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La necessità della memoria. 1978: l’anno spartiacque che cambiò tutti i nostri domani e diede l'avvio alla fase del disincanto e dell'indifferenza, terreno fertile per l'antipolitica.

18/07/2014
Come il 12 dicembre 1969, il giorno della strage di piazza Fontana, segnò lo sfuggente inizio della perdita dell’innocenza per la generazione del boom economico, il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro costituì un trauma nello sviluppo politico e civile della comunità nazionale. Da qui prese avvio una nuova fase del disincanto, del cinismo e dell’indifferenza in cui le ragioni dell’antipolitica trovarono nuovi motivi per riproporsi e solidificarsi in un diffuso sentimento collettivo che sarebbe esploso all’inizio degli anni Novanta con Tangentopoli e che non avrebbe smesso di ingrossarsi nei due decenni successivi.

Il 1978 è stato in Italia l’anno più tormentato della decade dei Settanta, il decennio più lungo del secolo breve. Il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, più volte ministro e presidente del Consiglio, ne costituì senza dubbio l’evento culminante. Le Brigate rosse rapirono Moro la mattina del 16 marzo e massacrarono gli uomini che lo scortavano: Raffaele Jozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Da quel momento cominciarono i 55 giorni più travagliati della storia repubblicana in cui l’angoscia per la sorte di Moro, il timore di uno sfaldamento delle istituzioni, le polemiche scaturite dalla decisione del governo di non trattare pubblicamente con i brigatisti per non cedere al loro ricatto, l’alternarsi delle lettere del prigioniero e dei comunicati dei terroristi, il susseguirsi di una catena di gambizzazioni e di omicidi che sembrava senza fine, lasciarono il posto a un muto sgomento quando, il 9 maggio, il cadavere di Moro fu abbondonato nel cuore di Roma. Lo stesso giorno in cui morì anche Peppino Impastato, un giovane siciliano militante di Democrazia proletaria che aveva osato denunciare da una radio privata i condizionamenti e i delitti della mafia.

Questo tragico scenario si proiettava sullo sfondo di un Paese smarrito, che giungeva a quell’epilogo sfibrato da dieci anni intensi, pieni di speranze e di contraddizioni, caratterizzati da una profonda modernizzazione dei costumi e da una elevata partecipazione civile, ma anche scosso da una grave crisi economica e ferito dall’avanzare del terrorismo e della violenza politica diffusa. In quell’Italia in preda alla paura e all’incertezza, in quella cupa stagione in cui si andava al cinema per vedere Grease e in discoteca per ballare Alan Sorrenti, tutto il resto sarebbe passato in secondo piano: le dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone, al termine di una velonosa campagna di stampa, l’elezione alla massima carica dello Stato del socialista Sandro Pertini, la morte di Paolo VI, il brevissimo pontificato di papa Luciani, l’elevazione al soglio pontificio, per la prima volta dopo oltre quattrocento anni e quarantaquattro predecessori italiani, di un papa straniero, il polacco Karolo Wojtyla, destinato a un duraturo e significativo pontificato.

È verosimile che gli storici riconosceranno nel 1978 una data periodizzante della storia dell’Italia repubblicana, lo spartiacque fra un prima e un dopo soprattutto per quanto riguarda la lotta al terrorismo. Alcuni dati sulla pressione della lotta armata in quell’anno sono sufficientemente eloquenti: nel primo trimestre del 1978 gli attentati raddoppiarono rispetto al 1977, passando da 424 a 913. Si trattava di una violenza concentrata soprattutto nelle grandi città giacché il 44,4% degli attentati e delle violenze accadde tra Roma e Milano. Si registrò in quell’anno l’attività di 95 diversi gruppi terroristici rossi e neri. Le Br da sole realizzarono, nel primo trimestre del 1978, ben 24 attentati terroristici.

Con il sequestro e l’uccisione di Moro le Br puntavano a creare le condizioni per scatenare un’insurrezione armata nel Paese che nelle intenzioni espresse nei loro comunicati e accolta dalla pubblicistica della cosiddetta «area di contiguità» avrebbe dovuto assumere le forme di una vera e propria «guerra civile». Ma i terroristi fallirono l’obiettivo e pur segnando un indubbio successo militare con l’operazione Moro non seppero trarne le aspettate conseguenze sul piano politico. Da un lato, perché i partiti e le istituzioni riuscirono a reggere l’onda d’urto rimanendo entro un quadro di legalità democratica, dall’altro in quanto proprio il delitto Moro persuase della crudeltà e dell’inanità del progetto brigatista la stragrande maggioranza degli italiani. È importante ricordare tutto questo oggi, in un periodo in cui la storia degli «anni di piombi» rischia di essere inquinata da un eccesso di memorialistica partigiana che induce a rileggere quell’età in modo deformante: auspicando una rimozione del passato, oppure promuovendo l’esigenza di una riconociliazione nazionale che tende però a confondere vittime e carnefici, giudicati tutti responsabili in uguale misura di quella stagione di violenza e di delitti.

Siamo persuasi che quei 55 giorni abbiano stravolto la recente storia italiana. Essi costituiscono un «macigno nella storia della Repubblica», come ha scritto Pietro Scoppola, e continuano a rappresentare «una sfida e una pietra di paragone per l’autenticità e la serietà di ogni proposta che voglia realmente guardare al futuro». E non perché, come fu frettolosamente detto, in quel frangente finì la cosiddetta prima Repubblica: oltre trentacinque anni dopo, la seconda non è ancora nata, come sarebbe stato logico e conseguente aspettarsi se quell’affermazione fosse stata storicamente fondata. Piuttosto, se il 12 dicembre 1969, il giorno della strage di Piazza Fontana, segnò lo sfuggente inizio della perdita dell’innocenza per un’intera generazione, cresciuta all’ombra del boom economico postbellico, il 9 maggio 1978 costituì un trauma nello sviluppo politico e civile della comunità nazionale. Da qui prese avvio una nuova fase del disincanto, del cinismo e dell’indifferenza in cui le ragioni dell’antipolitica trovarono nuovi motivi per riproporsi e solidificarsi in un diffuso sentimento collettivo che sarebbe esploso all’inizio degli anni Novanta con Tangentopoli e che non avrebbe smesso di ingrossarsi nei due decenni successivi e ancora.

In una lettera ritrovata soltanto nell’ottobre 1990, Aldo Moro, che aveva piena consapevolezza del proprio ruolo politico all’interno della storia repubblicana, scriveva che la sua eventuale condanna avrebbe privato il Paese «di un punto di riferimento e di equilibrio». E, giunto ormai all’estremo delle sperenze, in una missiva divulgata il 24 aprile 1978, profetizzava: «Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa». Tutto è cambiato da allora, eppure, oltre trentacinque anni dopo, è ancora cosa buona e giusta rendere omaggio a quel punto di riferimento, di equilibrio, di contestazione e di alternativa.

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