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La ripresa dell'inflazione offre ai tedeschi il pretesto per riprendere la battaglia contro la Bce. E l'Italia rischia di non aver sfruttato abbastanza questa fase

04/01/2017
Cresce dell'1,1 per cento l'inflazione nei Paesi dell'Eurozona. A dicembre +1,7 per cento in Germania e +0,5 in Italia (ma nella media del 2016 l'Italia è finita sotto zero per la prima volta dal 1959). "Prigionieri nella trappola del tasso" ha scritto il quotidiano Handeslblatt, giornale vicino alle imprese tedesche, secondo il quale la politica del tasso zero sta provocando una "contrazione sensibile" dei patrimoni dei contribuenti. L’opinione di Marc Tuengler, direttore generale di DSW, associazione per la tutela dei titoli, è chiara: "La distruzione del valore è drammatica: i cittadini federali accumulano oltre 5 mila miliardi di euro. Con un'inflazione dell'1 per cento, il patrimonio perde 50 miliardi di euro all'anno. All'1,5 per cento si tratta di una perdita di addirittura di 75 miliardi". Clemens Fuest, responsabile dell'istituto economico Ifo: "Se queste cifre saranno confermate per l'Eurozona nel suo complesso, la Bce dovrebbe concludere il suo programma di acquisto bond a marzo 2017". L'Italia non ha sfruttato come avrebbe potuto questa fase di basso costo del denaro per abbattere il debito. E rischia di ritrovarsi presto alle prese con il problema la assilla da decenni.

In Europa il tasso di crescita dei prezzi al consumo si sta avviando lentamente verso una normalizzazione. Da un lato, è una buona notizia, perché segnala che, pur se fra andamenti contrastanti (nella media, l’inflazione italiana del 2016 è calata per la prima volta dal 1959), qualcosa si muove al fondo dell’economia. Poco, troppo poco, quasi nulla in Italia, come dimostra la deflazione nella media, ma di più in altri Paesi europei. Dall’altro lato, è un dato che deve far drizzare le antenne proprio agli italiani: la crescita dell’1,1 per cento dei prezzi al consumo nell’Eurozona a dicembre, l’aumento nello stesso mese dell’1,7 per cento in Germania e il dato tendenziale dello + 0,5 per cento in Italia (dicembre 2016 su dicembre 2015) indicano che le misure di politica monetaria messe in campo dalla Banca centrale europea, decisive per mantenere basso il costo degli interessi sull’enorme debito pubblico italiano, oltre a garantirne una parziale copertura, potrebbero non andare oltre il 2017. Sicuramente verrà superata la scadenza della primavera prevista in un primo momento. Ma le pressioni per chiudere almeno entro l’anno questa finestra si faranno ogni giorno più forti, considerato che l’obiettivo ufficiale della Bce era di riportare l’inflazione vicino anche se entro il 2 per cento l’anno nell’Eurozona. Senza contare l’effetto di una ripresa sia pure modesta dei prezzi sui consumi delle fasce di popolazione più in difficoltà.  

I tedeschi sono già sul piede di guerra. "Prigionieri nella trappola del tasso" ha scritto il quotidiano  Handeslblatt, giornale vicino alle imprese, secondo il quale la politica del tasso zero sta provocando una "contrazione sensibile" dei patrimoni dei contribuenti. L’opinione di Marc Tuengler, direttore generale di DSW, associazione per la tutela dei titoli, è chiara: "La distruzione del valore è drammatica: i cittadini federali accumulano oltre 5 mila miliardi di euro. Con un'inflazione dell'1 per cento, il patrimonio perde 50 miliardi di euro all'anno. All'1,5 per cento si tratta di una perdita di addirittura di 75 miliardi". Per il ministro delle Finanze della Baviera, Markus Soeder, è in atto "un disastro" e Mario Draghi, governatore della Bce, deve cambiare politica: "La Bce deve al più presto iniziare ad alzare gradualmente i tassi". Stessa valutazione dall'esperto economico della Cdu, Carsten Linnemann, secondo il quale la Bce ha finora "giustificato la politica dei tassi a zero con il pericolo della deflazione. Se adesso l'inflazione aumenta di nuovo, la Bce deve conseguentemente alzare i tassi". E non basta. "Questo balzo dell'inflazione è un segnale affinché si esca dalla politica monetaria espansiva della Bce" ha dichiarato Clemens Fuest, responsabile dell'istituto economico Ifo, parlando con la Frankfurter Allgemeine Zeitung: "Se queste cifre saranno confermate per l'Eurozona nel suo complesso, la Bce dovrebbe concludere il suo programma di acquisto bond a marzo 2017".

La fase del denaro a prezzo zero e della liquidità in abbondanza, la fase dell’acquisto dei titoli pubblici da parte della Bce (il cosiddetto quantitative easing) potrebbero dunque avere certamente non i giorni o le settimane, e nemmeno i mesi, ma, diciamo così, i trimestri contati. E gli italiani non hanno evidentemente usato questa finestra di opportunità per ridurre deficit e debito. Alla fine si rischia dunque di ritrovarci come prima, più di prima, a dover affrontare il macigno che ormai da decenni pesa sui conti pubblici nazionali. Senza contare l’effetto della sia pur modesta ripresa dei prezzi sulla crescita dei consumi. Il 2017, ha già segnalato l’ufficio studi dell’Ancc, l’Associazione che rappresenta le cooperative dei consumatori, farà segnare un rallentamento del potere d'acquisto delle famiglie che fino al 2016 avevano potuto godere di fattori favorevoli ma transitori; di conseguenza il ciclo dei consumi, dopo un biennio a ritmi superiori all'1 per cento, subirà una battuta d'arresto (la stima si attesta su uno 0,7%) dovuto al rallentamento dei redditi e soprattutto alla ripresa dell'inflazione.

Ma vediamo più in particolare i dati Istat relativi all’Italia. Nel mese di dicembre 2016, secondo le stime preliminari, l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, ha fatto registrare un aumento dello 0,4 per cento rispetto al mese precedente e dello 0,5 nei confronti di dicembre 2015.

In media d'anno, nel 2016 i prezzi al consumo hanno fatto registrare invece una variazione negativa (-0,1 per cento), segno del contrastante andamento dell’economia italiana: era dal 1959 (quando la flessione fu pari a -0,4) che non accadeva.

L'"inflazione di fondo", calcolata al netto degli alimentari freschi e dei prodotti energetici, è rimasta invece in territorio positivo (+0,5%), pur rallentando la crescita da +0,7% del 2015.

La ripresa dell'inflazione a dicembre 2016 è stata dovuta, secondo l’Istat, principalmente alle accelerazioni della crescita dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+2,6 per cento, da +0,9 di novembre), dei beni energetici non regolamentati (+2,4 per cento, da +0,3 di novembre) e degli alimentari non lavorati (+1,8 per cento, era +0,2 il mese precedente).

A dicembre l'"inflazione di fondo" è salita a +0,6 per cento (da +0,4 del mese precedente); al netto dei soli beni energetici si è attestata a +0,7 per cento (da +0,4 di novembre).

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona sono in particolare cresciuti dello 0,4 per cento su novembre e 0,6 rispetto a dicembre 2015 (da -0,1 di novembre).

I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto sono cresciuti dello 0,3 per cento rispetto a novembre e dell'1,0 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

 

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