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Lavoro, il governo incassa il sì del Senato, la minoranza Pd alcuni miglioramenti. Ora la battaglia passa alla Camera.

09/10/2014
Maria Cecilia Guerra: "Avevamo presentato sette emendamenti, alcuni sono stati accolti nel maxiemendamento presentato dal governo, fra cui il superamento delle forme di assunzione precarie, con una centralità al lavoro a tempo indeterminato. Ancora, il governo ha accolto il principio che, nell'eventuale cambiamento delle mansioni, si debba tutelare la condizione economica dei lavoratori. E infine è stata circoscritta l'estensione dell'uso dei voucher". "Siamo soddisfatti di questi miglioramenti e li consideriamo un passo avanti, ma non basta". E vi sono ancora ombre.

Il governo ha incassato la fiducia sul nuovo testo della legge delega sul Jobs Act (leggi il maxiemendamento presentato dal governo). Dopo una seduta infuocata per il comportamento dei parlamentari del Movimento Cinquestelle e della Lega alla fine sono stati 165 i sì, 111 i no e due le astensioni.

La minoranza del Pd ha incassato alcuni cambiamenti tra quelli che aveva suggeriti nella riunione della Direzione del Pd, ma non tutti. Dunque ha votato la fiducia, ma ha anche annunciato (leggi il testo del documento firmato da 26 senatori e 9 deputati membri della direzione) che la battaglia per ottenere altri passi verso una ulteriore mediazione proseguirà alla Camera. “L'obiettivo della battaglia che abbiamo sostenuto non è mai stata la caduta del Governo né l'affossamento della Delega Lavoro, ma il suo miglioramento", ha spiegato in una conferenza stampa Maria Cecilia Guerra, senatrice del Pd, a nome della minoranza del partito. "Avevamo presentato sette emendamenti, alcuni sono stati accolti nel maxiemendamento presentato dal governo, fra cui il superamento delle forme di assunzione precarie, con una centralità al lavoro a tempo indeterminato. Ancora, il governo ha accolto il principio che, nell'eventuale cambiamento delle mansioni, si debba tutelare la condizione economica dei lavoratori. E infine è stata circoscritta l'estensione dell'uso dei voucher". "Siamo soddisfatti di questi miglioramenti e li consideriamo un passo avanti, ma non basta", ha detto ancora Guerra. La ragione è semplice: nel testo vi sono ancora alcune ombre: "Le politiche attive devono essere una priorità nei decreti legislativi. Servono poi più tutele contro l'invasività dei controlli a distanza e, inoltre, manca una definizione di cosa si intende per tutele crescenti". Infine, l'articolo 18: "Il governo - ha detto la senatrice del Pd - non raccoglie contenuti essenziali del documento approvato dalla direzione del Pd nella parte riguardante le tutele nei casi di licenziamenti per motivi disciplinari. Per noi un obiettivo fondamentale". Sul piano politico, inoltre, "la richiesta di fiducia su una legge delega, che crea un grave cortocircuito istituzionale. Il voto di fiducia priva il Parlamento delle sue prerogative e rende manifesta la difficoltà del Governo a consentire alla propria maggioranza di affrontare il dibattito parlamentare". "Non è nostro interesse – ha concluso Maria Cecilia Guerra - indebolire il governo e aprire una guerra dentro il partito. Il nostro interesse è arrivare ad una sintesi possibile. Il testimone passa ora alla Camera dove ci batteremo con determinazione perché la delega faccia ulteriori significativi passi avanti".

Forza Italia, che pure era pronta a sfruttare qualsiasi debolezza della maggioranza per entrare in campo e dimostrare apertamente che senza le sue truppe non c’è governo, è rimasta all’opposizione.

Con una forma di opposizione tanto forsennata (e fuori dalle righe) quanto sterile il Movimento Cinquestelle e la Lega non hanno incassato alcun cambiamento di rotta, né altri miglioramenti del provvedimento. Sono solo riusciti a togliere al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il gusto di annunciare l’approvazione della legge delega al Senato nel corso dell’incontro con gli altri leader europei a Milano proprio sui temi del lavoro.

Ma gli strascichi dell’infuocata seduta del Senato sul Jobs Act non sono finiti. Corradino Mineo e Felice Casson (Pd) non hanno partecipato al voto. Walter Tocci, sempre del Pd, ha votato la fiducia, ma annunciato le proprie dimissioni da senatore.

Presto comincerà l’esame del Jobs Act anche alla Camera, dove le forze in campo tra i partiti sono diversi rispetto al Senato.

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