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Le infrazioni della Germania mandano l'Europa in stagnazione. L'Italia deve rilanciare gli investimenti pubblici.

08/08/2014
L'Italia deve avere uno scatto di reni per risollevarsi. Ma l'Europa deve imporre a Berlino di modificare gli squilibri della propria bilancia commerciale, come prevedono i regolamenti comunitari.

A Roma si piange, ma qualche lacrima spunta pure a Berlino. Eh sì, perché se in Italia il valore del Pil invece di crescere è tornato a calare, e dello 0,2 per cento, svelando che la situazione è ben peggiore del previsto, la verità è che in tutta Europa l’economia sta rallentando. Perfino la fortissima Germania perde qualche colpo, come dimostrano gli ultimi dati sulla produzione industriale e sugli ordini ricevuti dalle industrie tedesche: a giugno la produzione industriale è aumentata molto meno del previsto, dello 0,3 per cento rispetto a maggio, ed è addirittura diminuita di mezzo punto percentuale rispetto ad un anno fa; sempre a giugno, gli ordini per le industrie tedesche sono risultati in calo del 3,2 per cento, dopo il declino dell`1,6 di maggio, prendendo in contropiede tutti. Anche in questo caso gli esperti avevano previsto per il secondo trimestre un aumento (si attendeva un più 0,9 per cento); invece sono calati dello 0,6. Come per una vendetta del destino il calo più marcato degli ordini ha riguardato gli altri Paesi europei, che la lunga e durissima politica dell’austerità imposta dalla Germania ha debilitato al massimo: gli ordini da Francia, Italia e resto d’Europa sono calati del 10,4 per cento a giugno. Ma si è ridotta anche la domanda interna e pure i Paesi che la Germania aveva scelto come interlocutori privilegiati per sostituire i deboli compagni di viaggio europei, come la Cina, hanno messo il piede sul freno.

Un intero continente, il più ricco e forte del mondo prima della crisi, è dunque in chiara difficoltà, aggravata adesso anche dalle ripercussioni delle guerre che lo circondano e dal braccio di ferro con la Russia di Puntin. Solo per citare un dato: le esportazioni agroalimentari italiane verso la Russia valgono più di 700 milioni di dollari l'anno. E Putin ha deciso di bloccarle, insieme a quelle provienti da tutta Europa. 

Come uscirne? In Italia c’è sicuramente bisogno di un colpo di reni, oltre a tenere dritta la barra delle riforme. “A questo punto bisogna assolutamente accelerare ogni investimento pubblico e provare rapidamente a raddrizzare la barca per chiudere l’anno con un segno di crescita positiva. Tutto il Paese si deve concentrare attorno al tema dell’economia e dell’occupazione” ha detto Guglielmo Epifani, presidente della commissione Attività Produttive della Camera e già segretario del Pd e della Cgil. Ed ha ragione. Prima ancora di arrovellarsi sulla tenuta o meno dei conti pubblici, tema sul quale inevitabilmente bisognerà lavorare, è cioè decisivo che ci sia una crescita del Pil e dell’occupazione, per due ragioni vitali. La prima: la situazione sociale è già al limite. La seconda: se il valore del Pil continua a calare, il rapporto tra deficit, debito e valore di quanto l’Italia produce in un anno è destinato a peggiorare in ogni caso, qualsiasi risparmio si faccia. Senza contare che la ricaduta nella recessione ha dato un colpo alla fiducia, che pure stava riprendendo nel Paese. E dunque solo la concretezza degli interventi e la loro rapidità, se unite all’avvio delle riforme, potranno evitare che prevalga di nuovo il pessimismo.

Nello stesso tempo in Europa bisogna battersi perché "cambi verso" la politica economica. Non deve essere un alibi rispetto agli sforzi per rilanciare l’economia interna e fare le riforme in Italia. Ma è una iniziativa urgente. E in questo contesto la battaglia per imporre alla Germania di trainare lo sviluppo va fatta fino in fondo.

 Le regole europee non prevedono solo limiti di bilancio e tetti al debito, o rigorose pratiche per verificare l’andamento dei conti, ma anche obblighi che riguardano l’economia reale. A cominciare dalla previsione che la bilancia commerciale non debba essere in deficit per più del tre per cento (per evitare l’eccessiva dipendenza dai beni che si acquistano da altri Paesi e il relativo deflusso di capitali) o essere in attivo per più del 6 per cento (cioè bisogna evitare di fare l’asso che piglia tutto sulle esportazioni, acquistando solo una quantità limitata di beni dai propri partner europei). Ecco il punto. Anche se ha cominciato a perdere colpi, il caso dell'asso piglia tutto è quello della Germania, che da oltre cinque anni ha un surplus commerciale che supera il 6 per cento e che, rifiutandosi di rilanciare la propria economia, di fatto sta tenendo il piede sul tubo dell’ossigeno che potrebbe far respirare un po’ di più l’Europa, in particolare i Paesi come l’Italia o la Spagna, la Grecia o il Portogallo.

Dato che l’export tedesco si è spostato sempre di più verso i Paesi extra Ue, proprio per compensare la debolezza dei Paesi confinanti, l’afflusso di valuta verso l’euro per comperare merci tedesche sta contribuendo per di più a tenere il cambio della moneta unica europea così alto da mettere in difficoltà le esportazioni dei paesi meno forti. Come dire, macchia su macchia.

Teoricamente, c’è perfino chi ipotizza la possibilità di una procedura d’infrazione. Ma è la sostanza che conta. La violazione delle regole, e soprattutto l’insensibilità di questo atteggiamento, è talmente evidente che anche un falco come il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, si è sentito in dovere di rispondere alle sollecitazioni degli altri Paesi europei, proponendo di aumentare i salari tedeschi del 3 per cento, in modo da sostenere di più i consumi interni tedeschi.

Ma la reazione che ha accolto questa modesta proposta la dice lunga sulla durezza delle resistenze che bisognerà superare per imporre alla Germania di affiancare all’onore di essere il Paese più forte, il Paese guida, l’onere di non provocare una stagnazione dolorosa, e dal punto di vista politico anche pericolosa, in tutto il Continente. Gli imprenditori tedeschi hanno alzato un muro di scudi: no secco alla proposta di Weidmann. E perfino dalla cancelliera Angela Merkel è arrivato un altolà. Prendendo lo spunto dalla domanda di un giornalista francese che ricordava le sollecitazioni del presidente francese Francois Hollande alla Germania, la portavoce della cancelliera ha risposto ad alzo zero: “Non si vede alcuna ragione per cambiare rotta. La Germania è già un’importante se non addirittura la più importante locomotiva dell`eurozona. Per questo motivo dichiarazioni generiche, che adesso arrivano da Parigi, non danno al governo tedesco alcun motivo per apportare una qualche modifica alla politica economica”.

Non sarà facile, insomma, né fare le riforme e contemporaneamente dare una spinta all’interno, rilanciare gli investimenti pubblici, né tantomeno fare la battaglia per cambiare verso all’Europa e in particolare alla politica tedesca. Ma il tempo stringe: hic Rhodus hic salta.

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