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Le elezioni in Grecia sono solo un problema o anche una opportunità?

07/01/2015
Si apre una fase durissima in cui si discute di austerity ma anche dell'egemonia tedesca in Europa.

E se davvero leggessimo alla rovescia i timori sulle elezioni politiche in Grecia (e poi, più tardi, in Spagna), come sostengono Tsiparas e perfino il Financial Times, sempre pronto a picchiare con verve britannica sul futuro dell’Unione Europea? E’ il paradosso, e il crinale storico, del momento.

Il Wall Street Journal, aedo delle multinazionali della speculazione finanziaria e della destra Usa che ha appena conquistato la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento statunitense, come sempre sparge pessimismo e dubbi sul futuro del modello europeo. La possibilità che domenica 25 gennaio le elezioni politiche in Grecia possano essere vinte da Syriza, il partito di sinistra e antiausterity di Alexis Tsiparas, è uno dei fantasmi che agita le notti degli operatori finanziari, insieme al crollo del prezzo del petrolio e alla ripresa del dollaro. Le Borse ondeggiano sotto la pressione dell’incertezza, delle ondivaghe dichiarazioni dei centri decisionali di Berlino e delle pressioni dei principali quotidiani tedeschi. Secondo il Wall Street Journal sarà in gioco, per l’ennesima volta, la stessa sopravvivenza dell’eurozona. I timori riguarderebbero la possibilità che la Grecia, non ottenendo una rinegoziazione del debito, rifiuti l’accordo con gli altri paesi europei, dando così il colpo d’avvio a una nuova fase di incertezza e di turbolenza in Europa.

Anche i principali media tedeschi appaiono preoccupati, ma per ragioni molto più articolate e complesse, non solo per le inevitabili ripercussioni finanziarie. Di fatto, un’iniziativa del genere da parte della Grecia potrebbe segnare l’avvio di un braccio di ferro sul tema della condivisione del rischio, una pressione forte contro il teorema secondo il quale “ognuno deve pensare da solo ai propri guai”, una linea che finora ha segnato il cammino dell’Europa a trazione tedesca. Per dirla in modo brutale, lo scontro avrebbe come posta in gioco, proprio per la Germania, anni e anni di politiche, di battaglie, di afflussi di capitali a costo zero, di guadagni di competitività verso i paesi più deboli anche grazie al cambio bloccato e di un predominio culturale e politico senza eguali. In due parole, il potere. Una specie di versione tedesca del turbocapitalismo anglosassone, con banche sempre più gonfie di riserve per fronteggiare (e dunque pur di non limitare) le scommesse finanziarie e con l’aggiunta del pareggio di bilancio statale a qualsiasi costo e di regole che evitino la necessità di interventi solidali.

Sono timori comprensibili. Ma che, da altri punti di vista, possono essere letti in un modo completamente diverso: la resistenza greca, forte di un successo democratico in patria, potrebbe diventare il granello di sabbia che fa inceppare l’inarrestabile meccanismo dell’austerity che da tempo soffoca e avvelena l’Unione europea, della politica contraria a ogni investimento solidale. E sarebbe solo l’inizio. Dopo la Grecia rischia di arrivare la Spagna, dove Pablo Iglesias, segretario di Podemos, lavora per far pendere il risultato delle elezioni del 2015 a favore delle stesse politiche antiausterity propugnate da Tsiparas, il quale ormai ammette esplicitamente che la Grecia non intende uscire affatto dall’euro, ma proprio far cambiare linea politica all’Ue. “Syriza incarna l’aspettativa di un mutamento di di rotta non solo per la Grecia, ma per l`intera Europa. Non c`è nulla da temere: non vogliamo il crollo, ma la salvezza dell’euro. E per ottenere questo risultato non serve proseguire le politiche fallimentari di austerity, ma tornare a crescere e cancellare la maggior parte del valore nominale del debito pubblico”.

Con esiti elettorali del genere, e con La Gran Bretagna che ha all’orizzonte la scadenza del referendum sull’Europa, Hollande in Francia e Renzi in Italia avrebbero più frecce al proprio arco per imporre una svolta. Mentre la Germania, che insieme agli alleati dell’Europa del Nord è alle prese con una deflazione che ormai  colpisce in pieno anche i tedeschi, potrebbe essere costretta a sopportare costi drammatici se volesse impuntarsi sulle posizioni più oltranziste.

Che cosa farà la cancelliera Angela Merkel? Quale posizione prenderà alla fine la Bundesbank? La verità è che quale sarà l’esito di questo passaggio in Europa, positivo o negativo, o perfino pessimo, nessuno è davvero in grado di dirlo oggi. Ma già vi è un punto assolutamente certo: la battaglia sarà durissima, forse perfino crudele come può esserlo solo uno scontro per mantenere o mettere in discussione un assetto di potere che almeno dal 1998 ordina le vite di milioni di cittadini del Vecchio Continente. Le polemiche sul quantitative easing della Banca centrale europea, da questo punto di vista, sono state sono un leggero antipasto.  

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