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La necessità della memoria. Il centenario della Grande Guerra ricorda a tutti quanto sia importante l'unità Europea, nonostante i difetti di oggi.

11/07/2014
E’ l’occasione per fare vedere ai giovani, alla generazione Erasmus alla quale parla Renzi, sia quanto possa essere miope e distruttiva la politica (lo fu in grado estremo tra il 28 giugno e il 28 luglio 1914) sia quanto essa possa essere capace di cambiare il mondo (come fece tra il 1945 e il 1951). Ai giovani va fatto capire quanto difficile, quasi impossibile, fosse tendersi la mano dopo una lotta cieca e senza quartiere, durata per un’intera generazione. L’esito, tutt’altro che scontato, insegna appunto (sì, queste cose vanno insegnate!) quanto possa fare la grande politica.

Cento anni fa, il 28 giugno 1914, Gavrilo Princip uccise a Sarajevo l’arciduca Ferdinado, erede al trono imperiale di Vienna, e la sua bella moglie morganatica Sofia, tanto innamorata da accettare il veto posto dall’arcigno zio del marito al suo accedere al trono insieme al marito. Televisione, radio, giornali, media hanno dato grande rilievo al centenario, ricordato dall’Europa intera a Sarajevo. La riunione del Consiglio Europeo si è tenuta a Ypres, piccola città delle Fiandre belghe, tragicamente nota per le ben quattro sanguinose battaglie delle quali fu teatro nella Prima Guerra Mondiale, nella seconda delle quali venne impiegato su larga scala il letale gas mostarda, da allora noto come iprite.

Il centenario della Grande Guerra suscita molte emozioni: i librai di Parigi, Berlino e Londra straripano di libri in argomento. Ne parlano le televisioni di tutta Europa. Sono in programma documentari, ricostruzioni cinematografiche, piéces teatrali. Rai 3 ha messo in programma, il 28 giugno, un film austriaco appena uscito sull’attentato (peraltro piuttosto fantasioso e non di eccelso valore). Anche in Italia sono state stanziate alcune decine di milioni per ricordare (evitiamo di dire “celebrare”) la Grande Guerra. Una mostra in argomento è stata aperta al Vittoriano.

Ricordare perché? Gli studiosi faranno il loro mestiere e avranno una ragione in più per approfondire un argomento che, con buoni motivi, non ha mai smesso di attrarre l’attenzione degli storici, ma non hanno bisogno di un centenario per giustificare la scelta di questo o quell’argomento di ricerca. Diverso è, mi pare, il caso di parlamenti e governi che finanziano un ricordo “collettivo” dell’evento, che ne ripropongono la memoria alla considerazione dei cittadini. Di nuovo: memoria di che cosa? Certo, i 10 milioni di caduti sui campi di battaglia, vittime tanto innocenti quanto quelle civili di cui si è persa la memoria. E poi? La fine di un’epoca? L’accelerazione bellica del progresso tecnico (areoplani, veicoli, sottomarini, comunicazioni, la chimica degli esplosivi)? Il sovvertimento della mappa dell’Europa? La riduzione in povertà di milioni di persone e l’arricchimento di pochi? Il rogo che distrusse la bella Lovanio? La disfatta di Caporetto e la resistenza sul Piave? L’elenco delle cose da ricordare è senza fine ma ci vorrà pure un filo rosso della memoria, per legarle insieme.

Un filo rosso lo consegnò ai posteri Edward Grey, ministro degli esteri di sua maestà britannica la notte del 4 agosto 1914, poco dopo il voto unanime del governo inglese di appoggiare la Francia dichiarando guerra alla Germania. Guardando le luci di Londra che si spegnevano per il primo oscuramento anti aereo, Grey osservò profeticamente: “La luce si sta spegnendo in tutta Europa e non la vedremo più riaccendersi nel corso della nostra vita”. Grey morì nel 1933 senza avere visto riaccendersi quelle luci.

Il 28 agosto 1914 si alzò il sipario di un dramma che si svolse, come ben sappiamo, in cinque atti. Il titolo non può che essere quello pensato da De Gaulle: La seconda guerra dei trent’anni. Il primo atto fu l’assassinio del meno guerrafondaio tra i membri della famiglia imperiale asburgica e della sua mite consorte cecoslovacca. Tra le vittime non è difficile annoverare anche un gruppo di ragazzi serbi (alcuni, tra i quali l’assassino, minorenni) plagiati e coinvolti in un’enormità che non riuscivano a comprendere. Il secondo atto è quello dell’ “inutile strage” di Benedetto XV. Le stime meno inesatte contano in 16-17 milioni i morti militari e civili e in oltre 21 milioni i militari feriti. Il terzo atto è quello della ventennale “tregua” di Versailles: la fine forzata dei grandi imperi multietnici, l’illusione di un possibile ritorno a una belle époque che forse tanto bella non era se finì nell’inutile strage, le riparazioni vessatorie imposte alla Germania, le relazioni internazionali mai così tese, la Grande Crisi dalla quale si uscì con il riarmo, le dittature, fino al quarto atto del dramma, quello della barbarie mai vista prima. Nei vent’anni della fragile tregua di Versailles la tecnologia aveva fatto passi enormi anche nella creazione di strumenti di distruzione di massa, fino alle premesse per la bomba atomica. Le ideologie totalitarie si erano diffuse, loro rappresentanti erano saldamente al potere: alla tragedia di una guerra veramente mondiale (le vittime si stimano tra il 3,5 e il 4 per cento della popolazione del globo) si aggiunse una barbarie mai vista prima: l’Olocausto e i massacri di massa, in Europa come in Asia. Non era millenni fa. Alcuni di noi allora erano già nati.. Il 28 giugno è stato anche l’anniversario dell’inizio (nel 1942) dell’operazione Blau che avrebbe dovuto portare i tedeschi alla conquista dei pozzi petroliferi del Caucaso e fu, invece, l’inizio della fine con la sconfitta di Stalingrado, otto mesi dopo. Il quinto atto di questo dramma trentennale apre alla speranza: vi si rappresentano uomini che avevano vissuto l’ inutile strage del 1914-18 e unirono a una straordinaria visione la capacità politica di realizzarla. Alcuni di essi -Adenauer, Schuman, De Gasperi - erano figli di terre di confine, meglio di altri capaci di comprenderne l’artificiosità (Alsazia e Lorena erano passate di mano quattro volte nei precedenti sessantacinque anni). Parlavano tutti tedesco. Il quinto atto si chiude con la firma nel 1951 del trattato per la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, nucleo del successivo trattato di Roma per la Comunità Economica Europea. Si può naturalmente aggiungere un sesto atto a questo dramma, quello che narra di un’Europa divisa a metà con un simbolico muro di cemento, una divisione superata solo tra il 1989 e il 1992, 78 anni dopo il folle e incosciente gesto di Gavrilo Princip e dei suoi giovanissimi compagni.

Per ricordare oggi la Grande Guerra bisogna mettere in scena una rappresentazione completa del dramma in cinque atti intitolato La Seconda Guerra dei Trent’Anni. Va rappresentato ai giovani se e quando andranno, per esempio, a Redipuglia. Devono sapere che potrebbero essere anch’essi sotto un altro Redipuglia, se Adenauer, Schuman, De Gasperi, Spaak, Churchill, Spinelli e altri (senza dimenticare l’americano generale Marshall) non avessero avuto, dopo il 1945, una lungimiranza raramente conosciuta nella storia delle relazioni internazionali. E’ l’occasione per fare vedere ai giovani, alla generazione Eramus alla quale parla Renzi, sia quanto possa essere miope e distruttiva la politica (lo fu in grado estremo tra il 28 giugno e il 28 luglio 1914) sia quanto essa possa essere capace di cambiare il mondo (come fece tra il 1945 e il 1951). Ai giovani va fatto capire quanto difficile, quasi impossibile, fosse tendersi la mano dopo una lotta cieca e senza quartiere, durata per un’intera generazione. L’esito, tutt’altro scontato, insegna appunto (sì, queste cose vanno insegnate!) quanto possa fare la grande politica.

E’ difficile per noi, cresciuti dando per scontati pace e benessere, intendere che cosa significasse allora per francesi e tedeschi, sedersi al medesimo tavolo negoziale, con le memorie fresche del 1871, del 1919, del 1931, del 1939-45. Lo fecero, sostenuti dagli Stati Uniti, decisi a costruire una pace duratura. Ci sono riusciti. L’Europa di oggi ha mille difetti, ma quanto è migliore non solo rispetto a quella del 1919, alla conclusione dell’inconclusiva Grande Guerra, e del 1945, ma anche a quella del 1989. Questa unità europea che ci appare, giustamente, tanto imperfetta ha svolto il compito per il quale era stata voluta: mai più guerre in Europa. Forse ce ne siamo dimenticati. Forse pensiamo, come pensavano i nostri trisavoli nel 1914, che tecnologia, globalizzazione e democrazia ci salvino dalla guerra. E’ questa l’illusione di chi parla con tanta superficialità di uscire dall’euro, di abbandonare l’Unione Europea?

Esiste un altro filo rosso che collega il 1914 con il 2014, oltre a quello che ci richiama al più lungo periodo di pace goduto dall’Europa in moltissimi secoli. Anche attorno a esso vanno costruite le riflessioni stimolate dal centenario della Grande Guerra. Si tratta di riandare - e lo hanno fatto recentemente Clark e MacMillan - alle cause di quella tragedia rapportandole al mondo di oggi. Le analogie sono molte, a cominciare da una grande globalizzazione. L’Europa del primo Novecento, cantata con nostalgia da Keynes, Musil, Zweig e altri, produceva prosperità e prometteva la pace. Le automobili, il telefono, la radio proiettavano tutti verso un futuro nuovo ed eccitante. Dopo millenni di notti buie, l’elettricità diffondeva ovunque luce a volontà. La borghesia illuminata pensava che democrazia, sviluppo economico e globalizzazione avrebbero rimosso ogni incentivo alla guerra. Ma il rapido sviluppo era trainato da un paese emergente, la Germania, ansioso di rivendicare un proprio “spazio vitale”, la democrazia, peraltro limitata, non metteva al riparo da nazionalismi esasperati e la globalizzazione facilitava il diffondersi del terrorismo anarchico. Nel suo 1914, Margaret MacMillan ricorda un pamphlet inglese dal titolo “Made in Germany” nel quale si leggeva: “ Cresce un gigantesco stato commerciale che minaccia la nostra prosperità e compete con noi nel commercio mondiale”. Sostituiamo Germania con Cina e sembra scritto oggi. I militari, per parte loro, erano convinti che l’economia e la tecnica moderne consentissero guerre lampo, con rapide vittorie senza conseguenze traumatiche. Furono sorpresi nel vedere come il progresso tecnico rendesse la guerra molto più sanguinosa che nel passato e ne allungasse la durata. La dottrina recente del “colpisci e intimorisci” (shock and awe) assomiglia a quella del blitzkrieg nell’illusione che le guerre possano essere veloci, risolutive e contenute.

Ci sono molte differenze ma anche molte somiglianze tra il mondo del 1914 e quello del 2014: bisogna riflettere sulle analogie oltre che sulle differenze, per esempio non sottovalutando la tensione tra la Cina emergente e il maturo Giappone, ambiguamente appoggiato dagli Stati Uniti ormai incapaci (come l’Inghilterra del 1914) di imporre una pax americana, attorno agli scogli disabitati Senkaku/Diaoyu. Per esempio, non vivendo la crisi dell’Ucraina come i sonnambuli raccontati da Clarke vissero le crisi balcaniche di allora. E’ banale, ma non inutile, dire che il centenario della Grande Guerra induce a essere più attenti a un mondo ormai tanto piccolo da coinvolgerci quello che succede dappertutto, dovrebbe indurci a uscire dalla miope contemplazione addolorata dell’ombelico italiano. Il presidente del consiglio, aprendo il semestre di presidenza italiana dell’Unione, ha trovato le parole giuste, sorprendentemente prive di retorica, per indicare la meta – si può dire l’ideale? – di un’Europa unita capace di dare alla nostra seconda globalizzazione un esito diverso dalla prima, conclusa nel 1914.

 

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