
Non basta che il governo dica con fermezza che il 51 per cento di RaiWay resterà in mano pubblica e che per il resto decide il mercato. In una società moderna l’assetto del sistema che trasmette comunicazioni, informazioni, dati, voci, immagini intrattenimento ha la stessa funzione che nel corpo umano ha il sistema sanguigno. Dunque, non basta nascondersi dietro un dito. Il governo deve dire chiaramente che cosa vuole fare. Perché la realtà è molto più articolata e complessa di un rapporto tra 51 e 49.
1. Non bisogna dimenticare un dato fondamentale, e cioè che etere e frequenze sono proprietà esclusiva e non cedibile, né divisibile, della collettività nazionale. Possono essere date in concessione temporaneamente, ma non vendute o affittate in via permanente.
2. Oltre alle diverse reti terrestri (fibra ottica, doppino di rame) in Italia vi sono diverse reti di torri, che trasmettono per tv, radio, ma anche dati, voce. Nell’ambito del broadcasting le due reti più importanti fanno capo a Rai Way e a Ei Towers. In estrema sintesi, Rai Way è presente capillarmente su tutto il territorio nazionale disponendo di una sede centrale a Roma, 23 sedi territoriali e oltre 2.300 siti dislocati sul territorio italiano. L’attività di EI Towers si articola nella gestione di un parco di circa 3.200 infrastrutture, di cui 2.300 in proprietà o disponibilità, costituite per la maggior parte da locali tecnologici, pali o tralicci, distribuite sul territorio italiano dedicate all’ospitalità di impianti di trasmissione ed antenne di diffusione del segnale nelle quali ospita e gestisce più di 10.000 impianti dei propri clienti. La società dispone, inoltre, di una dorsale in fibra ottica che si sviluppa su un percorso di oltre 6.000 km e di una infrastruttura satellitare basata su due piattaforme di Up Link e sulla disponibilità garantita da contratti long life di 10 trasponditori. Quanto ai gestori di tlc, per citare solo i principali e solo la rete 4G di ultima generazione, basti dire che Vodafone sta investendo 3,6 miliardi di euro sulla rete 4G in tutta l’Italia (3.500 comuni, l’80 per cento della popolazione); Tim ha una rete 4G che già copre ben oltre il 71 per cento della popolazione. E poi vi sono le reti 3 e Wind.
3. Chi ha il controllo di questa grande rete di comunicazione, asset decisivo per il futuro del Paese? Ei Towers è controllata per il 40 per cento da Silvio Berlusconi, per il 10,2 da Blackrock (uno dei più importanti fondi di investimento del mondo), per il 4 per cento da Octavian e, con una quota del 2 per cento ciascuno, da altri fondi come Amber e Threadneedle. Rai Way è controllata per il 65 per cento dalla Rai, la quale fa capo al Tesoro italiano. Presso la Consob non risultano altre partecipazioni rilevanti (oltre il 2 per cento del capitale); anche se a ridosso della collocazione in Borsa lo stesso amministratore Rossotto dichiarò che BlackRock aveva una partecipazione importante nel gruppo.
4. L’Italia è uno dei pochi paesi in cui chi possiede e gestisce le torri di trasmissione o le reti terrestri produce anche contenuti. Altra particolarità italiana è che entrambi i più importanti protagonisti del broadcasting e della gestione delle reti di trasmissione sono rappresentati da società intrinsecamente intrecciate con la politica (Rai e Mediaset). Come dire, Rai e Mediaset sono in conflitto di interessi e hanno entrambe un legame con la politica.
5. La soluzione più seguita e considerata generalmente più razionale negli altri paesi è quella di far gestire a un soggetto la trasmissione e ad altri soggetti la produzione di contenuti. Cioè di separare la gestione delle reti di trasmissione dalla funzione di produttore dei contenuti.
6. L’offerta di Ei Towers è di acquisto e scambio del 65 per cento delle azioni, perché propone di acquistare le azioni Rai Way versando per ciascuna 3,13 euro, più 0,03 azioni ordinarie EI Towers di nuova emissione. Per ogni 100 azioni ordinarie Rai Way verrebbero versati dunque 313 euro e tre ordinarie EI Towers di nuova emissione. Controvalore complessivo: 1,225 miliardi di euro, di cui 851.3 milioni in contanti.
7. Può Ei Towers raggiungere questo obiettivo? Nel decreto presidenziale con il quale è stata decisa la quotazione in Borsa di Rai Way è scritto (nella premessa, non negli articoli) che la Rai non può scendere al di sotto del 51 per cento. Il che significa formalmente diverse tre cose. La prima: se il governo non decide altrimenti, la Rai non può dire di sì. La seconda: un privato può arrivare a controllare fino al 49 per cento del gruppo, superando la soglia di un terzo del capitale; fatto che consente di costituirsi come minoranza di blocco nel caso di assemblee straordinarie, dove la maggioranza per essere tale nelle votazioni deve raggiungere i due terzi. La terza: il governo può, se lo decide, cambiare scelta con un analogo provvedimento, cioè un decreto della presidenza del Consiglio.
8. Da anni Silvio Berlusconi insegue un obiettivo strategico: entrare direttamente nel business delle tlc diversificando così i propri investimenti uscendo dalla gabbia dorata della sola Tv generalista. La società oggetto del sogno proibito (un segreto di Pulcinella, dato che lo sanno tutti) è la Telecom. Non a caso, i governi Berlusconi non hanno mai premuto l’acceleratore sugli investimenti pubblici per la banda larga, che di per sé costituisce un veicolo di concorrenza per il business televisivo e dell’intrattenimento. E quando è stata all’opposizione Forza Italia ha sempre osteggiato lo scorporo della rete Telecom per la costruzione di un operatore nazionale pubblico sullo stile di Terna per l’energia.
9. Date queste premesse, può sperare Berlusconi di conquistare la maggioranza di Rai Way, o l’offensiva in Borsa è solo la prima mossa di una lunga partita? Nel comunicato di Ei Towers vi sono scritti, nero su bianco, alcuni passaggi significativi: “Creazione di un operatore unico delle torri broadcasting. L’operazione consentirà di porre rimedio all’attuale situazione di inefficiente moltiplicazione infrastrutturale dovuta alla presenza di due grandi operatori sul territorio nazionale, ponendo così l’Italia a livello dei principali Paesi Europei industrializzati (Francia, Regno Unito, Spagna) nei quali le infrastrutture vengono gestite a livello nazionale da un unico operatore. In linea con il suo ruolo di gestore di un’infrastruttura chiave per il Paese, EI Towers: (a) continuerà a garantire l’accesso alle infrastrutture a tutti gli operatori radiotelevisivi, in modo indipendente, secondo termini trasparenti e non discriminatori, offrendo un servizio completo e integrato e (b) aprirà sempre più la propria infrastruttura, in prospettiva, agli operatori di telecomunicazioni….”. Come dire: l’obiettivo principale è di fondere Ei Towers con Rai Way. La proposta è di farne diventare l’azionista non unico ma di riferimento Berlusconi, lasciando alla Rai (allo Stato) il ruolo di ancella, di fatto ciò che è accaduto nel corso dell’intera era berlusconiana, con la Rai condotta in modo da non turbare gli affari di Mediaset. Ma, stante la norma del 51 per cento, è evidente che l’obiettivo è di entrare nel gioco alla pari e di gestire da questa posizione il rapporto con Telecom Italia, in vista della ormai inevitabile campagna di investimenti per la banda larga sia per fibra che per etere.
10. Ecco perché se il governo continua a dire solo che mantiene la decisione sul 51 per cento è come se si nascondesse dietro un dito. Creiamo i presupposti per lo sviluppo di una rete nazionale sullo stile di Terna per l’energia elettrica o lasciamo che si sviluppi un pulviscolo di iniziative, ciascuna con le sue torri? Separiamo i gestori delle reti (che sia una sola o diverse) dai produttori di contenuto, a prescindere al tipo di proprietà, o no? La partita è gigantesca, molto più complessa, mette in gioco diversi operatori e il tipo di sviluppo che si vuole suscitare. Senza contare che dalla soluzione che verrà adottata dipenderà se il futuro economico e sociale del Paese sarà ancora vincolato agli stretti interessi di Silvio Berlusconi e della sua famiglia o se invece la politica industriale ( la visione pubblica che guarda al bene del Paese) e il libero mercato (quello vero, quello dove le regole lasciano parità di condizioni e di concorrenza) potranno fare da lievito alla crescita.
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