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L'Italia ha corretto i conti pubblici per 120 miliardi tra il 2008 e il 2013. Ma le manovre hanno appesantito la recessione, con il risultato di annullare i risultati nominali del risanamento e far crescere il rapporto tra debito pubblico e Pil.

23/07/2014
Sulla correzione dei conti pubblici italiani ha pesato in misura decisiva l’”effetto denominatore, cioè il crollo senza precedenti del PIL in termini reali (e la stagnazione in termini nominali) registrato tra il 2007 e il 2013. Ma dato che la mancata crescita è in buona parte legata anche agli effetti recessivi di quelle manovre di finanza pubblica, viene da chiedersi se il gioco sia valsa la candela.

Tra il 2008 e il 2013, nel corso della peggiore recessione del dopoguerra e in risposta alla crisi dell’Euro, l’Italia ha messo in atto uno sforzo senza precedenti di riequilibrio dei conti pubblici, con una variazione programmatica del saldo primario cumulata al 2013 quantificabile in 119,9 miliardi (pari a 6,8 punti in rapporto al PIL tendenziale stimato dal DPEF 2009-2013).

Una valutazione a posteriori degli effetti di queste manovre è possibile analizzando l’evoluzione delle grandezze di finanza pubblica al netto e al lordo degli effetti del ciclo economico e delle misure una-tantum.

 In termini strutturali, le manovre economiche adottate negli anni della grande crisi hanno complessivamente migliorato la situazione della finanza pubblica, portando il saldo strutturale vicino all’obiettivo di medio termine del pareggio.

Questi risultati sono stati però inferiori agli obiettivi programmatici delle manovre approvate tra il 2008 e il 2013. Il miglioramento del saldo primario strutturale (+3% PIL potenziale) è meno della metà della variazione programmatica del saldo primario.

 La recessione, che le pesanti manovre di correzione dei conti pubblici hanno aggravato e acutizzato (PIL 2007-2013: -8,5% in termini reali e +0,4% a valore nominale), ha del tutto annullato i risultati in termini nominali delle misure di risanamento.

Nel complesso, tra il 2007 e il 2013 il saldo primario è invece peggiorato di 17,5 miliardi (-1,1% PIL) rispetto al dato 2007. In valore assoluto l’andamento della spesa primaria è stato sostanzialmente in linea con l’andamento programmatico, mentre le entrate sono risultate nettamente inferiori alle previsioni sia al netto del ciclo e delle una tantum (dato che mette in discussione l’efficacia delle manovre) che in termini nominali (a causa della dura recessione). 

 

Queste dinamiche della finanza pubblica hanno provocato, nel periodo 2007-2013, un netto appesantimento del rapporto tra debito pubblico e PIL, aumentato dal 103,3% al 132,6%. L’incremento – pari a 29,4 punti di PIL – deriva essenzialmente dal cosiddetto “snow-ball effect” (l'effetto combinato dei fattori non direttamente influenzabili dall'esecutivo, calcolato come differenza tra il tasso d'interesse sul debito pubblico e la crescita del PIL nominale), controbilanciato solo in piccola misura dal saldo primario cumulato nei sei anni (7,6 punti). Lo “stock-flow adjustment” (una componente residuale legata solitamente ad operazioni finanziarie), infine, ha inciso per 7,3 punti, buona parte dei quali legati ai sostegni finanziari ai paesi della zona Euro (3,6 punti cumulati nei cinque anni).

Sul difficile risanamento dei conti pubblici italiani ha pesato in misura decisiva l’”effetto denominatore”, il crollo senza precedenti del PIL in termini reali (e la stagnazione in termini nominali) registrato tra il 2007 e il 2013. Poiché però questa negativa performance economica è in buona parte legata agli effetti recessivi di quelle manovre di finanza pubblica, viene (un po’ provocatoriamente…)  da chiedersi se il gioco sia valsa la candela.

Riportare sotto controllo i conti pubblici era e rimane un nodo ineludibile, per il Paese che detiene il quarto debito pubblico al mondo. Il punto è che l’austerità è stato somministrata in dosi da cavallo ad un’economia indebolita da vent’anni di stagnazione e devastata dalla peggiore recessione del dopoguerra.

Dal 2010 in avanti l’austerità, che doveva riportare sotto controllo i conti pubblici, ha trascinato l’Italia nuovamente in una grave recessione che ha annullato gran parte degli sforzi di contenimento del deficit e del debito.

Un’articolazione diversa delle politiche di riequilibrio (dal punto di vista della dimensione, della proiezione temporale e della composizione entrate-uscite) ne avrebbe mitigato gli effetti recessivi, migliorando con tutta probabilità la dinamica dei parametri di finanza pubblica.

Oggi l’Italia è vicina al pareggio di bilancio in termini strutturali (uno dei mantra della Commissione UE) ma si ritrova a dover rispettare le regole del Fiscal compact partendo da un deficit nominale al 3% PIL e da un rapporto debito/PIL al 132,6%.

Numeri difficili, in un’Europa che non si è ancora liberata dal dogma dell’austerità a tutti i costi.

 

 

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