
La ripresa c’è, si vede e produce effetti, ma è frutto per larga parte della liquidità immessa a fiumi nel sistema economico e dei tassi di interesse praticamente a zero. Non solo. Nonostante gli sforzi, è ancora debole e sottoposta a molti rischi. Parola di Fed e di Bce, le banche centrali degli Stati Uniti d’America e dell’Unione europea.
La Bce lo ha affermato più apertamente nell’ultimo bollettino economico. Che questa sia almeno in parte l’analisi della Fed si può desumere invece dalla prudenza con la quale nell’ultima riunione del Federal Open Market Committee, sulla base di dati e previsioni, si è deciso di rinviare ancora una volta il rialzo dei tassi di interesse, per evitare ripercussioni che potrebbero di fatto sgonfiare una ripresa più robusta di quella europea, ma arrivata dopo un programma massiccio e prolungato di quantitative easing.
"I programmi di acquisto di attività procedono correttamente e sono visibili effetti positivi", hanno scritto in particolare gli esperti della Banca centrale europea. "Le misure di politica monetaria hanno contribuito a un allentamento generalizzato delle condizioni finanziarie che rimangono molto accomodanti. Le aspettative di inflazione sono aumentate rispetto ai minimi di metà gennaio e le condizioni di finanziamento a famiglie e imprese hanno continuato a evolvere favorevolmente. Gli effetti di queste misure si stanno propagando nell'economia e contribuiranno ulteriormente a migliorarne le prospettive". L'indicatore ultimo del successo dei programmi e delle operazioni recenti, si può leggere ancora nel Bollettino economico della Bce, è rappresentato dal "raggiungimento di tassi di inflazione inferiori ma prossimi al 2 per cento nel medio periodo". "Vari indicatori tempestivi delle condizioni di finanziamento e del clima di fiducia hanno mostrato segnali positivi".
Ma attenzione. Diversi sono anche i motivi di inquietudine. "I mercati del lavoro dell'area dell'euro – è scritto nel bollettino - dovrebbero migliorare ulteriormente nel breve e nel medio periodo. Si prevede che la crescita dell'occupazione registri una lieve accelerazione nei prossimi trimestri, sulla scia di un consolidamento della ripresa, che dovrebbe portare a un'ulteriore diminuzione del tasso di disoccupazione nell'area dell'euro". Tuttavia, "alcuni fattori continuano a frenare la ripresa dell'attività complessiva. L'indebitamento del settore pubblico è aumentato ancora, benché a un ritmo più lento, e dovrebbe mantenersi su livelli elevati in alcuni paesi. Gli andamenti nei mercati del lavoro, seppur in generale miglioramento, rimarranno condizionati da elevati tassi di disoccupazione strutturale, specie in alcuni paesi particolarmente colpiti dalla crisi. Entrambi questi fattori dovrebbero contribuire a mantenere le pressioni al rialzo sul risparmio a scopo precauzionale da parte delle famiglie. La lenta attuazione delle riforme strutturali continua a gravare sulla crescita in diversi paesi. Inoltre, le prospettive relativamente deboli per la crescita potenziale, il protrarsi delle incertezze circa la situazione della Grecia, oltre alle tensioni geopolitiche esterne all'area dell'euro potrebbero pesare ancora sulla spesa per investimenti".
Un focus particolare i tecnici della Bce lo hanno riservato questa volta ai diversi sistemi pensionistici, come se avessero deciso di pesare nel dibattito sul futuro immediato della Grecia, ma poi anche di tutti gli altri paesi dell’area: "L'Europa deve far fronte a una sfida demografica". Il tasso di dipendenza degli anziani, inquadrato come il rapporto fra le persone di età pari o superiore a 65 anni e quelle in età lavorativa, dovrebbe quasi raddoppiare passando dall'attuale 29 per cento a oltre il 50 per cento nel 2060. "Se non verranno intraprese le opportune riforme strutturali, l'invecchiamento demografico avrà implicazioni negative per la sostenibilità delle finanze pubbliche". Nel bollettino economico i tecnici della Bce hanno citato l'Italia tra i paesi dove i costi dell'invecchiamento sono tra i più elevati, ma al tempo stesso è anche nel gruppo di Paesi dove sono previsti in diminuzione. Tuttavia, in generale le previsioni sui costi di pensioni e invecchiamento "dipendono da ipotesi molto ottimistiche. In particolare l'ipotesi che la crescita della produttività totale dei fattori (Ptf), scesa sensibilmente durante la crisi, riprenda a salire a un tasso dell'1 per cento sul lungo periodo appare ottimistica per diversi paesi in assenza di sostanziali riforme che favoriscano la crescita. Ciò vale anche in prospettiva storica. Durante il periodo 1999-2012, la Ptf è aumentata in media di circa lo 0,7 per cento, registrando tassi di crescita nettamente inferiori in Belgio, Spagna, Italia, Cipro, Lussemburgo e Portogallo". "Inoltre - si legge nel Bollettino - l'ipotesi che il tasso di disoccupazione nell'Ue converga verso il basso su una media di lungo periodo non superiore al 7,5 per cento nel 2060 (il tasso medio di disoccupazione nell'area euro si collocherebbe al 6,7 per cento nel 2060) è plausibile solo se verranno introdotte importanti riforme del mercato del lavoro. Il calo della disoccupazione ipotizzato nel rapporto è particolarmente rilevante per Grecia, Spagna, Cipro e Portogallo (almeno 10 punti percentuali tra il 2013 e il 2060). Di fatto, se tali ipotesi non dovessero concretizzarsi secondo le attese i costi dell'invecchiamento demografico sarebbero sostanzialmente più elevati per i paesi interessati".
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