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Reddito minimo, la riforma è necessaria. Ce la chiede l'Europa ed è d'accordo la maggioranza degli italiani.

25/05/2015
La Commissione europea boccia il nostro Welfare perché "la riduzione delle risorse finanziarie a disposizione dei servizi pubblici e delle amministrazioni locali" causa "una decrescita degli investimenti nel Welfare" ed è proprio "la mancanza di un reddito minimo garantito" a dimostrare "l'assenza di una strategia complessiva nei confronti dell'indigenza e dell'esclusione sociale". Questa, è una delle riforme che la UE si aspetta da noi, ma di cui non si parla e che non si mette ancora in agenda.

I dati Istat diffusi nei giorni scorsi ci dicono che dall'inizio della crisi fino ad oggi, in Italia e in Europa, la povertà assoluta e relativa sono raddoppiate. Nel nostro Paese i poveri sono ormai 16 milioni, circa il 27 per cento della popolazione.

Ancora più preoccupanti i dati sulla disoccupazione: il 13 %, tre milioni e mezzo di persone, mai così tante dal 1977 a oggi, con un incremento del 94,4% rispetto al 2008.
A questa enorme massa si devono aggiungere circa tre milioni di soggetti che l’Istat classifica con il termine di “scoraggiati”, persone cioè, che il lavoro hanno persino smesso di cercarlo.
I dati ci consegnano quella che è stata definita: l’“eutanasia del Mezzogiorno”. In questo pezzo d’Italia la disoccupazione tocca circa il 21,5%, con il 61% dei giovani tra i 15 ed i 24 anni. Oltre 1.130.000 famiglie nel 2014 non percepiscono alcun reddito da lavoro e anche in questo caso più della metà sono al Sud.
Un Paese dunque sempre più povero e anche il più diseguale dell'area OCSE: il 60% della ricchezza nazionale è, infatti, detenuto da appena il 21%, della popolazione, mentre il 40% della popolazione più povera possiede soltanto il 4,9% della ricchezza nazionale.
Ma la cosa più grave è che l'Italia affronta questa emergenza sociale con un welfare inadeguato, costoso e iniquo allo stesso tempo.
Nel 2013 i cittadini che hanno beneficiato di un ammortizzatore sociale sono stati quasi 4,6 milioni con un aumento del 113,6%, rispetto al 2008. Le misure di sostegno al reddito, tra indennità e contributi figurativi, nel 2013 sono costate 23,8 miliardi di euro, con un aumento del 138,3% rispetto al 2008.
Il tutto finanziato per 9,1 miliardi di euro provenienti dai contributi di lavoratori ed aziende e 14,7 miliardi di euro a carico della fiscalità generale.
E' del tutto evidente, quindi, che nonostante il proliferare di forme di assistenza per contenere gli effetti economici della disoccupazione il sistema di ammortizzazione sociale non è stato e non è in grado di fronteggiare l’emergenza scaturita dalla crisi.
Il motivo sta nelle caratteristiche stesse del nostro modello di Welfare, legate ancora al sistema di produzione fordista del Novecento, quando si accedeva a un lavoro che prevedeva prestazioni a tempo “indeterminato” con la garanzia mensile di un salario. Lavoro e reddito, dunque, erano strettamente connessi tra loro. Lo stesso sistema di Welfare si legava al lavoro, per cui bisognava garantire al lavoratore licenziato un reddito per il tempo necessario, pensato comunque come breve, a trovare un’altra occupazione.
Il lavoro era e rimane l’unica porta di accesso al regime delle tutele.
Quel modello sociale oggi è scosso dalle fondamenta: il lavoro ha perso centralità e "rispetto", è diventato precario, occasionale, flessibile, non è più in grado di garantire il nesso tra reddito e vita dignitosa.
Proprio per ritrovare questo "onore perduto" è, dunque, necessario pensare al reddito come diritto in tutti quei casi in cui la mancanza, la precarietà e la flessibilità del lavoro non consentono il raggiungimento dei livelli minimi di vita dignitosa. Dove per vita dignitosa intendiamo l'impossibilità, che oggi riguarda fasce sempre più ampie della popolazione, di accedere ad una serie di diritti fondamentali quali: il diritto all'abitare, il diritto alla mobilità, alla salute, il diritto al sapere; diritti, questi, senza i quali non è possibile godere di una piena cittadinanza.
Non è, pertanto, più prorogabile l'introduzione anche in Italia di una forma di retribuzione sociale che avvii una riforma complessiva degli ammortizzatori sociali e ridefinisca il sistema del welfare nel nostro Paese, adeguandolo ai mutati bisogni e rendendolo "universale".
Del resto già nel 1997 i lavori della “Commissione Onofri” (Commissione per l’analisi delle compatibilità macroeconomiche della spesa sociale) segnalò l'urgenza di una riforma in senso universale del Welfare per superare l'assenza «di uno schema di reddito minimo per chi è totalmente sprovvisto di mezzi», vera «grande anomalia della situazione italiana» rispetto al resto d'Europa.
E dopo circa venti anni, la Commissione europea, nel rapporto Social investment in Europe 2014, boccia il nostro Welfare perché "la riduzione delle risorse finanziarie a disposizione dei servizi pubblici e delle amministrazioni locali" causa "una decrescita degli investimenti nel Welfare" ed è proprio "la mancanza di un reddito minimo garantito" a dimostrare "l'assenza di una strategia complessiva nei confronti dell'indigenza e dell'esclusione sociale".
Questa, è una delle riforme che la UE si aspetta da noi, ma di cui non si parla e tantomeno la si mette in agenda.
Possiamo finalmente applicare la consueta formula "ce lo chiede l'Europa" anche per l'introduzione del reddito minimo e non soltanto per le politiche di austerità?
Con questo strumento sarà infatti possibile non solo contrastare la povertà, che rischia di porre ai margini fasce sempre più larghe della popolazione, ma anche rimettere in moto l'economia sostenendo la domanda interna e supportando così anche le condizioni della crescita.
Diminuendo e non universalizzando il Welfare non si aumenta il lavoro e non si promuove innovazione e crescita sociale.
L'economia reale cresce se il modello di sviluppo ha nell'innovazione il suo punto di forza.
In questo senso è illuminante la definizione che Papa Francesco, nei giorni scorsi, ha dato del Welfare inteso “non come un costo ma una infrastruttura dello sviluppo”.
Il riconoscimento del diritto universale ad un’esistenza dignitosa, iscrive l’Italia tra i Paesi dell'”altra Europa, quella con il reddito minimo” (come la definisce Perazzoli nel suo bel libro " Contro la miseria") che ha i migliori tassi di occupazione e maggiori tutele per le persone senza occupazione.
Ed è anche una misura di libertà in quanto si configura come uno strumento di liberazione dal ricatto del bisogno e diventa anche un efficace risposta di contrasto alle mafie, perché sottrae linfa ai circuiti criminali che approfittano della povertà per reclutare eserciti di manovalanza.
E, infine, smettiamola con il refrain "dove prendiamo le risorse".
Di fronte ad una spesa sociale enorme ed ingiusta di circa 25 miliardi di euro spesi annualmente in ammortizzatori sociali, di cui oltre 2/3 rinvenimenti dalla fiscalità generale, il delta a regime per garantire una misura universale di sostegno al reddito potrebbe essere, infatti, intorno ai 7/8 miliardi.
Il problema che abbiamo di fronte è innanzitutto di volontà politica, considerando che la misura degli 80 euro costa 10 miliardi all’anno.
Oggi è il tempo giusto per questa riforma: in Italia c'è un'ampia mobilitazione e non è azzardato affermare che nel Paese si profila a sostegno del reddito minimo una maggioranza che dovrebbe diventare maggioranza anche nel Parlamento.
Nella società è in atto un movimento molto ampio che rivendica l’attuazione di una misura europea di sostegno universale al reddito e di contrasto alla povertà.
Si stanno mobilitando soprattutto le associazioni a partire da quelle del volontariato sociale.
Le Acli, la Caritas, i sindacati Cgil, Cisl, Uil hanno dato vita ad una rete definita Alleanza contro la povertà per il REIS (reddito d'inclusione sociale)
Da tempo BIN (Basic Incom Network) e la rete TILT sono impegnati a rivendicare l'attuazione in Italia degli indirizzi europei per l’ istituzione del reddito minimo garantito.
Nei giorni scorsi con Roberto Speranza abbiamo svolto una conferenza stampa per annunciare l’adesione, come sinistra PD, alla campagna lanciata da Don Luigi Ciotti con "Libera" per l'approvazione in 100 giorni di una legge nazionale per il reddito di dignità.
Nel Parlamento italiano sono state depositate diverse proposte di legge:
alla Camera quella PD, di cui sono sottoscrittrice, (primo firmatario Danilo Leva),
di SEL e del M5stelle.
Al Senato è attualmente in corso l’esame in Commissione Lavoro delle diverse proposte di legge.
Non si tratta qui di rivendicare primogeniture o di alzare bandierine. Si discuta nel merito e si trovino le necessarie convergenze.
Il tema dell'inclusione sociale deve diventare una priorità dell’agenda politica del governo.
Non si tratta solo di lotta alla povertà ma anche di promozione della libertà individuale e di migliori condizioni di vita per tutti.

 

 

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