
Lunedì scorso, 2 febbraio, Habib Essid, incaricato dal neoeletto presidente della Tunisia, Beji Caid Essebsi, di formare il governo, ha presentato un gabinetto appoggiato da una larga maggioranza parlamentare. Ci sono state lunghe e difficili trattative e un primo tentativo con il quale Nidaa Tounes, il partito di maggioranza relativa, ha cercato di fare da solo, che si è subito rivelato insostenibile e, saggiamente, è stato lasciato cadere.
L’importanza di questo governo è, da un lato, simbolica poiché è il primo di un sistema costituzionale ormai a regime e non più un governo di transizione; dall’altro, le sue scelte sono destinate ad avere un’influenza strategica sul destino politico della Tunisia perché determineranno la stabilizzazione della transizione democratica del paese oppure la sua destabilizzazione, e quindi se la Tunisia resterà l’eccezione della Primavera Araba o andrà anch’essa verso una reazione autoritaria, come in Egitto, o il caos, come in Libia, Siria, Yemen.
Nel suo primo tentativo , Essid aveva presentato una compagine basata sulla coalizione di Nidaa Tounes e l’Union Patriotique Libre, un partito liberale messo in piedi e guidato da un ricco uomo d’affari. Questa coalizione avrebbe disposto di 109 voti (86 di Nidaa Tounes e 16 della UPL), vale a dire della stretta maggioranza semplice dell’Assemblea (che conta 217 rappresentanti). Inoltre aveva immediatamente suscitato reazioni molto negative e prospettato quindi un futuro assai difficile. Sono iniziate perciò nuove consultazioni che hanno portato ad una coalizione allargata che comprende anche Afak Tounes, un piccolo partito di giovani a sensibilità democratico-liberale (8 seggi), e il partito islamista di Ennahda (69 seggi), cioè il partito islamista rivale di Nidaa Tounes. La coalizione dispone di 179 seggi e quindi di una larga maggioranza.
Sarà anche una maggioranza forte e coesa? Il paese ne ha grandemente bisogno, sia per affrontare la difficile situazione dell’economia (riassunta nella tabella) e le riforme che necessitano per risollevarlo dall’ardua situazione sociale (disoccupazione, specialmente giovanile, squilibri territoriali fra costa e interno, povertà) che il paese si porta dietro dai tempi del regime di Ben Ali e le agitate vicende degli ultimi anni hanno aggravato.
Ne ha grandemente bisogno anche per fare fronte al peggioramento della sicurezza. Durante il governo di Ennahda, nel corso della transizione post-rivoluzionaria, l’estremismo islamista e jihadista si è affermato e diffuso nel paese anche perché il partito di Rachid Ghannouchi non ha con prontezza tirato una netta linea di differenziazione fra la moderazione del suo progetto e le aspirazioni invece non moderate dell’opposizione interna e dei movimenti islamisti contigui. L’emergere di un forte estremismo islamista nel paese è stata una delle cause che hanno costretto Ennahda a ritirarsi dalla responsabilità di governo durante l’anno scorso e passare la mano al governo tecnico di Joumaa e che poi – insieme alla stagnazione dell’economia - le ha fatto perdere le elezioni. La sicurezza è peggiorata anche a causa dei conflitti che perdurano in Libia e nella regione e tracimano in vario modo all’interno della Tunisia.
Nel governo che ora riceverà il voto di fiducia dell’Assemblea, Ennahda ha un solo portafoglio, quello dell’occupazione, e un certo numero di sottosegretari. Non si tratta quindi di quella “Grosse Koalition” che da molte parti si era auspicata. La si era auspicata perché sarebbe stato il coronamento della sola transizione araba dopo gli eventi del 2011 che ha seguito, sia pure tra mille contraddizioni e difficoltà, un corso moderato e costituzionalmente impeccabile, nel cui alveo, venuto il momento, è stata rispettata la rotazione fra i diversi partiti e non ci sono state interferenze di sorta né da parte dell’esercito né di milizie armate. Non solo una coalizione fra i due grandi partiti – quello secolare e quello islamista – è vista internazionalmente come il coronamento di una transizione sostanzialmente democratica ma anche come l’assicurazione per il futuro del carattere democratico del nuovo regime politico.
La mancanza di una coalizione NIdaa Tounes- Ennahda viene perciò oggi percepita da molti come una debolezza che nel medio termine potrebbe impedire al governo tunisino di essere abbastanza forte da affrontare riforme e sicurezza con la dovuta energia e compattezza e nel lungo termine potrebbe impedirgli l’obbiettivo di un regime politico capace di integrare gli islamisti e radicare quindi il carattere democratico e la stabilità costituzionale della Tunisia.
La scelta di Essebsi di questa larga coalizione al posto della “Grosse Koalition” con Ennahda è dovuta alla disomogenea composizione del suo elettorato e alla debolezza del suo partito. Il suo elettorato è in parte anti-religioso e in parte basato sui resti del precedente regime. Scelte più coraggiose comprometterebbero l’elettorato e indebolirebbero il partito. D’altra parte, Nidaa Tounes è più un cartello elettorale che un partito e in questo senso ha un radicamento debole nella società che le rende la presenza al governo più che necessaria per la sua sopravvivenza. Mentre Ennahda è un partito organizzato democraticamente, Nidaa Tounes, almeno per ora, non lo è e non ha mai fatto un congresso.
Nel partito Ennahda, la remissività di Ghannouchi non mancherà di creare malessere e opposizione nel partito. Questa remissività è stata innanzitutto dettata dall’estromissione violenta dei Fratelli Mussulmani in Egitto e dalle altre vicende che nella regione hanno messo i Fratelli Mussulmani nell’angolo. Ideologicamente, Ghannouchi ha convinto il partito ad adottare l’attuale basso profilo (non ha neppure presentato un suo candidato alle elezioni presidenziali) contando sull’omogeneità e la fedeltà che il partito e il suo elettorato hanno dimostrato nelle recenti traversie politiche e puntando grazie ad esse su una rimonta di lungo termine.
In conclusione, il governo ha una comoda maggioranza, gli islamisti sono nel governo, ma le condizioni per una forte leadership nel paese e l’avvio di un corso politico costituzionalmente coesivo non sono presenti. Il primo ministro incaricato, Essid, ha davanti a sé un compito molto delicato e una situazione fragile e rischiosa. I paesi europei dovrebbero restare vicini alla Tunisia nel suo nuovo difficile passo, che resta ancora il solo successo della Primavera Araba.
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