
La Banca centrale del Giappone ha deciso di mantenere invariata la politica monetaria ma ha tagliato le stime sulla crescita e sull’inflazione: una crescita all'1,2 per cento nell'anno fiscale che si concluderà a marzo 2016, in calo rispetto alle precedenti proiezioni che indicavano un obiettivo dell’1,7. Quanto ai prezzi, la Boj ha chiarito che si è ben lontani dal 2 per cento perseguito con l’accomodante politica monetaria seguita fin qui. Haruhiko Kuroda, presidente della Boj, ha affermato che non c'è "alcun limite" a ciò che la politica potrebbe fare per uscire dall’impasse.
La decisione attendista della Boj non lascia dubbio tuttavia sulla determinazione di Kuroda a lavorare per ottenere i risultati sperati. L’obiettivo dell’inflazione del 2 per cento è stato spostato alla seconda parte del 2016. Per ora la Boj ha invocato l’intervento della politica economica. Se nei prossimi mesi i prezzi non si muoveranno in questa direzione è chiaro che la Boj tornerà a far sentire la propria voce.
La Banca centrale cinese, alle prese con un’economia in rallentamento, già lo ha fatto, mentre la Banca centrale europea ha già avvertito, attraverso la conferenza stampa del presidente Mario Draghi, che è pronta ad irrobustire il quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli volto a immettere liquidità nel sistema, pur di smuovere un’economia europea che cresce meno di quanto si potrebbe sperare e un’inflazione stagnante.
Perfino le decisioni prese dalla Federal Reserve Usa di rinviare ancora una volta il rialzo dei tassi di interesse a dicembre rientrano in questo contesto.
In poche parole, le economie dei principali paesi del mondo crescono meno di quanto ci si sarebbe aspettato. La Cina è in rallentamento, anche se il gigante asiatico cresce ad un tasso che supera abbondantemente il 6 per cento l’anno. Gli Usa crescono più velocemente degli altri paesi occidentali, ma ad un tasso che è inferiore al previsto. L’Europa arranca, con Paesi, o sarebbe meglio dire Regioni, più dinamici (in questo momento l’Italia del Nord è una di queste aree) e zone che stentano a ripartire dopo la lunga, durissima crisi. Il Giappone non cresce quanto ci si aspettava. E i Paesi emergenti, fortemente indebitati in dollari, scontano la probabile crescita della quotazione del dollaro in seguito alla futura (ma ci sarà?) revisione dei tassi Usa.
Varie ragioni spiegano questa scarsa efficacia delle pur pesanti azioni delle banche centrali, intervenute a ripetizione con il defibrillatore della liquidità.
La liquidità immessa nell’economia è finita e continua a finire per larghissima parte nei soli investimenti finanziari. Per larga parte ad opera delle stesse banche che ne sono beneficiarie. La ragione? Semplice. Il tasso di guadagno su un investimento finanziario (con controlli scarsi come dimostrano le malefatte punite con multe miliardarie e strumenti ormai assai sofisticati) è oggi esponenzialmente più elevato, più veloce e meno faticoso di qualsiasi profitto si possa ottenere con un impegno nella manifattura. Basti pensare alle nuove frontiere dell’investimento attraverso gli algoritmi. I cosiddetti trader automatici ormai coprono il 67 per cento delle compravendite sui future di Stato Usa a 10 anni. E almeno metà degli scambi sui future che riguardano metalli ed energia (sulla base dei quali poi si fanno i prezzi all’ingrosso e al consumo delle materie prime). Sono dati messi in luce non da qualche sito di retroscena, ma dal presidente dell’Authority Usa per gli scambi sulle materie prime, Timothy Massad. Quanto più specificatamente ai flash trader, cioè a coloro che, attraverso software impiantati su computer potentissimi e velocissimi, comprano e vendono azioni migliaia di volte in una manciata di secondi, lucrando su margini infinitesimali ma che alla fine della giornata producono differenze milionarie, basti ricordare che l’Hight frenquency trading (Hft) oggi copre la metà degli scambi totali a Wall Street e almeno il 40 per cento di quelli europei. Come dire, la liquidità finisce per generare una ricchezza che si concentra per larghissima parte in poche mani, cioè in quelle di coloro che possono sfruttare questa straordinaria condizione: i più ricchi, i più acculturati e quelli che hanno più informazioni.
Accanto a questo fenomeno ve ne è un altro che ormai è già dentro la realtà anche se ne parla come se riguardasse il futuro: la robotica applicata ai servizi, l’internet delle cose, l’innovazione digitale stanno cambiando il mondo della produzione e dello stesso lavoro. Oggi si può ottenere uno straordinario aumento della produttività senza per questo allargare la base produttiva dal punto di vista del lavoro. Naturalmente tutte le innovazioni stanno generando anche nuove forme di occupazione, ma questo è un progresso più lento e non è detto che si svolga nelle stesse aree (e nelle stesse quantità) in cui il lavoro si perde.
Lo spostamento di grandi masse umane, unito alla debolezza delle organizzazioni di difesa delle condizioni dei lavoratori, creano le condizioni per una altrettanta debolezza dei salari.
Il calo dei prezzi delle materie prime sta togliendo risorse ai Paesi emergenti che finora avevano alimentato consumi ed esportazioni.
Nei Paesi avanzati, anche laddove vi era un Welfare state robusto, la necessità di evitare l’esplosione del debito pubblico o la semplice vocazione ideologica a favore del privato stanno erodendo le forme di garanzie e di spinta sociale: scuola, sanità, assistenza. Un fenomeno che sta generando in diversi Paesi la riduzione dei consumi e la crescita dei risparmi per la paura del futuro.
Tutti questi fenomeni sono, dunque, un freno per i consumi, in particolare i consumi di massa delle classi medie nei paesi già avanzati e delle nuove classi medie nei Paesi emergenti. Ed è questo il vero carburante che manca perché vi sia una ripresa più forte.
Nel mondo cresce infatti la ricchezza, ma è sempre più concentrata in poche mani, e stanno affacciandosi milioni di nuovi cittadini un po’ meno poveri di prima e in grado di cominciare a consumare. Ma sono consumi poveri, e non tali da incidere ancora positivamente sulle produzioni più avanzate dei Paesi industrializzati.
Per questo i pur robusti interventi delle banche centrali, che in altri momenti e in altre condizioni, avrebbero prodotto risultati straordinari oggi stentano a risvegliare l’economia e quel po’ di inflazione considerata salutare. Ma per vedere questa realtà occorre togliersi gli occhiali dell’ideologia liberista per la quale gli investimenti pubblici sono un peccato, il welfare è uno spreco, l’attenzione al benessere della comunità una perdita di tempo, l’ascensore sociale uno strumento riservato a pochi santi ed eroi (nelle aziende, se accettano il progetto mainstream) e solo il profitto in quanto tale genera quella ricchezza che poi può sgocciolare anche sopra i meno fortunati.
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