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Per l’economia: “pulizie di primavera”. I sei fronti che il governo dovrebbe aggredire

17/02/2017
Il governo dell’economia è chiamato ad agire almeno su sei fronti: risanare le finanze pubbliche, a cominciare dal controllo della spesa corrente, in particolar modo consumi intermedi e trasferimenti a imprese ed enti vari; investire in infrastrutture, perché il moltiplicatore degli investimenti fissi lordi è molto alto e perché un miglioramento delle infrastrutture più utili alla vita dei cittadini e alle imprese – messa in sicurezza del territorio, R&D, scuola, sanità, trasporti, ICT, utilities – molto contribuirebbe alla produttività del sistema; riscrivere il diritto dell'economia, a cominciare dal diritto societario; imporre la concorrenza; correggere la distribuzione del reddito: livellare i punti di partenza e le opportunità, equiparare per quantità e qualità i servizi pubblici ai cittadini nel territorio e fra le classi sociali (scuola, sanità, altre strutture della P.A), rendere più progressivo il sistema tributario abbattendo l’evasione: sono queste le vie maestre per innalzare il tasso d’inclusione nelle attività produttive; chiarire che cosa è l'Europa: non è l'auro il problema, ma il governo economico e politico dell'Europa unita.

Quanto l’Italia produce resta inferiore dell’8% rispetto a ciò che produceva nel 2007. L’essere stata la produzione, per quasi un decennio, inferiore al livello del 2007 ha significato una perdita cumulata di Pil pari a circa 800 miliardi di euro.

Sempre rispetto al 2007 i consumi sono del 5% al disotto, gli investimenti del 28%, l’occupazione del 3%. Si è rischiata la deflazione dei prezzi. Al tempo stesso, la produttività del lavoro è del 5% più bassa.

In altre parole, l’economia italiana ha contemporaneamente sperimentato, vive, un cedimento dell’offerta e un ancor più accentuato cedimento della domanda globale.

Constatato che quanto fatto finora non è bastato, l’imperativo è quindi duplice: agire a fondo sia per rianimare la domanda sia per promuovere la produttività. Il buon esito naturalmente dipenderà dalla risposta dei consumatori/risparmiatori, delle imprese, dei lavoratori. Ma il governo dell’economia è chiamato ad agire almeno su sei fronti:

  1. Risanare le pubbliche finanze. Al netto del ciclo il disavanzo è stimato per il 2016 appena al disopra dell’1% del Pil. Germania a parte, nel G7 il bilancio italiano è quello più vicino al pareggio strutturale. Ma il pareggio – senza aggettivi – va raggiunto. Solo così il rischio spread sarà annullato e, riprendendosi il Pil, il debito pubblico diminuirà (rispetto al Pil). La pressione tributaria non è da aumentare. Bisogna incidere su due voci di spesa corrente: i consumi intermedi – tuttora in aumento! – e i trasferimenti a imprese ed enti vari. La discesa del costo del debito farà il resto.
  2. Investire in infrastrutture. Gli investimenti fissi della P.A. sono crollati: da 45 miliardi di euro nel 2011 a circa 35 nel 2016. Se tornassero a crescere darebbero un impulso formidabile alla domanda globale, perché il loro moltiplicatore è almeno il triplo del de-moltiplicatore delle spese correnti da ridurre. Inoltre, un miglioramento delle infrastrutture più utili alla vita dei cittadini e alle imprese – messa in sicurezza del territorio, R&D, scuola, sanità, trasporti, ICT, utilities – molto contribuirebbe alla produttività del sistema. Se non fossero immediatamente coperti riducendo la spesa corrente, ma nell’immediato con titoli, quegli investimenti si autofinanzierebbero comunque in tempi brevi attraverso l’aumento del reddito che attivano.
  3. Riscrivere il diritto dell’economia. Nell’insieme, il diritto attuale abbatte di punti percentuali sia il livello sia l’incremento del prodotto per addetto. Prescindendo dal diritto del lavoro, le branche cruciali sono: il diritto societario (più exit e meno voice per le minoranze); il diritto fallimentare (prevenire le insolvenze); il processo civile (più prevedibile nelle soluzioni, meno lento nel pervenirvi); il diritto amministrativo (volto agli esiti, più che alle forme); il diritto della finanza (che tuteli il risparmio, invece di punirlo); il diritto antitrust (che promuova la concorrenza dinamica, a colpi di innovazioni, oltre a quella statica, affidata al prezzo).
  4. Imporre la concorrenza. Senza concorrenza non c’è produttività. I profitti facili appannano la spinta dell’impresa a cercare l’utile attraverso l’efficienza e l’innovazione. Oltre a rendere contendibili i mercati con l’azione antitrust, è essenziale evitare che le imprese attendano il profitto dalla moderazione salariale, dalla debolezza del tasso di cambio, dalla spesa pubblica a rubinetto.
  5. Correggere la distribuzione del reddito. Un terzo delle famiglie italiane è in difficoltà, a fine mese costretto ad attingere al risparmio accumulato o a indebitarsi. Il divario di reddito del Sud resta elevato. Anche se si prescinde dall’iniquità, un’ampia parte della popolazione non è posta nella condizione  di contribuire al progresso economico del Paese. Livellare i punti di partenza e le opportunità, equiparare per quantità e qualità i servizi pubblici ai cittadini nel territorio e fra le classi sociali (scuola, sanità, altre strutture della P.A), rendere più progressivo il sistema tributario abbattendo l’evasione: sono queste le vie maestre per innalzare il tasso d’inclusione nelle attività produttive.
  6. Chiarire cos’è l’Europa. L’euro non è il problema. Il non-euro lo sarebbe,  per l’Italia micidiale. L’euro, come moneta, è un’ottima moneta: stabile, anche internazionalmente domandata, resistente alla stessa intenzione svalutazionista della BCE. Il problema è il governo, economico e politico, dell’Europa unita. Congelare gli investimenti pubblici nei vincoli di bilancio è semplicemente masochistico, come Keynes ha in via definitiva chiarito: va introdotta la Golden Rule. Soprattutto, la Germania deve dire se è disposta o meno a smettere di perseguire la primazia politica in Europa attraverso una posizione creditoria netta verso l’estero che avvicina i 2mila miliardi di euro. Alla sommatoria dei sistematici avanzi nella bilancia dei pagamenti di parte corrente tedesca corrisponde una subalternità politica dei paesi in posizione debitoria. Istituzionalmente, l’Europa unita o è tale tra pari o non è.

 

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