
Pier Luigi Bersani ha apprezzato le dieci proposte presentate dal Nens sulla politica energetica presentate nel corso del convegno svoltosi all'Enea il 30 marzo. Proposte elaborate da Tullio Fanelli, Gianni Silvestrini e luigi De Paoli dopo cinque seminari tecnici con esperti, docenti, amministratori di società direttamente impegnate nei diversi settori, rappresentanti del Parlamento e del governo. Nel suo intervento Bersani ha indicato alcuni argomenti sui quali focalizzare l'attenzione, a cominciare dalla politica europea. Al convegno svoltosi nella sede dell'Enea hanno partecipato, tra gli altri, il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, il presidente della commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati, Guglielmo Epifani. Ecco l'intervento svolto da Bersani.
Ringrazio tutti per la presenza ed i contributi che ciascuno ha portato oggi pomeriggio. Sono d’accordo con le proposte dei relatori, anche se sui dettagli c’è ancora bisogno di un approfondimento. A me preme dunque in queste poche battute finali fissare alcuni argomenti sui quali vorrei che si focalizzasse l’attenzione.
Il primo punto, l’abbiamo detto tutti, è che cosa fa l’Europa: è lì che si decide. L’Unione dell’energia viene annunciata come una fase con numerosi impegni, interventi, obiettivi. Ma sentiamo tutti l’esigenza di avere di fronte qualcosa di più preciso, definito, perché a volte darsi obiettivi verbalmente molto larghi significa poi rischiare di non sciogliere alcuni nodi cruciali.
Per esempio, se parliamo di Unione dell’energia, ci riferiamo naturalmente anche alla sicurezza. Ma questo non è un tema che si può esaurire concentrandosi sulle infrastrutture. Penso ai rapporti con i paesi produttori di greggio e di gas, di cui parlerò anche più avanti. Finché l’Europa non riesce a parlare con una voce sola ci saranno problemi. Porto in proposito una testimonianza personale. Ai tempi di Boris Nemtsov, vice premier durante il periodo di Eltsin e anche nei due–tre anni successivi con Putin, all’Europa arrivava attraverso l’Italia, ma non solo Italia, un messaggio: la Federazione Russa aveva interesse a trasformare la gamma dei rapporti con i diversi Paesi, a partire da quelli più positivi, per esempio con l’Italia, in un accordo con l’Unione europea. L’impressione mia, ma non è solo un’impressione, è che allora diversi Paesi pensassero: “I rapporti con la Russia me li curo io da solo, perché devo mettere di mezzo l’Unione europea?”. Ecco, adesso temo che questa idea sia ormai passata, non più valida al di là degli Urali.
Il tema dell’Europa non va dunque sottovalutato ed ha anche diversi sottotemi. Penso per esempio alla necessità degli stoccaggi di gas (bisognerà cercare di mettere qualcosa in comune), o al mercato elettrico: l’idea che il mix energetico da perseguire per raggiungere i risultati sia nazionale è una presa in giro; noi dobbiamo invocare meccanismi cooperativi a livello europeo per l’ottimale gestione della capacità dei diversi mix produttivi in un contesto di reciprocità. Invece, se si pensa solo al mix nazionale, li ci si ferma e poi qualcuno dirige il traffico. Lo stesso dicasi per la credibilità delle politiche sul cambiamento climatico. Adesso ci sarà l’appuntamento di Parigi. Vedremo che cosa si deciderà. Ma prima ancora è necessario capire che cosa sta accadendo. Bisognerà tenere conto dei pesi relativi delle diverse aree del mondo e individuare chi ha le possibilità di arrivare più in forma alla fine del cammino. In questo contesto, noi italiani dobbiamo fare attenzione: stiamo delocalizzando, anche per il costo di politiche contro il cambiamento climatico, produzioni di beni che poi sicuramente compriamo. E’ un fenomeno che non può essere sottaciuto e che bisognerà affrontare. Come? Sono d’accordo con le proposte che sono emerse oggi, come le imposte sulle importazioni dei prodotti realizzati in modo inquinante e sulla necessità di fare in modo che i prezzi delle emissioni orientino davvero gli investimenti. Questo è un obiettivo. Ma più in generale la vedo come oggi l’ha detta Ortis: bisogna andare verso un mondo in cui questi temi siano affrontati in modo globale, con responsabilità globale, di tutti.
Torno sul tema dipendenza-indipendenza. Nelle riunioni seminariali che come Nens abbiamo svolto negli ultimi mesi prima di questo appuntamento ho chiarito che nel mondo desiderabile che vogliamo la dipendenza è un fatto negativo. Ma attenzione: anche l’indipendenza non è un fatto completamente positivo. La cosa migliore è l’interdipendenza, almeno se vogliamo pace, buone relazioni, e così via. Naturalmente, non su tutti i temi strategici si potrà arrivare all’interdipendenza. Quando hai dipendenza su alcuni fattori, devi creare interdipendenza su altri, che siano ricerca o relazioni internazionali, perché un mondo interrelato è un mondo più pacifico. Basti pensare in proposito al fenomeno della indipendenza degli Stati Uniti dal punto di vista energetico: Non so se avrà un grandissimo peso a più lungo temine sui mercati: sono convinto invece che avrà ripercussioni più sugli scenari politici che su quelli economici. Tanto è vero che si comincia a vedere una certa libertà di movimento degli Usa sullo scacchiere mediorientale; una certa libertà di movimento magari anche nell’incrudire qualche rapporto con la Russia. Così si arriva a una situazione più flessibile, meno interrelata, ma anche meno equilibrata e con maggiori rischi. Ecco, io dico questo: la geografia alla lunga vince sempre sulla storia. E chiunque guardi il mondo vede che l’Europa si trova ad essere una propaggine di un immenso paese, quasi un continente a sé, che si chiama Russia. Non ci piace, è paese autocratico, ma è così. Per questo penso che dovremmo guardare con una certa attenzione e apprensione ciò che è accaduto negli ultimi tempi. Vediamo gli scenari sulla sicurezza. Vediamo cosa accade in Medio Oriente. Sappiamo come è messa la Libia. Conosciamo le strategie di mercato dell’Algeria. Sappiamo quel che è successo in Ucraina.
Credo insomma che si sia creata una situazione nella quale non vi è simmetria nei rapporti tra Europa, scacchiere del Mediterraneo e con la Russia, dal punto di vista della sicurezza energetica. In seguito ai fatti recenti, Gazprom ha comperato tutti i diritti sul gasdotto South Stream, poi ha fatto accordi con la Turchia. Ora noi siamo qui a chiederci: “Ma davvero vogliono sostituire il tubo dell’Ucraina, perché le cose che stanno dicendo potrebbero arrivare a quel punto, e noi in quel caso potremmo trovarci nella condizione di andare a prendere il gas in Turchia?”. Io non dico che bisogna cominciare a guardare la sfera di cristallo e a fare previsioni sul futuro. E’ già chiaro che il giorno in cui avranno anche solo la possibilità di farlo, noi saremo di fatto in una posizione di eccessiva debolezza, con l’Algeria che non ci darà il suo gas, con l’Isis che ha conquistato territori importanti. E così via.
In quel caso noi Europa del Sud avremmo un problema, mentre non lo avrebbe l’Europa del Nord. Da tutto questo si capisce che non ho giudicato positivamente l’abbandono di South Stream. So anch’io che è costoso e forse non serve nemmeno, ma non bisogna dimenticare che il South Stream è stato deciso quando è stato deciso il Nord Stream, se, come si dice, siamo a bevuta pari. Bisogna dire agli amici, ai compagni, ai partner tedeschi e nordici che, se siamo a bevuta pari, siamo a bevuta pari nelle sanzioni, ma dobbiamo esserlo anche nella sicurezza energetica, perché si stanno mettendo le cose in modo che poi noi possiamo trovarci in una condizione piuttosto difficile.
Credo che sia piuttosto urgente porre rimedio, perché possiamo dire che per la sicurezza dobbiamo aumentare le riserve, fare un’adeguata politica nazionale, ma non possiamo non dirci anche che noi, per un bel po’ di tempo, avremo bisogno dei rifornimenti russi. E potremmo trovarci in situazioni di debolezza anche per strategie europee che, secondo me, non garantiscono in modo equilibrato gli interessi del Nord e quelli del Sud Europa.
Vengo agli altri temi. A cominciare dal mercato elettrico, di cui nelle relazioni è stata proposta la riforma. Nell’impostazione originaria della nostra riforma c’era un’idea pratica: era quella di immaginare una specie di fidanzamento tra gas e energie da fonti rinnovabili come chiave per accompagnare una fase del nostro sviluppo e per ridurre la dipendenza dal petrolio e dal carbone. L’idea era che questo fidanzamento si sarebbe tradotto via via in un matrimonio stabile. Questo era il concetto di allora. Ma questo è ancora il concetto. Solo che poi ci sono state sovrapposizioni, meccanismi varati senza una logica coerente, interventi slegati tra loro, con il risultato che si sono messi nei guai entrambi i settori. Devo dire che per me è un dispiacere, perché un meccanismo così finisce per distorcere anche la portata del mercato.
Il punto di fondo però non cambia. Le rinnovabili esprimono un valore in termini di autonomia e di ambiente. Le fonti di energia programmabili esprimono il valore della sicurezza e della stabilità. Mi pare che ci stiamo dicendo, al di là dei dettagli, che è necessario cercare una soluzione attraverso meccanismi di mercato regolato, senza pensare ogni volta di aggiustare le cose con interventi di tipo amministrativo, perché in questo modo non si arriva mai all’obiettivo. Anche quando fai la mossa giusta, dopo un anno che è già diventata un po’ sbagliata. Cerchiamo dunque di trovare meccanismi di mercato che garantiscono la remunerazione di entrambi questi valori, facendo anche in modo, per esempio, che la dinamica delle chiusure non prenda la mano in modo non governato, punto secondo me molto importante.
Per il resto bisogna fare un po’ di manutenzione della riforma. Ma anche io, come i relatori, sarei molto cauto sul tema dell’abolizione dell’Acquirente Unico, prevista nel ddl sulle cosiddette liberalizzazioni. Per molti motivi, ma scelgo di indicare questo: c’è anche gente che ha voglia di stare tranquilla. Mentre il telefono cellulare è una specie di prolungamento di ciascuno di noi, e quindi ciascuno aggiusta le cose per come gli stanno meglio, e oggi a 13 anni sanno già come fare, con l’elettricità la storia è diversa. Su questo tema sarei dunque molto cauto.
Altro tema, bisogna risistemare la governance. Sarà pure una filosofia, ma di questa filosofia non mi sono mai pentito. Quando c’è da costruire un mercato, credo che l’obiettivo massimo di chi fa una riforma è creare un bambino che poi va da solo. Quel che è meno di questo, non va bene: significa che il meccanismo del mercato non funziona. Naturalmente ogni tanto le cose vanno aggiustate. Ma in modo che ci sia sempre un mercato che funzioni con un’autorità che si preoccupi di tenerlo a bada. Il resto è sempre di troppo.
Sarebbero venuti investitori esteri se avessero dovuto passare per un ministero, una trafila burocratica incomprensibile? Il tema non riguarda solo l’energia. Penso alle grandi opere, per esempio: abbiamo un’autorità; mettiamo regole europee, semplici, in modo che funzionino e non diventino invece così farraginose da creare pretesti per fare l’eccezionalità.
Quanto all’efficienza energetica, tutti i discorsi fatti su questo tema sono preziosi. Oggi bisogna passare però ad una fase più concreta, fattiva, ravvicinata, perché viviamo un periodo caratterizzato dal prezzo basso del petrolio, da un cambio debole del dollaro, da una condizione straordinaria di liquidità. L’obiettivo dovrebbe essere quello di trasformare la liquidità in investimenti e in lavoro. Questo dovrebbe essere il compito dei prossimi mesi. Ma lo carichiamo solo sulle spalle dei privati, così come sono messi oggi nel nostro Paese? Credo che non raggiungeremmo il risultato sperato, perché per investire ci vogliono la liquidità ma anche una buona ragione. Non so se oggi ci sia una buona ragione e dunque se, nelle condizioni attuali, si possa evitare il rischio che questi investimenti vadano per larga parte su altri business, a cominciare da quello finanziario.
Per queste ragioni, secondo me, è necessario predisporre un intervento di strumentazione pubblica che aiuti i privati a trovare una buona ragione per investire. Certo, non possiamo presentarci in Europa a dire che intendiamo fare investimenti pubblici diretti, considerati tutti i fondi Ue che l’Italia non riesce a investire e anche quel che scrivono tutti i giornali nazionali sulla moralità degli italiani. Però abbiamo la prova provata che in Italia ci sono modelli di investimento che da noi funzionano molto bene: come quando lo Stato mette un “cip” per muovere gli investimenti dei privati su cose che a costoro piacciono. Penso per esempio agli interventi che hanno favorito la ristrutturazione edilizia e l’acquisto di macchinari. Uno sul versante delle famiglie, l’altro sul versante delle imprese, hanno incrociato i grandi amori degli italiani: la proprietà della casa, per cui vale la pena di risparmiare, di investire, di fare sacrifici; e sul versante delle imprese il gusto per i macchinari, dato che la piccola impresa ha concepito spesso l’innovazione come l’acquisto di macchinari nuovi. Naturalmente molti fanno innovazione anche in altri modi. Ma nella storia dell’artigianato italiano il gusto per l’acquisto di macchinari si è dimostrato irresistibile.
Ecco, Io sostengo che ci sono sei o sette provvedimenti che possono essere impostati con la stessa logica. Il principale riguarda il meccanismo finanziario per fare in modo che vengano anticipati i capitali, e che poi rientrino.
Naturalmente poi ci sono tutti i sotto problemi. Per esempio, nel caso dell’efficienza energetica degli immobili, bisogna fare in modo che si muovano anche i condomini e non solo i singoli privati. Sarebbe opportuna una soluzione in cui ci sia un po’ di pressing e però anche un vantaggio. Adesso non è il momento di entrare nei particolari. Ma certo, in ogni caso ci vuole una strumentazione finanziaria.
Ciò che vale per l’efficienza energetica, può valere per il credito di imposta sulla ricerca. Così per il rafforzamento dei fondi di garanzia per l’accesso al credito. Così per il rafforzamento della Sabbatini….Credo che bisognerebbe mettere a punto un pacchetto di una decina di questi interventi; dopodiché ci si presenta in Europa e si dice: li finanziate voi? No? Li tenete fuori dai calcoli sulla spesa pubblica? No? Ebbene, noi li facciamo lo stesso, perché sono logici, perché nessuno può venirci a dire che non funzionano.
Naturalmente, per quanto riguarda l’energia, è chiaro che quel che fai dal lato della domanda va accompagnato da iniziative adeguate dal lato dell’offerta con processi di innovazione. Una volta scelto che cosa si vuol fare e che si è data coerenza all’insieme delle politiche da perseguire, è chiaro che si può pensare a un differenziale di rendimento, a introdurre uno strumento finanziario finalizzato agli obiettivi.
Infine, il tema più generale della necessità di un ulteriore fidanzamento. Prima abbiamo parlato del fidanzamento tra gas e energia da fonti rinnovabili. Ecco, io ho sempre pensato alla necessità di un fidanzamento tra ambiente e sviluppo economico. Tanto è vero che credo che si dovrebbe avere un unico ministero dello Sviluppo Sostenibile. E non solo. Noi stiamo immaginando e parlando in questi ultimi mesi di interventi di politica industriale. E man mano che si presentano opportunità e problemi sembra che debba entrare sempre in gioco la Cassa Depositi e Prestiti. Sarebbe ora di riflettere su questo tema, avendo la consapevolezza che stiamo caricando molti e diversi compiti su una struttura che, fatto salvo qualche ritocco, è nata per
dare mutui agli enti locali con le risorse del risparmio postale. Se decidiamo che debba intervenire in modo diverso sarebbe dunque necessario che diventasse un’altra cosa. Ragionerei insomma sulla strumentazione della politica industriale e dello sviluppo sostenibile, pensando a un solo ministero e ad un solo strumento. Non sto dicendo l’Iri 2.0. Penso al rispetto delle norme europee e del contesto europeo. Ma certo avremmo bisogno di una struttura con una soggettività attiva più pertinente in un momento come questo.
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