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L'economia reale arranca, ordini e fatturato calano, ma dietro le medie si nascondono le mille facce diverse di un Paese in cui c'è chi vince alla grande, chi scivola indietro o chi ha già drammaticamente perso ogni speranza.

23/07/2014
Gli ultimi dati presentati dal Bollettino economico della Banca d'Italia, dall'XI Rapporto Cisl su industria e lavoro, dall'Istat su produzione industriale, ordinativi e fatturato e dall'Ance indicano un andamento generale preoccupante, anche se sotto le medie nazionali si nascondo enormi diversità di posizione.

Non solo redditi e patrimoni di persone e famiglie: come dimostrano l’ultimo bollettino economico della Banca d’Italia, il rapporto della Cisl su industria e occupazione, i dati dell’Istat sulla produzione industriale e quelli su ordinativi e fatturato, la divaricazione tra ricchi e poveri, tra forti e deboli, resistenti e scivolati in basso o definitivamente vinti riguarda tutta l’economia italiana, i diversi territori, anche all’interno delle stesse regioni, le aziende, i settori, i commercianti, gli artigiani, i professionisti. Nessuno si salva da una crisi che sta scuotendo il paese e rimescolando come in un frullatore le posizioni che fino a ieri avevano caratterizzato la mappa economica e sociale del paese. Tutto dimostra che sarebbe necessario un impegno immediato e concreto per il rilancio della manifattura e degli investimenti, l’avvio di interventi per sostenere e guidare innovazione e rilancio, mentre l'iniziativa sulla politica industriale in Italia e sull’industrial compact in Europa (si pensi ai modestissimi risultati del Consiglio europeo informale di Milano svoltosi lunedì 21) resta ancora lontana mille miglia dal livello di drammatica urgenza, e di consistenza, che sarebbe necessario.

Secondo la Banca d’Italia, che venerdì 18 luglio ha diffuso il proprio bollettino economico, la crescita economica "stenta a riavviarsi" e il prodotto interno lordo crescerà quest’anno al massimo dello 0,2 per cento, soprattutto per l’andamento negativo del Prodotto interno lordo nel primo trimestre dell’anno. Un dato preoccupante, ma medio e che nasconde differenze straordinarie, nel bene e nel male.

Basti pensare ai dati che emergono dall’XI rapporto sull’industria e il lavoro della Cisl. Secondo la Cisl, le aree forti del Nord fanno registrare nel complesso una flessione modesta. Nel Mezzogiorno si sta verificando invece un fenomeno di desertificazione industriale. Le imprese che al Nord crescono, non solo esportano ma risultano sempre più integrate in un sistema che vede il proprio cuore in Centro Europa. Il Sud perde invece struttura industriale e si allontana sempre di più dai livelli delle aree più sviluppate.

Lo stesso ragionamento sui dati medi e su ciò che nascondono si può fare riferendosi alla differenza di condizione e sviluppo tra le aziende che esportano e quelle che si concentrano esclusivamente sul mercato interno. Secondo l’Eurostat, le imprese italiane che esportano sono poco meno di 90 mila, il 21 per cento rispetto alle 425 mila prese in considerazione, ma da sole producono oltre l’80 per cento del valore aggiunto e del fatturato totale della manifattura italiana. Le altre si spartiscono il restante 20 per cento. Senza contare il capitolo delle costruzioni, tutto concentrato sull'interno. L'Ance, l'associazione nazionale dei costruttori, nella sua assemblea annuale svoltasi martedì 22 luglio, ha ricordato che dal 2008 sono state 70 mila le imprese che hanno chiuso o stanno chiudendo, con 58 miliardi di fatturato persi. Tutto ciò, a fronte di una forte restrizione del credito alle imprese, alle quali sono mancati 116 miliardi di euro, mentre le risorse per le infrastrutture sono calate nello stesso periodo del 66 per cento.

Nessuno ha sempre e comunque vita facile, neppure le aziende che esportano, come dimostrano gli ultimi dati Istat su fatturato e ordinativi: a maggio gli ordinativi sono calati del 2,1 per cento rispetto a marzo, appesantiti da un significativo meno 4,5 per cento proprio degli ordini dall’estero. Lo stesso segnale di allarme è arrivato dalle statistiche ufficiali sul fatturato: a maggio è calato dell’1 per cento rispetto ad aprile a causa di un calo della domanda interna ormai ridotta al lumicino e che si è contratta di un altro 0,6 per cento rispetto ad aprile, ma anche da un calo del fatturato estero pari all’1,9 per cento.

Sono dati che offrono una dimostrazione pratica dei risultati ai quali è giunto uno studio su tremila aziende con almeno 20 dipendenti presentato all’Università di Cagliari all’inizio di luglio da tre studiosi della Banca d’Italia (Matteo Bugamelli, Eugenio Gaiotti e Eliana Viviano). Secondo questa ricerca, vi sarebbe una diretta correlazione tra il cattivo andamento del mercato interno e, alla lunga, un effetto di indebolimento anche del rapporto con l'estero.  

Anche i dati su ordinativi e fatturato nascondono in ogni caso diverse realtà. Leggendo i dati Istat, per esempio, si può vedere che a fronte del calo degli ordinativi a livello generale vi è stato un balzo del 15 per cento degli ordinativi a maggio su aprile per gli apparecchi elettrici e per uso domestico, segno che vi è una ripresa dell’export del cosiddetto bianco (gli elettrodomestici), ma anche che sta funzionando l’ecobonus fiscale per l’acquisto in Italia di elettrodomestici che consumano meno energia. In calo drammatico invece i dati di un altro fiore all’occhiello della manifattura nazionale, i macchinari (ordinativi, meno 14 per cento). E però, andando ancora più a fondo, si può vedere che all’interno del dato negativo relativo ai macchinari si nascondono i buoni risultati fatti registrare, compreso l'export, dai macchinari per il packaging e da quelli per la produzione delle piastrelle.

Esattamente come per le persone e le famiglie vi sono aziende, settori, territori che stanno marciando a pieno ritmo, addirittura migliorando la propria posizione, imprese che riescono a resistere, altre che sono scivolate, altre ancora che hanno chiuso i battenti, che non ce l’hanno fatta. E non v’è dubbio che toccherebbe alla politica indicare la strada per un intervento capace di rimettere in cammino il Paese, dando ai più forti la possibilità di competere e ponendo le premesse per un cambiamento che consenta a tutti di rimettersi in gioco.

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