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Governo e variazione del Def: si alzano le stime di crescita e il deficit (sperando nella benevolenza Ue) per realizzare (non tutte) le promesse.

19/09/2015
Pil a più 1,6 nel 2016 e deficit/Pil al 2,2 per cento. Quasi 18 miliardi di flessibilità. Certezza sulle risorse per togliere la Tasi a tutti. Meno certa la disponibilità per mantenere lo sgravio contributivo per le assunzioni in tutta Italia. In allegato la nota di variazione del Def e la relazione al Parlamento.

Con la Nota di variazione del Def il governo ha rivisto al rialzo le stime di crescita per quest’anno (da +0,7% di aprile a +0,9%) e per il 2016 (+1,6% rispetto a +1,4%). Nello stesso tempo, è stato aumentato il livello di indebitamento netto programmato per il 2016: ad aprile era stato definito a 1,8%, adesso viene elevato al 2,2 per cento. È stato inoltre spostato in avanti di un altro anno, dunque al 2018, il target del pareggio strutturale, mentre nel 2017 l’indebitamento netto strutturale sarà dello 0,3% con un rapporto deficit/Pil all’1,1 per cento.
Più crescita prevista e più deficit (sperando che l’Europa ci conceda grande flessibilità), in modo da avere i margini per rispettare le diverse promesse fatte agli italiani. L’intenzione del Governo è quella di beneficiare quasi completamente dei margini di flessibilità previsti dalle regole europee: uno 0,1% ulteriore in virtù della clausola delle riforme strutturali (oltre allo 0,4% già ottenuto) e uno 0,5% in più per la clausola degli investimenti sostenuti tramite il cofinanziamento europeo, un margine che sarebbe usato per lo 0,3 per cento. L’Italia chiederà inoltre una flessibilità addizionale fino allo 0,2% del Pil nel 2016 (3,3 miliardi) per i costi che si è assunta nella gestione dell’emergenza migranti. Se arriverà l’ok di Bruxelles, l’Italia potrà ricorrere a margini di flessibilità per un totale di più di un punto di Pil, fino a 17,9 miliardi di euro.
Nonostante l’ennesimo slittamento, l’Italia ha confermato formalmente l’impegno a ridurre il debito pubblico dal 132,8% di quest’anno (valore corretto al rialzo dello 0,3%) al 131,4% del 2016 (contro il 130,9% previsto ad aprile), con un calo ancora più marcato negli anni successivi: 127,9% del Pil nel 2017, 123,7% nel 2018 e 119,8% nel 2019. Il saldo primario dovrebbe passare dall’1,7% di quest’anno al 2% del 2016, fino al 3% del 2017, per poi collocarsi tra il 3,9% e il 4% negli ultimi due anni di previsione.

Dal punto di vista degli obiettivi, il governo punta a sostenere la crescita per aggredire da questo versante il rapporto con il debito e per dare nuova spinta al Paese. Il presidente del Consiglio ha confermato la decisione di procedere al taglio delle imposte, cominciando dal togliere l'Imu e la Tasi sullerime case per tutti, anche per i più abbienti (ovviamente vengono lasciate su castelli e ville super, ma non su abitazioni di lusso anche nelle città dove gli immobili di questo genere valgono una fortuna). Non altrettanto certa è la consistenza delle risorse destinate a tagliare anche nel 2016 e per un triennio i contributi per le imprese che fanno nuove assunzioni a tempo indeterminato: è possibile che la ristrettezza deinumeri imponga di lasciare questa fortissima spinta all'occupazione non per tutte le imprese, ma solo per quelle che hanno sede nelle aree più disagiate del Paese, cioè nel Mezzogiorno. 

AllegatoDimensione
PDF icon Def, Nota di aggiornamento2.23 MB
PDF icon Def, relazione alle Camere334.33 KB

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