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Industria 4.0: l'Italia ha grandi possibilità, dice Bruno Bossio, pensando all'esperienza dei distretti e anche al Sud. Ma ci vuole un progetto di politica industriale.

23/10/2015
In Italia ci sono come sempre luci e ombre. La luce è quella che si è potuta vedere anche all’ultimo Smau: dal 2013 alla seconda metà del 2015 c’è stato un raddoppio delle iscrizioni al registro delle imprese innovative. Lo dimostra l’ultimo report di Infocamere. Il Paese è dunque abbastanza allineato come numero di start up innovative. Ma il punto vero è che il resto delle imprese è molto arretrato. Si può riprendere l'esperienza dei distretti, ma mettendoci dentro l’innovazione digitale e soprattutto l'Internet of Things. Spingere molto sul network e lavorare con strumenti di incentivi e defiscalizzazione legati all’innovazione.

Nel novembre del 2011 il governo tedesco ha deciso di lanciare una iniziativa di politica industriale chiamata Industrie 4.0 come parte del più ampio High-Tech Strategy 2020 Action Plan ed ha istituito l’Industrie 4.0 Working Group guidato da Siegfried Dais (della Robert Bosch GmbH) e dal professor  Henning Kagermann (della acatech – Accademia Tedesca di Scienze e Ingegneria). L’iniziativa puntava e ancora oggi serve a favorire la creazione di reti globali in cui siano incorporatati impianti di produzione, macchinari, sistemi di stoccaggio, software: sistemi in cui siano strettamente interconnessi il mondo fisico della produzione materiale e l’universo virtuale, definiti Cyber-Physical Systems (CPS); cioè sistemi destinati a collegare macchine intelligenti, storage e impianti di produzione in modo che possano scambiarsi autonomamente informazioni e dati, creando meccanismi di azione-reazione e controllo autonomo.  In sostanza, Industrie 4.0 si proponeva e si propone ancora di innervare, all’interno del panorama industriale tedesco, tutte le innovazioni e le relative potenzialità del mondo digitale per migliorare i processi di produzione, delle fasi di ingegnerizzazione, della supply chain e dei cicli di vita dei prodotti all’interno della cosiddetta Smart Factory.

Ma sta funzionando? E noi cosa possiamo fare per compiere un analogo salto di qualità? Il campo delle idee lo ha chiesto a Enza Bruno Bossio, una delle parlamentari (PD) più attente e più preparate su queste tematiche. "L' avvento della nuova tecnologia industriale digitale, definita per l’appunto Industria 4.0, porterà macchinari, postazioni di lavoro e sistemi IT ad essere connessi lungo un’unica catena del valore che travalica la singola unità produttiva. Questi sistemi interconnessi potranno interagire l’uno con l’altro, scambiarsi ed analizzare dati in maniera veloce, flessibile ed efficiente, per produrre beni di alta qualità a costi ridotti e si fonda su nove pilastri di avanzamento tecnologico: big data and analytics, robotica, cloud, stampa  3d, realtà aumentata, Internet of things, cybersecurity,  integrazione orizzontale e verticale dei sistemi, simulazione 3d di prodotti, manifattura additiva. Queste innovazioni vengono inserite nel processo produttivo anche grazie ai Cyber-Physical Systems, i quali non sono propri solo di una singola azienda, ma governano e coordinano tutta la filiera. L’elemento innovativo non risiede dunque solo interno alla singola impresa ma può essere anche esterno. E in questo contesto si colloca tutto il discorso delle start up e dell’open innovation che le Pmi innovative possono portare dentro la manifattura tradizionale realizzando quello che oggi viene definito un ecosistema digitale. Industria 4.0 non è più il digitale dell’Information technology come l’abbiamo visto negli anni Ottanta e Novanta, cioè qualcosa che è parallelo ai processi produttivi, lasciando i prodotti invariati. Oggi la diffusione a basso costo di sensori e tecnologie avanzate e la capillarità della rete hanno promosso una nuova rivoluzione, quella dei prodotti stessi e delle loro funzionalità. IoT significa infatti prima di tutto far entrare la tecnologia nei prodotti, modificandone la struttura: la chiave di questa rivoluzione è quella di rendere oggetti inerti autonomamente reattivi all’ambiente e agli stimoli circostanti, creare “intelligenza” pervasiva in ciò che prima era subordinato e controllato dall’intelligenza altrui. Questo cambiamento rende esponenziale la crescita dei dati relativi ad ogni prodotto e generano un’incredibile quantità di dati e di informazioni che ne monitorano e ottimizzano i comportamenti e le interazioni.  E’ un cambio di paradigma. E’ il futuro su cui dovrebbero spingere le politiche industriali dei governi. Anche se serviranno almeno 20 anni perché la transizione si completi, nel prossimo decennio si consolideranno le principali innovazioni e si capirà  quali Paesi riusciranno a trarre vantaggio da questi mutamenti e quali vedranno invece arretrare la propria economia."

E dunque noi? “In Italia ci sono come sempre luci e ombre. La luce è quella che si è potuta vedere anche all’ultimo Smau: dal 2013 alla seconda metà del 2015 c’è stato un raddoppio delle iscrizioni al registro delle imprese innovative. Lo dimostra l’ultimo report di Infocamere. Quindi, come numeri l’Italia è abbastanza allineata nella crescita di start up innovative. Anche se ancora molto si può fare nello sviluppo del Ventur Capital privato. Ma il punto vero è che il resto delle imprese è molto arretrato. Dalle indagini fatte sull’interesse delle imprese tradizionali verso Internet, il 40 per cento di queste imprese pensa che Internet non sia importante. E questo spiega anche l’arretratezza del mercato italiano nell'e-commerce, che non è ancora cambio di paradigma ma solo un modo più efficace e veloce di vendere. Come dicevo luci e ombre: da una parte  le start up che sono abbastanza allineate con il resto d'Europa sia in quantità che in qualità  e dall'altra un'arretratezza in molte imprese tradizionali ma in generale nel Paese. Basti pensare che tra i 28 Paesi europei, la classifica relativa all’uso del digitale vede l’Italia al venticinquesimo posto”.

Il governo come si pone di fronte a questo panorama? “Il governo sta spingendo molto sia dal punto di vista infrastrutturale, sulla banda ultralarga (Piano BUL) sia sul piano della digitalizzazione dello scambio tra le PA e tra amministrazioni e cittadini e imprese, dalla fatturazione elettronica fino allo switchoff dall'analogico al digitale (Piano per la crescita digitale). Anche se sulla banda ultralarga c'è un problema non banale da risolvere  anche in sede di discussione europea: intervenire con i fondi comunitari nelle zone a fallimento di mercato che non siano quelle del Mezzogiorno. Sono più di quante se ne possano immaginare. La realtà italiana è diversa da quella degli altri Paesi. Gli operatori privati investono molto nelle realtà urbane, Milano, Torino, Bologna, Roma ecc… Ma queste città non sono grandi come Londra o Parigi, per cui la maggior parte della popolazione italiana non vive nelle aree urbane non solo nel Sud, ma in tutto il Paese. Per tale ragione ci sono molte aree bianche (a fallimento di mercato) anche a Nord. Un’altra problema che si sta affrontando con Bruxelles riguarda poi il numero degli abbonamenti effettivi: anche ammesso che si riuscisse a coprire tutto il territorio, addirittura con la banda ultralarga a 100 mega, i cittadini dovrebbero poi però effettivamente connettersi a questa velocità di trasmissione. Per cogliere l’obiettivo 2020, almeno la metà della popolazione dovrebbe avere questa velocità di connessione. Per questo si propongono dei vaucher che supportino la domanda che però non debbono configurarsi come aiuti di stato”.

Non sarà semplice… “Ci sono però segnali positivi. È di questi giorni la notizia dell'arrivo di Netflix sul mercato italiano, che ha deciso di investire anche con produzioni dedicate al nostro mercato.  Evidentemente prevedono che possiamo fare grandi passi in avanti sullo sviluppo della rete e del digitale nei prossimi mesi."

Dal punto di vista della politica industriale ci sono i presupposti di volontà politica e di capacità per lanciare una iniziativa capace di spingere le imprese a fare il salto di qualità, come è avvenuto e sta avvenendo in Germania? “Noi in fondo una strada l’abbiamo già individuata: i distretti. Secondo me è opportuno insistere su questa caratteristica del sistema industriale italiano. Non è un dato nuovo. Ricordo quando Bersani e Letta fecero il loro viaggio dentro i distretti italiani. Allora il digitale si affacciava appena sul mercato, ma il modello della filiera c’era già tutto: la filiera del legno, la filiera delle calzature, i distretti agroalimentari. Si può riprendere questo tema, ma mettendoci dentro l’innovazione digitale e soprattutto l'Internet of Things. Spingere molto sul network e lavorare con strumenti di incentivi e defiscalizzazione legati all’innovazione. E in ogni caso questa politica industriale deve essere sviluppata nell’insieme del sistema Paese, non solo in una determinata area, perché se è vero che nella nascita delle start up c’è un picco della Lombardia, in particolare della provincia di Milano, nel resto delle Regioni la situazione è abbastanza omogenea. Ciò significa che nel Mezzogiorno c’è una potenzialità che si può aiutare a far crescere; naturalmente serve anche  l’infrastrutturazione fisica, la circolazione delle merci e dei passeggeri…; ma il gap sul terreno dell’innovazione digitale è più semplice da superare, anche grazie alla maggiore diffusione territoriale della banda ultralarga al Sud. In questo modo si aiuterebbe tutto il Paese a superare il gap di competitività e di crescita nei confronti dei partners europei e internazionali se è vero che i risultati complessivi non possono essere misurati solo in un'area e solo su alcuni indicatori ”.

Ci sono iniziative europee o in campo comunitario che vanno tenute presente e per le quali sarebbe bene impegnarsi? “Credo che in Italia non si stia ancora discutendo come invece meriterebbe su un tema regolatorio ma anche questo legato alla produttività e alla competitività: la nascita del mercato unico digitale europeo. L’obiettivo del mercato unico digitale è quello di abbattere le barriere regolamentari fino ad instaurare un unico mercato al posto dei 28 mercati nazionali ora esistenti. Secondo le stime della Commissione presieduta da Juncker, un mercato unico digitale pienamente funzionante potrebbe apportare all’economia europea 415 miliardi di euro l’anno e creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro”.

Questa innovazione produce, evidentemente  effetti importanti sul mondo del lavoro. Bisognerà prepararsi. “Li sta già provocando. Qualche giorno fa all’assemblea annuale organizzata da Between  a Capri sullo sviluppo digitale c’è stata la presentazione di un ragazzo di 25 anni (segno che i geni non stanno solo nella Silicon Valley), Davide Dattoli che è uno dei fondatori della Talent Garden che è un’azienda di co-working. Questa impresa ha già nove sedi in Italia e altrettante in Europa. Il co-working è un luogo dove le aziende innovative e digitali occupano spazi comuni, dove si verifica una contaminazione positiva. Dattoli giustamente affermava che mentre queste innovazioni cambiano il modello lavorativo per come lo abbiamo conosciuto (ma anche prima di industria 4.0 il modello fordista era finito), nello stesso tempo, però, possono portare altro lavoro, altri tipi di lavoro. E proprio in questa prospettiva ha lanciato la Talent Garden Innovation  School che forma nuove figure professionali sul web. Ricordo che uno studio europeo ha stimato in circa un milione i nuovi posti di lavoro potenziali creati dalle innovazioni digitali, posti che oggi non possono essere occupati perché non ci sono le competenze. Insomma, l'avvento di Industria 4.0 porterà probabilmente a una riduzione dei posti di lavoro tradizionali, ma se prepariamo percorsi formativi adeguati ci sono nuovi posti di lavoro che si potranno creare, con un delta secondo me positivo, proprio perché cresce la competitività dell'insieme del sistema industriale italiano."

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