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Le ricette dei tecnici non sono tutte uguali ma hanno tutte un segno politico. Fa bene Renzi a tenere fermo il primato del governo e del Parlamento.

06/08/2014
Nel dibattito sul rapporto tra tecnici e politici ci si dimentica troppo spesso che i tecnici del Tesoro e della Ragioneria generale dello Stato hanno avallato durante i governi di Berlusconi le scelte politiche e tecniche che hanno portato l'Italia al disastro, con tagli lineari, cancellazione della lotta all'evasione e altri errori determinanti.

Il dibattito sul ruolo dei tecnici sta diventando stucchevole e dimostra quanto corta sia (o voglia essere) la memoria delle classi dirigenti italiane.

 Come dimostrano le iniziative realizzate durante il ventennio berlusconiano, i suggerimenti dei tecnici possono essere presentati a seconda dei casi come ricette salvifiche o cocktail velenosi, ma la verità è che ogni scelta economica, di indirizzo industriale o sul lavoro è di per se stessa inevitabilmente ed eminentemente politica, anche quando parla solo di numeri e necessità oggettive.

Basti qui ricordare alcuni fatti, di cui si pagano ancora, e pesantemente, le conseguenze.

Il primo fatto. Quando nel 2008 tornarono alla guida del governo, Berlusconi, Bossi e Tremonti prima di tutto si affrettarono a cancellare le più importanti e incisive leggi contro l’evasione fiscale appena varate dal governo Prodi (l’elenco clienti fornitori, tanto per fare un esempio, o le soglie stringenti per l’uso del contante, provvedimento principe per lottare contro la criminalità e contro ogni attività in nero). E tolsero l’Imu sulle prime case.

 Il secondo fatto, incontrovertibile: appena tornati al governo, Berlusconi, Tremonti e Bossi si affrettarono a chiudere il lavoro della commissione che stava lavorando sulla spendig review avviata dal governo Prodi, e si adoperarono per applicare alla spesa pubblica, in particolare a quella sociale, i cosiddetti tagli lineari, segando con cura - tra l’altro - le gambe alla scuola pubblica (e alla cultura), cioè alla formazione del capitale umano e al funzionamento dell’unico ascensore sociale davvero efficiente. Ma senza ridurre la spesa pubblica, che anzi durante il lungo periodo dell’era berlusconiana è lievitata.

I tecnici del Tesoro e della Ragioneria generale dello Stato hanno suggerito e avallato quelle politiche, dando così un contributo determinante al disastro in cui ci troviamo oggi. Si può dire che non fossero bravi tecnici? No, affatto. Erano e sono persone tecnicamente eccellenti, di primissimo livello. Ma si poteva e si doveva fare altro. Scelsero quella strada, convintamente e con grande plauso di tutta la stampa italiana. Solo che non aver fatto allora scelte diverse oggi pesa come un macigno sulle spalle degli italiani: se la lotta all’evasione fiscale fosse continuata come aveva impostato il governo Prodi, oggi i conti pubblici avrebbero un ben diverso aspetto. Lo stesso si può dire per gli esiti della spending review, come per le conseguenze devastanti dei tagli lineari. Eppure, tutto dimenticato. A cominciare dal fatto che il governo Prodi, grazie a una difficile opera di risanamento del bilancio lasciato a brandelli dal governo di centrodestra, aveva portato il rapporto debito/Pil al 104 per cento, sforzo allegramente vanificato dal ritorno dei governi di centrodestra, con l’avallo della tecnostruttura del Tesoro e la regolare bollinatura della Ragioneria generale dello Stato.

Il terzo fatto. Si possono dire cose diverse per i governi tecnici, che di Berlusconi e Tremonti hanno preso il posto per evitare che l’Italia fallisse? In parte no e in parte sì. Al presidente Mario Monti, l’allora segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, portò, prima del varo del decreto salva Italia, alcune proposte già a lungo studiate e corredate da calcoli. Tra queste vi era l’idea di una riforma delle pensioni che elevasse drasticamente l’età per lasciare il lavoro, ma prevedesse una flessibilità di scelta da 63 a 70 anni, con penalizzazione per coloro che sarebbero usciti prima. Una soluzione che avrebbe tagliato la spesa, ma consentito la ristrutturazione delle imprese, senza drammi sociali.

Che cosa sia accaduto dopo, per la tenacia con la quale sono stati perseguiti altri disegni, e l’insipienza dei tecnici che li hanno consigliati fornendo peraltro cifre sbagliate al ministro Fornero, è sotto gli occhi di tutti: il caso degli esodati ha riguardato decine di migliaia di persone. Più volte è stato necessario intervenire per porre rimedio a questo errore, rimettendo in gioco miliardi di euro (senza essere riusciti ancora a venirne a capo completamente) e provocando paura e incertezza tra la popolazione vicina alla pensione, ma ancora lontana dalle nuove scadenze fissate per legge. Cioè tra coloro che, di solito, hanno maggiori possibilità di spesa e di consumo.

Infine, ma non in ordine di importanza, basti pensare al più recente dibattito sulle pensioni, in particolare all’idea di tagliare quelle già maturate e calcolate con il sistema retributivo, che viene sparsa a piene mani senza alcuna smentita ufficiale. A parte l’atteggiamento da dottor Stranamore da parte di coloro che, dal calduccio di qualche cattedra, di qualche scrivania di giornale o di qualche ben remunerato incarico tecnico pubblico, parlano di pensioni d’oro pensando a trattamenti da tremila euro lordi al mese ( per una generazione che per larga parte ha un solo reddito in casa), il punto è che si continua a pensare a misure da lacrime e sangue da applicare alle stesse persone che le tasse e i contributi li hanno versati per una vita, senza pensare (anzi evitando di pensare) che se ci sono 150 miliardi di euro di evasione fiscale l’anno stimata da tutti i centri studi, lì c’è un tesoro dal quale si può (e finalmente si dovrebbe) attingere per ridurre le imposte troppo alte sulle imprese e sul lavoro, o per abolire balzelli incongruenti oggi come il registro (basti qui ricordare le proposte del Nens). Senza considerare che si pongono problemi di legittimità costituzionale, o che si diffonde altra paura e incertezza tra coloro che in questi ultimi anni hanno contribuito a sostenere quel welfare familiare che ha attenuato le ripercussioni di una lunga e dura crisi. Spingendo ancora una volta il freno sulla possibilità che riprendano i consumi.

Questo non significa che non si debbano fare risparmi, che non vi siano sprechi da tagliare o che non si debbano prendere in considerazione gli studi e le indicazioni dei tecnici. Al contrario. Ma un conto è dire questo e ben altro pensare che il governo e il Parlamento “debbano” fare per forza ciò che dicono i tecnici (tacendo sempre sulla possibilità reale di recuperare l’evasione fiscale). Prendiamo la spending review, per esempio: non significa tagli alla cieca o tagli comunque. Ma studio di come funziona la macchina pubblica, pezzo per pezzo, per cambiarne l’organizzazione, per fare in modo che sia più efficiente, che si evitino le spese superflue, che si adottino politiche industriali capaci di far marciare i servizi meglio e con un costo inferiore. Un concetto lontano mille miglia dal taglia qua e là.

Si dice: però quello sulle pensioni retributive è un suggerimento tecnico. Ma non è così. E bisogna smetterla di pensarla in questo modo. Le scelte di politica economica, di politica industriale, sul lavoro sono scelte ad alto tasso di politicità. Come lo sono state quelle del centrodestra che hanno tagliato le gambe all’Italia. Si può scegliere se tagliare stipendi, pensioni, sanità (le cui spese vanno comunque passate al setaccio per ridurre sprechi e altro, su questo non vi sono dubbi) o tagliare le unghie agli evasori fiscali. Ed è una decisione politica. Si pensi alla narrazione sulla scelta di allargare o stringere le maglie per il rientro o l’emersione dei capitali nascosti al fisco. La scelta “tecnica” diventa quella di un’opportunità per far entrare soldi nelle casse dello Stato, mentre è "anche" un’agevolazione agli evasori fiscali di cui si discute senza scandali, mentre ci si scandalizza per coloro che prendono tremila euro lordi di pensione, avendo pagato tasse e contributi per tutta la vita.  

In conclusione, la polemica sul primato della politica rispetto alla tecnica nasconde (ma non tanto in fin dei conti) anche la preferenza, tutta politica, per scelte diverse. E’ anche una battaglia in difesa di interessi diversi. Ferma restando, dunque, la necessità di tenere in conto gli studi, la conoscenza e i suggerimenti dei tecnici prima di prendere qualsiasi decisione, fa bene su questo aspetto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a tenere il punto sul primato e sulle relative responsabilità della politica.

 

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