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Il marchio Made in Italy e la qualità del lavoro spingono molte imprese a tornare in Italia

09/07/2014
Sotto la lente dei ricercatori 68 operazioni di back-shoring, 26 dalla Cina, 18 dall'Europa dell'Est, 11 da altri Paesi asiatici e dall'Europa Occidentale, 2 dal Nord America.

A volte ritornano. L’Italia è al secondo posto nel mondo, dopo gli Usa, nella classifica dei rientri delle imprese manifatturiere che all’estero credevano di trovare la risposta ai propri problemi. Lo si afferma in uno studio sul cosiddetto back-shoring (rilocalizzazione), fenomeno crescente e che riguarda la ricollocazione della produzione aziendale nel territorio d'origine. La ricerca è stata realizzata dall’UniclubMore, che raggruppa studiosi di diverse università italiane (Aquila, Modena, Reggio, Catania, Udine e Bologna).
Dei 304 casi analizzati, 134 riguardano aziende statunitensi, la maggior parte delle quali ha lasciato la Cina (81 operazioni di back-shoring) o altri Paesi asiatici (37), mentre poche aziende hanno lasciato l'America Centro-meridionale (8 operazioni), l'Europa Occidentale (5), l'Europa dell'Est (2) e l'America Settentrionale (1).
Al secondo posto di questa classifica si colloca l'Italia, con 68 operazioni back-shoring, 26 dalla Cina, 18 dall'Europa dell'Est, 11 da altri Paesi asiatici e dall'Europa Occidentale, infine 2 dal Nord America.
La Germania, con 42 rientri, ha abbandonato Cina ed Europa Occidentale (11 e 10 operazioni), Europa Orientale (9), altri Paesi asiatici (6) America Centro-meridionale (5) e Nord America (1).
Ben 20 sui 29 casi di back-shoring francesi provengono dalla Cina e 13 dalla Gran Bretagna.
Al primo posto tra i Paesi "lasciati" dalle aziende c'è la Cina, con 163 casi analizzati, seguita dagli altri Stati asiatici (57) e dall'Europa dell'Est (37). La maggior parte delle imprese che ha lasciato la Cina lo ha fatto tra il 2007 e il 2010 (78 operazioni). Nello stesso periodo sono stati abbandonati, preferendo i territori d'origine, anche l'Europa dell'Est e l'Europa Occidentale, mentre il picco di "fughe" dagli altri Paesi asiatici è avvenuto nel 2012.
Dei 304 ritorni alla base, la maggior parte riguarda aziende del vestiario e delle calzature (soprattutto da Cina e altri paesi dell’Asia), seguite da quelle del settore meccanico (in questo caso anche Europa dell’Est, oltre che Cina), elettronico e delle forniture.
Secondo un sondaggio condotto tra gli imprenditori italiani dai ricercatori del gruppo UniClub, il 42 per cento delle imprese è tornato indietro in considerazione dell’effetto positivo che ha il brand Made in Italy sul consumatore, associato a prodotti di buona manifattura; il 24 per cento degli imprenditori ha indicato come motivazione per operazioni di back-shoring lo scarso livello di qualità della produzione off-shored; la terza ragione (per il 21 per cento) è stata la necessità di un'attenzione maggiore verso i bisogni del clienti; il 18 per cento delle imprese è tornato indietro a causa della pressione sociale nel Paese di origine; per il 16 per cento ha contato il fattore competenza; per il 13 la disponibilità di capacità produttiva a seguito della crisi economica nel Paese di origine e la riduzione del divario del costo del lavoro; infine, l’11 per cento delle imprese ha giustificato il proprio ritorno in patria con i minori costi logistici.

 

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