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Partecipazioni strategiche: perché la Cassa depositi e prestiti può diventare lo strumento che manca all’Italia per rilanciare lo sviluppo.

16/07/2014
L'Italia ha un capitalismo che non è più in grado, ormai da anni, di gestire i grandi gruppi nel tempo. La loro cessione a investitori esteri non sarebbe un male in astratto. Ma le mutevoli convenienze di breve periodo della globalizzazione rende incerto il futuro delle filiali delle multinazionali. Di qui l'esigenza di una CDP in grado di operare anche, con le strutture del caso, come grande holding di partecipazioni, se possibile temporanee.

L'Italia ha bisogno di un soggetto pubblico che assuma partecipazioni di controllo, o di controllo congiunto con altri, in imprese interessanti per lo sviluppo del Paese? La risposta sarebbe negativa se i mercati finanziari italiano e internazionale fossero in grado, qui e ora, di selezionare le mani adatte per reggere il timone di queste imprese. Sfortunatamente, l'esperienza ci avverte che i mercati, in Italia, non bastano.

Secondo la corrente di pensiero liberista, che ha ispirato negli anni passati anche taluni esponenti del Pd, questa insufficienza deriva dalla permanenza di soggetti come il ministero dell'Economia, la Cassa depositi e prestiti, gli enti locali, le cooperative e le fondazioni bancarie nel mercato dei diritti di proprietà delle imprese e delle banche. A mio parere, per quanti errori possano aver commesso i soggetti pubblici (e ne hanno commessi di molto gravi), il rapporto tra Stato e Mercato nella fornitura del capitale di rischio alle imprese non può essere risolto eliminando uno dei due soggetti. E posto che nessuno può pensare di eliminare il Mercato, la questione attuale per la politica consiste nel ruolo dello Stato.

In un tempo che ha perso la pazienza di rileggere la storia, la memoria regala a chi ancora la coltiva un vantaggio competitivo. In Italia il ruolo dello Stato nel sistema delle imprese deriva principalmente dai fallimenti del mercato e, poi, in alcuni settori, da alcune tendenze oligopolistiche.

Negli anni Trenta, l'Iri venne costituito per far fronte al fallimento della banca mista, che pure aveva sostenuto l'infanzia dell'industria italiana (le principali aziende di credito italiane offrivano sia crediti a breve scadenza, sia il finanziamento dell’industria e delle costruzioni a lungo termine, fino ad acquisire partecipazioni dirette nelle imprese). L'Iri si stabilizzò perché le grandi famiglie del capitalismo, che nel decennio precedente con la banca mista avevano speculato, si rifiutavano di rilevare le partecipazioni industriali della Banca Commerciale Italiana, del Credito Italiano e delle altre grandi banche. Prima e dopo gli anni Trenta, le municipalizzate ovviarono al disinteresse di magna pars delle imprese private per i servizi pubblici locali. La legge bancaria del ‘36 separò le banche commerciali dagli istituti di credito a medio e lungo termine, a capitale pubblico, e dalle sezioni di credito speciale degli istituti di credito di rititto pubblico. 

Dopo la guerra, lo Stato imprenditore si affermò perché i privati si sentivamo impari al compito di rilevare e gestire le grandi imprese dell'Iri come spiegò Angelo Costa, presidente della Confindustria, alla Costituente. In particolare, Pirelli voleva cedere le telecomunicazioni all'americana Itt), Falck riteneva inadatta al Paese la siderurgia a ciclo integrale, i petrolieri non si fecero mai sotto per prendere l'Agip in liquidazione. Senza Mattei, l'Italia non avrebbe l'Eni. Insomma, lo Stato imprenditore non usurpava nulla, copriva un vuoto.

Negli anni Sessanta, con la nazionalizzazione dell'industria elettrica, il servizio divenne davvero universale, e gli ex elettrici privati sprecarono i cospicui indennizzi con la fusione Montecatini-Edison mentre la Fiat, chiamata da Mediobanca a salvare la Olivetti, faceva uscire la casa di Ivrea dai calcolatori più avanzati.

Negli anni Novanta, anziché riformare gli enti pubblici economici divorati dalla corruzione e dal consociativismo politico-sindacale, i governi di centrosinistra e le forze tecnico-centriste privatizzarono il privatizzabile senza porsi il problema della qualità dei nuovi padroni. Di più, il centro-sinistra riformò il settore bancario immaginando di dare vita alla banca universale, riedizione della banca mista, e si ritrovò di lì a poco con banche finanziarizzate, e tuttavia incapaci di fare credito industriale e assumere partecipazioni ancorché complici dell'illusione collettiva che vedeva nella Borsa la fonte del capitale di rischio necessario allo sviluppo del sistema imprenditoriale nazionale, anziché un luogo che assai spesso induce comportamenti speculativi.

Il centrosinistra si dette un alibi per queste operazioni: il presunto fallimento dell'Iri; presunto, lo confermo, perché poi i conti della liquidazione diranno che quella era una superstizione, suggerita dagli interessati, italiani e stranieri, alle ricche spoglie dell'Istituto, non un dato della realtà. Ma ancor oggi l'incultura dell'aggettivo ha la meglio sulla verifica dei fatti, sintetizzati nei numeri.

Nel decennio seguente, lo Stato è tornato. Ma di soppiatto, quasi con un senso di colpa di fronte a un'Unione europea mercantilista, privo di un'idea di sé e dunque senza un progetto. Le fondazioni bancarie hanno salvato le banche dal crac post Lehman. Hanno pure fatto disastri a Genova e a Siena. Ma il loro ruolo resta, ancorché depotenziato. Non foss'altro perché, oltre le fondazioni, ci sono soltanto i fondi esteri, non di rado fondi sovrani, soggetti pubblici molto più delle fondazioni nostrane. E tuttavia non ci poniamo il problema di quale futuro per questa classe di investitori.

La forza dell'economia tedesca deriva, fra l'altro, dal largo supporto del sistema bancario, che è poi stato salvato con iniezioni di denaro pubblico per centinaia di miliardi di marchi. Per interposte Landesbanken, di fatto le casse di risparmio locali, un gigantesco aiuto di Stato è stato portato al sistema produttivo. E noi, invece, tutti a seguire ieri l'Agenda Giavazzi e oggi quella dettata dal giovane Serra alla Leopolda. Preoccupati che la Cassa depositi e prestiti, lascito tremontiano, seguisse le orme della sorella maggiore tedesca KFW.

All'Italia manca il credito industriale. Dal 1993, in seguito al Testo unico bancario e alle disposizioni di Vigilanza sui minimi patrimoniali in relazione agli attivi ponderati per il rischio, il credito industriale e venuto meno. E con esso il ceto professionale che era in grado di erogarlo. Ci si è illusi che bastassero la Borsa e il credito a breve eternamente rinnovabile a tassi stracciati. La privatizzazione della Banca d'Italia offriva l'occasione per utilizzare le risorse uscite da via Nazionale per costituire una banca di credito industriale, alimentata dai denari derivanti dalla "vendita" delle quote della banca centrale. Il governo Letta si è preoccupato di coprire l'abolizione dell'Imu sulla prima casa.

Non sono sicuro che la Cassa depositi e prestiti possa surrogare la banca di credito industriale che non c'è. Certo, dovrebbe coltivare ambizioni molto più vaste di quelle che la legge oggi consente. Sia nella gestione delle partecipazioni dirette e di quelle detenute attraverso i propri fondi sia nel credito e nelle garanzie prestate al sistema bancario. La prudenza è d'obbligo nel momento in cui la CDP opera con capitali che provengono dal risparmio postale, assistito da garanzia statale. E lo è ancor più ove si consideri che Eurostat guarda con estremo sospetto alle iniziative della CDP. Ma il vincolo che vieta alla la CDP di sostenere turn around, utilizzando il proprio "capitale libero" o "liberabile", non si capisce su che cosa sia fondato se non sulla cultura che ispirò l'antico accordo Andreatta-Van Miert dal quale derivò l’avvio delle privatizzazioni e la liquidazione a tamburo battente dell'Iri.

Quella cultura voleva che lo Stato non potesse investire denari in società nelle quali un privato non avrebbe avuto interesse a farlo. Pena la riclassificazione dell'investimento come aiuto di stato lesivo della concorrenza e l'apertura di una procedura d'infrazione. La rozzezza di quella cultura è pari ai vantaggi che ha procurato al sistema finanziario: di quale privato si trattava nel 1993 e anche adesso? Di fondi comuni, di private equity, di vulture fund, di fondi sovrani, di fondi pensione, di società finanziarie, di industrie concorrenti, di banche, di assicurazioni, di famiglie. I privati sono tanti e diversi, con diversi orizzonti. Di quali privati parlavano il ministro del Tesoro italiano Nino Andreatta e il commissario europeo Karel van Miert?

Più in generale, che senso ha questo vincolo europeo quando la stessa Europa si apre al sempre più alle merci e ai flussi di capitale provenienti da Paesi dove vige il capitalismo di stato e la concorrenza è addomesticata?

L'Italia ha un capitalismo che non è più in grado, ormai da anni, di gestire i grandi gruppi nel tempo. La loro cessione a investitori esteri non sarebbe un male in astratto. E talvolta, di fronte alle alternative nazionali reali, può essere un bene o un male minore. Ma le mutevoli convenienze di breve periodo della globalizzazione rende incerto il futuro delle filiali delle multinazionali. Non solo in Italia, ma perfino nel Regno Unito. Di qui l'esigenza di una CDP in grado di operare anche, con le strutture del caso, come grande holding di partecipazioni, se possibile temporanee.

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