturale, decisivo per la produzione di energia elettrica e per poter rispettare gli impegni nella lotta al cambiamento climatico senza dover pagare un prezzo troppo alto in termini di competitività.

Ma non è un caso. La verità è che il Paese, pur avendo capacità tecniche ai massimi livelli, forze adeguate e anche possibilità progettuali, come dimostrano i successi continui dell’Eni, è oggi limitato dalla mancanza di una visione sul futuro energetico del Paese da parte della politica. Perfino la strategia energetica nazionale del 2013, che pure aveva un senso e una ragione per essere perseguita, langue in mano alla burocrazia, in attesa di regolamenti, gare, autorizzazioni, senza una guida e una visione d’insieme.

Eppure, sfide da far tremare i polsi ci attendono, in particolare per il 2019. E varrebbe la pena di dotarsi di impegni strategici e anche di possibili piani di riserva di fronte a quel che può accadere, senza limitarsi a inveire e alzare la voce verso progetti che presumibilmente non riusciremo a fermare, come la realizzazione del Nord Stream due fortissimamente voluto dalla Germania, ma che potremmo usare per ottenere il via libera su iniziative che potrebbero garantirci un futuro senza patemi.

Basta fare il punto della situazione ad oggi per rendersene conto. In Europa l’Italia è il terzo Paese per utilizzazione del gas dopo Gran Bretagna e Germania. Dal punto di vista delle quantità, nel 2015 l’Italia ha consumato circa 67 miliardi di metri cubi di gas naturale, molti di meno rispetto ai picchi raggiunti prima nella crisi (meno 20 miliardi rispetto al 2008) e per larga parte (circa 60 miliardi di metri cubi) vengono importati.

Dal punto di vista delle provenienze, circa la metà di questi 60 miliardi di metri cubi importati arriva dalla Russia. Il resto da Libia, Algeria e un po’ di gas naturale liquefatto (Gnl via ExxonMobil, Edison e poco altro dal Nord Europa). Dal punto di vista della sicurezza, tutto il volume del gas russo verso l’Italia passa attraverso da una sola rotta: quella dell’Ucraina. L’Italia è l’unico grande Paese che concentra così l’import di gas russo. La Germania, tanto per fare un esempio, importa il gas russo da tre direttrici: Nord Stream già esistente, la Polonia, l’Ucraina.

In queste condizioni da qui al 2019 l’Italia corre molti rischi. Entro il 2019 scadono infatti i contratti di passaggio del gas dalla Russia all’Ucraina e i contratti per il passaggio del gas dall’Algeria alla Tunisia. Ci troviamo dunque con i due principali esportatori verso l’Italia che potrebbero riservare sorprese. La Russia per i controversi rapporti con l’Ucraina. L’Algeria perché ha un’economia in crescita e una domanda interna in crescita, le quali potrebbero rendere necessario un ripensamento sulle quote da esportare (oggi l’Algeria produce circa 90 miliardi di metri cubi di gas naturale).

L’Italia potrebbe pagare cara, dunque, la strettoia dell’unica rotta per il gas di Mosca. Non in termini di quantità, ma di prezzo. Se Putin deciderà di chiudere i rubinetti verso l’Ucraina e realizzare il passaggio cosiddetto Nord Stream due, cioè la conduttura che passa sotto il Baltico, ’Italia non dovrebbe avrebbe problemi di importazione, perché potrebbe ottenere il gas naturale attraverso la Germania; ma anche se così fosse, lo pagherebbe ben salato: nel Nord Europa c’è un mercato del gas molto liquido con prezzi che sono il frutto di una forte concorrenza di mercato. L’industria locale se ne avvantaggia rispetto ai concorrenti di altri Paesi. Se l’Italia dovesse importare la metà del suo gas dalla Germania sostanzialmente dovrebbe pagarlo quanto il prezzo medio sul mercato nord europeo, più il costo del trasporto (almeno). Questo significa che tutto il sistema economico italiano, dai consumatori ai produttori, rischierebbe dal 2019 di avere un costo di base più alto per il gas e per l’energia prodotta con il gas rispetto ai propri concorrenti, con un danno di competitività enorme.

Ecco dunque condizioni e problemi che possiamo trovarci di fronte. Come pensiamo di affrontarli? E, più precisamente, c’è un piano B nel caso in cui si chiudano i rubinetti del gasdotto via Ucraina?

In questo contesto una buona notizia è lo sviluppo del Tap (dieci miliardi di metri cubi di gas naturale). Notizia potenziale, perché i tempi di avvio dei lavori sembrano slittare per i problemi legati all’accettabilità dell’opera in Puglia. Ma il punto più importante è un altro: dovremmo evitare di restare con una sola rotta per l’importazione di gas russo (sia via Ucraina, sia via Germania). In altre parole è decisivo tentare di ottenere il via libera per una rotta meridionale, che sia quella del South Stream o la rotta turca. Questo ci consentirebbe di importare meno gas da Nord e favorirebbe un passaggio del gas da Sud a Nord, contribuendo a realizzare anche a Sud un mercato liquido del gas, in modo da ottenere prezzi di fatto in linea con il gas venduto al Nord e salvaguardare così la competitività del sistema Italia.

Ma come si può ottenere questo risultato, considerato il fermo per South Stream e la decisione della Germania di procedere alla realizzazione del Nord Stream due? Intanto, sarebbe opportuno prendere atto che l’opposizione secca alla costruzione del Nord Stream due rischia di essere uno sforzo sterile. E’ più che possibile che questa infrastruttura si faccia lo stesso: la Germania lo vuole fortissimamente, e con lei molti Paesi del Nord e del Centro Europa. Più utile e praticabile è invece la possibilità di negoziare il via libera al Nord Stream due in cambio del benestare per la realizzazione di una rotta per portare il gas russo anche a Sud.Da qui può prendere le mosse un vero piano B per l’Italia. Da articolare almeno in tre mosse.

La prima mossa è quella, come si è detto, di lavorare per una rotta Sud di importazione del gas russo. Il Nord Stream 2 non potrebbe servire parte dei Balcani e del Sud Est Europa. Gazprom, il gigante russo del gas, non vuole essere costretta a mantenere a tutti i costi la struttura con l’Ucraina. E i Balcani tutti insieme non formano un mercato sufficientemente interessante. Per un esportatore lo diventerebbe solo se si aggiungesse l’Italia. Tutto questo significa che avere un passaggio a Sud per il gas russo non conviene solo all’Italia. Lasciar fare il Nord Stream 2 e ottenere in cambio una rotta a Sud significherebbe dunque poter avere due nuovi tubi di passaggio a Nord per un totale di 55 miliardi di metri cubi di gas e due nuovi tubi da Sud verso la Turchia o la Bulgaria per circa 32 miliardi di metri cubi di gas naturale, uno dedicato alla Turchia e uno dedicato a Grecia, Bulgaria, Italia. Come la Germania, noi potremmo avere in questo modo tre rotte di approvvigionamento: quella del Nord attraverso la Germania, quella Ucraina come oggi, quella del Sud.

La seconda mossa per un piano B dovrebbe riguardare il Gnl, il gas naturale liquefatto, che si trasporta via nave. Nei prossimi anni, per effetto degli sviluppi in Australia e USA e della riduzione della crescita cinese, ce ne sarà in quantità considerevoli . E’ un’opportunità da sfruttare. Ma come? In Italia non ci sono strutture davvero adeguate rispetto alle esigenze del mercato nazionale. Vi è il terminale di Livorno, una struttura con una capacità di stoccaggio da soli 130 mila metri cubi di gas, ad oggi poco utilizzata in virtù dei sui costi di utilizzo (cmq. garantiti dalle bollette di tutti i consumatori italiani) decisamente più elevati di quelli offerti dai terminali del Nord Europa.

In questo contesto, tenendo in conto della volatilità del mercato GNL, non è facile pensare a uno sviluppo infrastrutturale che parta dall’autonoma spinta del mercato: nessun privato sarebbe disposto a investire almeno un miliardo di euro nell’attuale incertezza delle dinamiche. L’unica soluzione per attrarre un adeguato quantitativo di GNL a condizioni competitive sarebbe quella di consentire (come già previsto dalla Strategia energetica nazionale del 2013) la realizzazione dei nuovi terminali di rigassificazione in contesto regolato (con garanzie di ricavi). Un piano del genere potrebbe essere realizzato se si attuasse il disegno del 2013, ma come sempre la realizzazione degli interventi normativi legati al futuro del Paese latita, superata dalla urgenze contingenti. Se la politica riprendesse la guida, è chiaro che potrebbe fare una gara per scegliere (e non a infrastrutture già costruite) quale progetto tra quelli possibili (ve ne sono diversi, a cominciare da quello dell’Enel a Porto Empedocle) sarebbe il migliore per offrire il servizio richiesto al minor costo.

Infine, ma non in ordine di importanza, l’Italia potrebbe-dovrebbe diventare il soggetto aggregante dei volumi di mercato del gas naturale nel bacino del Mediterraneo. Basti ricordare l’ultimo incontro tra Israele, Cipro, Grecia. Il Mediterraneo orientale non è certo il Mare del Nord. Ma lì in prospettiva vi sono più riserve che in Azerbajan. E sono vicine. Oggi l’Italia è totalmente assente. Ha delegato all’Eni, che ha anche positivamente scovato nuove fonti di fronte all’Egitto. Ma sarebbe un errore affidare tutta la strategia futura all’Eni e al gas egiziano: il Gnl può essere portato ovunque e l’Eni è un’azienda, per quanto con un forte azionista pubblico. In futuro potrebbe vedersi costretta a inviare il Gnl in luoghi lontani e più proficui per il proprio bilancio, piuttosto che usare il Gnl per garantire e vendere gas naturale in Italia.

La scelta migliore per l’Italia, anche dal punto di vista delle riserve presenti e da sfruttare nel Mediterraneo orientale, sarebbe dunque la realizzazione di un’infrastruttura fissa, ma che arrivi alle nostre coste attraversando la Grecia. L’Italia se ne gioverebbe e con le proprie necessità potrebbe garantire il raggiungimento di una consistenza utile a soddisfare condizioni di mercato per questa infrastruttura.

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