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La Germania rallenta, perché non ha fatto i propri compiti a casa. L'Italia può lavorare perché lo faccia, con beneficio per tutta l'Europa.

23/07/2014
Secondo la Bundesbank, nel secondo trimestre la crescita tedesca si è fermata. Ma poi riprenderà a correre. E il surplus commerciale continua a restare sopra i limiti degli accordi europei. Secondo il Fondo monetario internazionale dovrebbe spendere più soldi pubblici per fare investimenti e crescere ancora di più, favorendo così le esportazioni degli altri paesi, come Grecia, Spagna o Italia.

La frenata dell’economia tedesca nel secondo trimestre dell’anno, rivelata lunedì 21 luglio dalla Bundesbank, è il segnale più chiaro di quanto sia necessario che la Germania faccia i compiti a casa, rispettando le regole che si è data l’Europa.

L’Italia, che in questi mesi guiderà per turno l’Europa, potrebbe lavorare in questa direzione, ricavandone, come ha indicato anche il Fondo monetario internazionale, un beneficio per tutta l’area Ue.

Non si tratta infatti di preoccuparsi, oppure di fregarsi le mani perché anche la Germania mostra segni di rallentamento. La frenata è dovuta, ha spiegato la Bundesbank, a motivi contingenti, come le preoccupazioni per le tensioni politiche ai confini europei, dall’Ucraina all’Iraq e a Gaza. E la macchina dell’economia tedesca si prevede comunque in accelerazione per la fine dell’anno. Il fondo monetario internazionale stima che il Pil tedesco nel 2014 crescerà dell’1,9 per cento invece del previsto 1,7.

Il punto è che non si capisce la ragione per la quale la Germania possa disinvoltamente eludere comportamenti richiesti dagli accordi e che produrrebbero una sua maggiore crescita con un beneficio per tutta l’area euro, in particolare per Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e anche per Italia, Paese che dal 2008 al 2013 ha fatto manovre correttive per un complesso di 120 miliardi di euro, le quali nella vita concreta si sono tradotte in lacrime e sangue, pur di rispondere ai criteri di equilibrio decisi coralmente da tutti i paesi europei.

Il tema dei compiti a casa tedeschi riguarda il particolare il surplus commerciale (esportazioni meno importazioni). In base alle regole, non dovrebbe superare il 5 per cento del Pil. La Germania naviga costantemente intorno al 7. Che cosa dovrebbe fare, allora? Il Fondo monetario internazionale, che pure non è un pericoloso sostenitore dell’allegra finanza pubblica, afferma che il bilancio pubblico tedesco nei prossimi quattro anni potrebbe tranquillamente sopportare investimenti aggiuntivi per un ammontare pari allo 0,5 per cento del Pil. Un programma del genere farebbe crescere ancora di più l’economia tedesca e ridurrebbe almeno dello 0,4 per cento (in rapporto al Pil) il surplus nei rapporti commerciali con gli altri paesi, aiutandone le esportazioni verso Berlino.

Scrive il Fmi, riferendosi agli effetti di una tale strategia nell’area europea, “stimolerebbe la crescita nella regione, con il picco degli effetti sul Pil di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna con effetti pari allo 0,3 e allo 0,4 per cento del Pil”.

Perché non farlo, dunque? E perché non si mette la Germania con le spalle al muro per questa violazione delle regole? In altri casi, per esempio nelle furbe elusioni dei limiti che tutti gli altri rispettano, si è chiuso un occhio. La “rigorosa” Bundesbank ha trovato il modo per sottoscrivere i titoli pubblici tedeschi invenduti alle aste per collocarli poi sul mercato secondario. La Kfw tedesca, partecipata per l’80 per cento dallo Stato, emette miliardi di obbligazioni ogni anno, al pari della nostra Cassa depositi e prestiti, ma mentre le obbligazioni tedesche non vengono conteggiate nel debito pubblico, lo sono eccome quelle della Cdp. E così pure non vengono conteggiati nel debito nazionale quelli dei Lander, perché la Germania è una repubblica federale. Ma nel caso del surplus commerciale il rientro nei limiti servirebbe anche ad aiutare la crescita degli altri paesi europei.

In un momento come questo sarebbe una spinta decisiva. Senza contare l’effetto sul tema della giustizia e dell’uguaglianza di trattamento fra i diversi paesi dell’Unione. L'Italia guida ora il semestre europeo. Non c'è ragione perché non lavori perché anche la Germania rispetti le regole. 

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