
Nella riunione del Comitato Dialogo Sociale Europeo dell’Acciaio, che si è tenuto a Bruxelles nella seconda metà di dicembre 2014, è stato fatto il punto sul il settore siderurgico in Europa e nel Mondo. Ancora una volta è risultata evidente la necessità di avere un efficace piano europeo per la siderurgia. Lo hanno sottolineato anche Eurofer (imprenditori) e IndustriAll (sindacati), chiedendo al Parlamento di Bruxelles di dedicare almeno una seduta a questo settore.
Ma non sarà semplice ottenere questi risultati. La Cina oggi esporta circa 72 milioni di tonnellate dell’acciaio che produce (circa 800 milioni di tonnellate in tutto). Questo mette sotto pressione il mercato asiatico, ma anche quelle europeo, mentre gli Usa si difendono con barriere antidumping. Anche l’Italia viene colpita da questo fenomeno in quanto ci sono imprenditori dei settori utilizzatori che, per risparmiare, acquistano acciaio dalla Cina. «Qui si fa un acciaio di elevata qualità che va salvaguardato dagli attacchi che vengono da chi produce fuori dal nostro continente» ha dichiarato durante una visita a Terni Edouard Martin, parlamentare europeo del gruppo Socialisti e Democratrici, impegnato nella redazione del rapporto sulla strategia europea per l’acciaio.
Per frenare la concorrenza cinese in Europa e per favorire l’accesso ai mercatiinternazionali dell’acciaio prodotto in casa, sarebbe dunque necessario un miglioramento della qualità del prodotto finito ed un abbattimento dei costi di produzione, perseguendo una politica di contenimento delle tariffe energetiche. A Bruxelles è stato anche ribadito che sarebbe necessario trovare un equilibrio nel costo dell’energia, che continua ad avere prezzi diversi sia in Europa sia in Italia, e anche su questo tema, si è convenuto, servirebbe l’intervento diretto del Parlamento Europeo. Infine, è stato anche stilato un documento che invita la Commissione europea a convocare al più presto la riunione del Gruppo ad Alto Livello della Siderurgia, ex Tajani, e a proseguire i vari incontri con le parti sociali anche dopo il rinnovo della Commissione Europea e l’elezione dei nuovi vertici.
Purtroppo, però, tutto questo è ancora soltanto un auspicio. Il programma di potenziamento dell’industria siderurgica comunitaria denominato Piano d’azione della Commissione Europea per l’industria dell’acciaio varato dal Consiglio a Bruxelles il 27 e 28 giugno 2013 non ha dato finora i risultati proposti, a causa della congiuntura negativa europea, provocata anche dalle politiche restrittive che frenano la domanda interna dell’Unione, ma soprattutto perché gli organismi comunitari non sono riusciti a concordare un piano di ristrutturazione coordinato e programmato per la siderurgia europea. La conseguenza è che ognuno, gruppo o Stato, si è mosso finora in autonomia, zavorrato dalla storia e dal legame con il territorio di ogni impianto. Il Piano d’azione varato dalla Commissione per rilanciare la siderurgia europea si sta rivelando insomma un’arma spuntata. Mittal opera con una logica planetaria penalizzando l’Europa. Il mercato siderurgico europeo è fra i più tesi del mondo. Tutti proteggono la propria siderurgia: la Cina, e persino gli Stati Uniti. E il piano Ue per la siderurgia è rimasto al palo anche perché fino a ieri la Germania è sembrata piuttosto "fredda", per non dire reticente, di fronte all'ipotesi di una politica industriale comune nel settore (forse convinta, visto il suo posizionamento economico, ma non certo con lungimiranza, di poter continuare a vivere una propria vita "parallela"). Oggi per fortuna si notano i primi segnali di un salutare e evidente ripensamento.
Anche la Presidenza italiana del semestre europeo avrebbe potuto impegnarsi di più, almeno per la traduzione concreta di questa nuova disponibilità tedesca, ponendo il tema della competitività e delle politiche industriali nell'agenda permanente della Commissione. Anche se è stato fatto non se ne sono avvertiti i risultati.
Mentre in Europa si è discusso su una possibile ma improbabile politica industriale per l’acciaio e per l’intera manifattura, in Italia vi sono state i primi passi di un eventuale riassetto nella siderurgia nazionale. In particolare ci si ritrova a doversi confrontare con l’ingresso di un investitore estero a Piombino; a misurarsi con ThyssenKrupp sul futuro di Acciai Speciali Terni; e a tenere conto delle modifiche della legge Marzano sulle grandi imprese in crisi per riportare il controllo dell’Ilva sotto la sfera pubblica.
Le modalità con cui sono stati affrontati e parzialmente risolte queste situazioni da governo e parti sociali non sono ancora il frutto di una strategia nazionale coordinata, ma hanno fatto emergere alcuni comuni tratti e ulteriori esigenze. Intanto è apparso chiaro che le crisi industriali non possono essere affrontate senza interventi fortemente integrati tra l’impianto siderurgico e il territorio su cui questo insiste. E che gli elementi fondamenti per dare futuro alla produzione siderurgica sono l’innovazione, la compatibilità ambientale, le risorse finanziarie di lungo periodo, le infrastrutture (porti, strade, ferrovie ecc.), le politiche attive del lavoro, le politiche energetiche.
Vediamo la situazione caso per caso.
AST – Terni
L'accordo su AST firmato il 3 Dicembre 2014 è un grande passo avanti rispetto elle prospettive che si erano delineate. Evita una discontinuità produttiva, ma è tutta da verificare la certezza industriale sul medio lungo periodo. Inoltre prevede sacrifici salariali e sociali, come la revisione del contratto integrativo e le uscite volontarie.
I punti chiavi dell’accordo (approvato con larga maggioranza dai lavoratori) sono:
- la produzione di un milione di tonnellate di acciaio fuso in un anno, l’attività di due forni (con modalità comunque ancora da definire);
- investimenti fino al 2017;
- cassa integrazione ordinaria per 400 persone (e non straordinaria come invece chiesto dalla Thyssen);
- non ci sono licenziamenti, in quanto la riduzione degli organici dovuta all’adesione all’incentivo di mobilità è stata più alta del numero degli esuberi: 305 contro 290. E’ da considerare che dopo l’accordo sono continuale le dimissioni volontarie incentivate che hanno finora raggiunto il numero di oltre 450 compromettendo cosi la copertura professionale degli impianti soprattutto quelli relativi alle aree a caldo;
- prevede un piano industriale della durata di quattro anni con 140 milioni di investimenti e l’impegno a reimpiegare i lavoratori delle ditte di appalto;
- la linea a freddo sarà traferita da Torino a Terni, a partire dal primo semestre del 2015 e richiederà 12-15 mesi;
- per gli investimenti, per la ricerca e l’innovazione, l’azienda ha inoltre ribadito la volontà di continuare le collaborazioni con il Centro Sperimentale Metallurgico (CSM) e le principali università italiane e straniere;
- ThyssenKrupp si è impegnata a valutare un investimento di 26 milioni di euro per la realizzazione di un 'interconnector fisico' per abbattere i costi energetici.
Il piano concordato è notevolmente diverso da quello presentato da ThyssenKrupp a luglio dove si prevedeva un drastico ridimensionamento del sito siderurgico di Terni, (infrastruttura essenziale per l’industria italiana e umbra, con impatti devastanti sull’occupazione diretta di Ast e dell’indotto). L’accordo è positivo dal punto di vista sociale in quanto evita i licenziamenti ma è da verificare se l’equilibrio raggiunto tra i sacrifici chiesti ai lavoratori e gli impegni chiesti all'azienda in termini di investimenti e di garanzie darà un futuro produttivo strategico dell'impianto.
Per la chiusura della vertenza un ruolo attivo e determinante è stato svolto dalle istituzioni locali e dal governo nazionale. Tenaci sono stati la mobilitazione dei lavoratori dell’azienda e dell’indotto e il sostegno della popolazione ternana.
L’impegno preso dalle istituzioni riguarda diversi fronti:
- l’utilizzo dei fondi strutturali europei per sostenere con specifici programmi strumenti ed iniziative gli investimenti, l’innovazione, la qualificazione delle imprese dell’indotto;
- il miglioramento delle condizioni insediative e della logistica del territorio con la realizzazione della bretella San Carlo – Prisciano, e il completamento della base logistica di Terni anche con riferimento alla realizzazione del collegamento ferroviario con la rete ferroviaria RFI;
- iniziative utili per il finanziamento del completamento della superstrada Orte-Civitavecchia opera in previsione da decenni;
- il rafforzamento delle competenze e della qualificazione dei lavoratori al fine di favorirne la continuità occupazionale e il reimpiego presso le aziende subentranti in esito a procedure di appalto e una gestione concordata degli ammortizzatori sociali;
- il proseguimento del confronto con i parlamentari e le istituzioni europee per rendere più cogenti le politiche industriali comunitarie in cui far assumere un ruolo sostanziale all’industria siderurgica per lo sviluppo del nostro paese e dell’Europa intera;
- il sostegno all’azienda per una politica di approvvigionamento delle materie prime che rappresentano la voce maggiore (l’80%) nel bilancio aziendale.
E’ da tener presente che buona parte di queste iniziative sul territorio erano state da tempo sollecitate e ne era prevista la realizzazione ma non c’era stato un seguito operativo.
Per avere maggiori probabilità che tutti questi interventi promessi per il territorio vengano davvero effettuati è probabile che anche a Terni debba essere deliberata la procedura di Area di Crisi Complessa.
I problemi di Terni, naturalmente, non sono tutti risolti. Quelli che rimangono aperti riguardano:
- i volumi produttivi ancora inferiori al punto di pareggio: i costi di gestione con i forni che non lavorano a ciclo continuo sono più elevati;
- la struttura e la relativa politica commerciale non adeguata per raggiungere tali volumi;
- il rimpiazzo della manodopera che è andata via non solo per le competenze professionali perdute ma anche perché con gli attuali organici non è possibile far funzionale lo stabilimento per i volumi previsti. Ciò è particolarmente preoccupante per le figure professionali dell’area a caldo nelle quali più rilevante è stato il numero dei dimessi;
- il costo dell’energia rimane comunque elevato.
In queste condizioni il conto economico, dopo le perdite degli ultimi 5 anni, anche se si sono ridotte e lo saranno ancora di più in seguito all’accordo, avrà difficoltà a tornare in attivo.
Resta inoltre l'elemento strategico. Bisognerà capire, chiusa l’attuale fase caldissima, se ThyssenKrupp nei prossimi mesi tornerà a cercare un acquirente esterno. La situazione finanziaria di ThyssenKrupp è migliorata nel 2014, dopo tre anni di perdite, ma il conto economico è tutto da consolidare. La società non ha un vero interesse negli acciai speciali, segmento da cui è uscita da tempo. Dal suo ultimo bilancio si rileva che vorrebbe uscire definitivamente dal settore dell’acciaio, come ha già fatto in tutti i Paesi extra-europei. Per ora ha scelto, anche per la forte sollecitazione delle istituzioni e delle parti sociali italiane, di ristrutturare la propria controllata (e con l’accordo questo è possibile, a costi relativamente contenuti) per poi cercare un acquirente che la prenda senza rimetterci troppo.
Va detto che un contributo importante per convincere il gruppo tedesco a scegliere di non smobilitare lo ha dato certamente la ritrovata centralità del tema siderurgico nell'agenda del Governo. E, così, almeno per ora, nessuno a Terni si è fatto male.
Lucchini - Piombino
Dal primo marzo 2015 la gestione delle Acciaierie Lucchini passerà, se tutto andrà per il verso giusto, sotto la responsabilità diretta di Cevital[1].A conclusione del procedimento di vendita svolto dalle società Lucchini e Lucchini Servizi in amministrazione straordinaria, il 2 dicembre 2014 il ministero dello Sviluppo Economico ha infatti autorizzato il commissario Piero Nardi ad accettare l’offerta presentata dalla Cevital per l’acquisto dei rami d’azienda Lucchini Piombino, Lucchini Servizi e Vertek Piombino e delle azioni (69,27%) di GSI Lucchini.
L’offerta degli algerini è stata ritenuta più vantaggiosa rispetto alla concorrenza sia per quanto riguarda gli interessi dei creditori, sia per ciò che concerne le ricadute sociali del piano industriale, che prevede a regime l’occupazione di tutto il personale di Piombino, mediante il rilancio della produzione di acciaio e attraverso importanti elementi di diversificazione nei settori dell’agroalimentare e della logistica. L’offerta algerina promette di assorbire tutti i 1.860 lavoratori.
A Piombino Cevital si è impegnata:
- a realizzare investimenti nell’attività siderurgica a partire da due forni elettrici, il primo dei quali entrerà in funzione nell’ottobre 2016 (a 18 mesi dalla firma del contratto definitivo), e il secondo nell’aprile 2017. E’ prevista inoltre la costruzione di un altro laminatoio oltre ai due già in attività. I nuovi forni produrranno acciai speciali e funzioneranno con rottame comprato sul mercato, in attesa del “preridotto” che dovrebbe arrivare dall’impianto che Cevital intende costruire in Algeria. Il “preridotto” per Piombino arriverà dall’Algeria in quanto per produrlo serve un’ingente quantità di gas (ragione per cui l’impatto ambientale è molto ridotto rispetto all’uso del coke), e il gas in Italia costa circa il 30 per cento in più rispetto alla media europea. In Algeria, paese nel quale si estrae (anche con il concorso di Eni dove è presente dai tempi di Enrico Mattei), lo si acquista a prezzi stracciati;
- per alimentare i nuovi forni servirà l’energia, e su questo fronte Cevital non esclude di guardare alla centrale piombinese Enel di Tor del Sale che però è alimentata a olio. Anche qui potrebbe essere necessario avere gas a prezzi concorrenziali. I nuovi forni elettrici alimentati dal “preridotto” potranno svilupparsi solo se il gas, per produrre energia elettrica, costerà meno di oggi;
- lo sviluppo di nuove iniziative industriali in ambito agro-alimentare e logistico. Il piano di Cevital per Piombino prevede, oltre alla parte siderurgica, anche la realizzazione di un impianto per la raffinazione dello zucchero, la lavorazione di semi e la produzione di oli e mangimi per bestiame e questo perché, il core business dell’azienda è nel settore agroalimentare;
- il pieno riutilizzo del personale Lucchini e Lucchini Servizi. Nel frattempo il gruppo algerino impiegherà 800-900 lavoratori nei laminatoi, per poi salire a 1.860 entro due anni. A investimento terminato, secondo Cevital, verranno creati più posti di lavoro di quanti ne esistono oggi;
- in attesa della presa in carico dello stabilimento di Piombino i laminatoi, dopo una breve sosta, continueranno a produrre con materiale proveniente dall’esterno.
Gli investimenti previsti sono di circa 400 milioni di euro ripartiti in 150 nella siderurgia, 150 nella creazione di una piattaforma logistica destinata a servire Europa, Africa e Paesi del Mediterraneo, e 100 nell’agroindustria. Secondo Cevital finanziare questi investimenti non sarà un problema in quanto il gruppo ha una solida posizione finanziaria, non ha debiti e ha quasi sempre autofinanziato i suoi progetti grazie al cash flow. Resta comunque il credito sul mercato finanziario. Una parte dell’acciaio prodotto a Piombinoverrà esportato in Algeria per supportarne lo sviluppo infrastrutturale (su rotaia) di quel Paese. Il contratto definitivo dovrebbe essere concluso entro marzo 2015 in modo da dare avvio ai primi investimenti nei tre campi: siderurgia, piattaforma logistica e agro-energie.
Riguardo al progetto legato alle attività agroindustriali, Cevital promette di cominciare subito a smantellare la parte dell’acciaieria che non serve, in modo da fare gran parte del lavoro entro sei mesi; di avviare la bonifica e la costruzione dell’impianto agroindustriale, che dovrebbe occupare 150mila mq di capannoni. L’idea è produrre succhi di frutta, olio di soia e mangime per bestiame, bioetanolo, e dar vita ad attività di raffinazione. Questo intervento farà salire gli investimenti del gruppo a 1 miliardo di euro. Cevital ha bisogno poi di circa 150mila metri quadrati di spazio per capannoni e piazzali da usare per lo stoccaggio delle merci che giungeranno tramite nave, e una volta bonificate le aree, potrebbe essere possibile portare a Piombino anche il settore del vetro. Attualmente Cevital sbarca il vetro prodotto in Algeria a Savona con un centro di stoccaggio e distribuzione a Cuneo. Acquisita Piombino, potrebbe essere stoccato tutto qui e rendere il servizio più efficiente per l’azienda. Cevital possiede anche uno stabilimento in Francia di produzione di elettrodomestici e il porto di Piombino può diventare un punto di distribuzione per il Mediterraneo.
Sulla trasformazione dell’area entrano in ballo le istituzioni per cui è fondamentale che le autorità pubbliche si organizzino per rilasciare permessi e autorizzazioni in tempi rapidi. Il presidente della Toscana Rossi, ha annunciato la nascita di uno sportello unico per la riconversione della Lucchini.
Tutti gli impianti dalle prime indiscrezioni saranno costruiti primariamente in Italia, e parte di questi a Piombino dove ovviamente ne è previsto anche l’assemblaggio. In questo modo le imprese locali dovrebbero avere un ruolo importante.
Renzi ha espresso «la soddisfazione e la gratitudine» del governo «per l'importante accordo» tra Lucchini e Cevital sottoscritto a palazzo Chigi. «Si tratta di un'acquisizione strategica, un grande messaggio per gli investitori stranieri e per il futuro di un settore decisivo per il domani», ha spiegato il premier, che ha aggiunto: «Piombino è un pezzo del futuro dell'Italia. L'industria manifatturiera è un pezzo del futuro e non solo del passato. L'apertura agli investitori stranieri è un motivo di orgoglio per noi».
Isaad Rebrab, presidente del gruppo algerino Cevital, ha dichiarato che ciò che lo ha interessato di più «è il porto, perché la logistica ha un grosso peso nel costo dei prodotti». «Voglio fare di Piombino una stella nel Mediterraneo», ha detto. Il presidente del gruppo algerino ha infatti spiegato che l’obiettivo è quello di partecipare a un’espansione del porto di Piombino facendolo diventare il più importante sul Mediterraneo e una sorta di ’hub’ per i 5 continenti. Sul porto Rebrab ha precisato di voler investire 650-700 milioni di euro in un arco di tempo da 5 a 7 anni, «il tempo necessario per l’espletamento di tali investimenti. Il porto di Piombino sarà un punto di incontro tra l’Europa e non solo l’Africa, ma anche tra le Americhe, in Asia, Europa e Africa». In questo senso le attività di Cevital per il porto di Piombino possono arrivare a generare più di 12 milioni di tonnellate».
Cevital, per ora ha vinto la gara ma, a giudicare dal suo profilo, poco ha a che fare con la specializzazione siderurgica. Opera in diversi settori che spaziano dall'industria, all’agroalimentare, all'automotive, alla produzione e vendita di prodotti in vetro, alla grande distribuzione. Importa Fiat, Volvo e Hyunadi in Algeria. Si occupa di vetro e produce patate, zucchero, margarina e acqua minerale. In più gestisce centri commerciali. Stiamo parlando di un gruppo con base ad Algeri, sull’altra sponda del Mediterraneo, tornato crocevia di interesse geopolitici enormi legati all’energia, ai flussi commerciali, alle democrazie monche e da consolidare dopo la primavera araba. Con l’arrivo a Piombino il gruppo nordafricano punta a crescere a livello internazionale con l’obiettivo di sviluppare investimenti in attività con potenziale mercato in Algeria. E’ d’obbligo mantenere qualche riserva e soprattutto vigilare affinché gli impegni assunti vengano totalmente onorati. Anche qui la vigilanza delle istituzioni pubbliche è cruciale e forse all’atto delle stipula dell’accordo definitivo sarà necessario acquisire qualche ulteriore garanzia.
Anche alla luce dell’acquisizione della Lucchini da parte di Cevital, si parla di un’ipotesi di Federacciai sulla produzione del “preridotto”, che però è ancora allo stato embrionale e non è stato ancora tradotta in un progetto formalizzato. Secono questa iptesi, verrebbero investiti a Piombino 400 milioni per un impianto di “preridotto”. La realizzazione di questo impianto avverrebbe con la collaborazione di una cordata di imprenditori siderurgici nazionali. Federacciai stima che una volta a regime l’impianto possa sformare 2,5 milioni di tonnellate annue di “preridotto”, un semilavorato che può sostituire il rottame nella carica dei forni delle acciaierie, consentendo di calmierare il prezzo del rottame. Ciò produrrebbe benefici per le acciaierie per oltre 100 milioni di euro all’anno. Ma per realizzare in Italia un impianto sostenibile economicamente è chiaro che è sempre più necessario un forte calmieramento del prezzo del gas naturale. A Piombino, con l’ampliamento del porto ci sono gli spazi (banchine e aree retroportuali) per l’impianto Federacciai che si potrebbe aggiungere senza interferire alle Acciaierie Lucchini, le quali sarebbero invece alimentate dal “preridotto” proveniente dall’Algeria. Per ora siamo solo allo stadio di progetto embrionale in quanto la cordata italiana di Federacciai non ha ancora formalizzato il progetto.
Ancora incerto il futuro di Magona. Non è solo il destino della Lucchini a preoccupare il territorio di Piombino. Occorre interrogarsi sul futuro dello storico stabilimento della Magona d'Italia, oggi di proprietà del colosso siderurgico franco-indiano ArcelorMittal. Negli ultimi tre anni Magona ha perso circa 86 milioni di euro. Dopo il rosso di 28,754 milioni del 2011, la società ha archiviato nel 2012 una perdita di 37,266 milioni. Il risultato netto è migliorato nel 2013 ma resta fortemente in negativo di 20,067 milioni. I risultati negativi hanno costretto l'azienda a ricostituire l'intero capitale sociale, con un'iniezione di risorse per 26 milioni. «La domanda dei prodotti zincati ha subito un'importante riduzione dei volumi rispetto al già insoddisfacente andamento del 2012». La riduzione della domanda si è accompagnata a un decremento dei prezzi di vendita, cosa che ha ulteriormente compresso i margini.
In questi anni la società è corsa ai ripari, sospendendo momentaneamente l'attività produttiva in alcuni impianti, come le linee di decapaggio, laminazione e zincatura. La riorganizzazione ha prodotto un esubero quantificato in 313 unità a fronte di 533 dipendenti. Gli esuberi sono stati gestiti con contratti di solidarietà (scaduti ad aprile, ma rinnovati per altri due anni per 515 lavoratori). La crisi di mercato non consente però, secondo la società, «il raggiungimento di obiettivi soddisfacenti sia in termini quantitativi di produzione sia sotto l'aspetto di margini economici derivanti dalle vendite». Per questo motivo ArcelorMittal Piombino ha varato un nuovo piano industriale quadriennale. Secondo le previsioni il ritorno all'utile è rimandato al 2016: il 2014 e il 2015 evidenzieranno ancora un rosso, seppure più contenuto rispetto agli anni precedenti. È posticipata al 2015, infine, la riattivazione delle linee di decapaggio, laminazione e zincatura.
Valutazioni di sintesi. La situazione socio economica di Piombino sembrerebbe avviata ad una positivo sbocco. Certamente rimangono alcune incognite sulla effettiva capacità e volontà di Cevital di attuare il programma annunciato. Il monitoraggio e la valutazione degli interventi man mano che saranno realizzati, da parte delle istituzioni territoriali e nazionali sarà essenziale per garantire il successo dell’iniziative. E’ necessario in ogni caso che il progetto Piombino sia fortemente inserito in una logica di settore siderurgico in un più ampio piano di politica industriale.
Di certo i risultati conseguiti sono il frutto di una forte e costante determinazione delle forze politiche e sociali del territorio che hanno permesso di far includere Piombino come “Area di crisi complessa” e di sottoscrivere un “Accordo di programma” che è stato la base di attrazione degli investimenti algerini.
Ilva - Taranto
Nazionalizzazione non è un’eresia per l’acciaio europeo: ci ha provato di recente anche François Hollande a Florange, senza successo. Due ex ministri di Hollande, Arnaud Montebourg e Aurélie Filippetti, hanno sostenuto l'ipotesi di una nazionalizzazione a tempo del sito di Florange contro il proprietario del gruppo ArcelorMittal per evitare la chiusura definitiva degli alti forni che è avvenuta nel 2013. Hanno criticato Hollande per le sue politiche conservatrici e elogiato l’Italia per saper prendere decisioni coraggiose.
La tedesca Salzgitter, paragonabile a Ilva per produzione attuale, è quotata in Borsa e la maggioranza relativa è del Land della Sassonia come ente pubblico.
Ma è ormai chiaro che l'acciaieria di Taranto sta diventando per Renzi ciò che la crisi dell'auto fu per Barack Obama nel 2009: il banco di prova su cui si misura la capacità di salvare una parte vitale del sistema industriale, prima nazionalizzandola, poi risanando per rivenderla a prezzo di mercato. Dichiararne il fallimento e applicare la legge Marzano è il nostro "Chapter 11"[2]. Un default pilotato, insomma. Per l'Italia, non solo per Renzi, è l'ultimo esame d'appello per capire se il Paese è ancora in grado di difendere la sua base industriale.
Come si è arrivati a questa decisione, vediamo le puntate precedenti:
A Giugno 2013 Enrico Letta vara il decreto legge per salvare l’Ilva e nomina Enrico Bondi commissario temporaneo con un mandato fino a 36 mesi. Bondi prepara un piano di rilancio e salvaguardia ambientale con orizzonte 2020.
A Maggio 2014 si valuta che Bondi non sia adeguato, gli industriali vogliono la sua testa. Il 29 maggio 2014 il governo manifesta l’urgenza di affidare il gigante siderurgico a una cordata di imprenditori privati: “Così non si va avanti: c’è bisogno di un cambio di passo nel giro di qualche giorno”. Lo stesso giorno il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi incontra i rappresentanti di Arcelor Mittal e di Marcegaglia spa, candidati all’acquisto. Il piano sotto l’egida pubblica viene accantonato. Il commissario Enrico Bondi è sostituito da Piero Gnudi, commercialista di Bologna, già ministro e presidente dell’Iri e dell’Enel. L’uomo giusto per gestire una vendita anziché un’azienda.
Nei sei mesi successivi si verifica però che con un acquisto da parte di una gruppo multinazionale extraeuropeo si sarebbe corso il rischio, sul lungo periodo, di un forte ridimensionamento della presenza siderurgica italiana. Si è dovuto prendere atto di non essere stati in grado di trovare un partner o un acquirente che fosse al contempo solido, con un livello di managerialità all’altezza della complessità della sfida, in grado di garantire l’occupazione e soprattutto il pieno rispetto delle prescrizioni ambientali previste dall’Aia. E che fosse, inoltre, disposto ad affrontare richieste di risarcimenti, in particolare per danni ambientali, che al momento sono già stimabili in quattro miliardi di euro. È l’ammissione di una sconfitta.
Le due manifestazioni di interesse arrivate non avevano soddisfatto i criteri necessari.
Si è dovuto così capovolgere il punto di vista e è emersa di conseguenza la convinzione che senza il passaggio all'amministrazione straordinaria c’era il rischio che la questione evolvesse verso uno scenario sociale esplosivo, per le ricadute dirette su Taranto egli altri siti produttivi (Novi Ligure e Cornigliano) e indirette sulle migliaia di piccole aziende fornitrici.
Due sono le ragioni che hanno costretto Renzi a piegarsi a una soluzione statalista. La prima è quella ambientale. Chiudere l’Ilva perché inquina troppo è illogico: significherebbe importare acciaio prodotto da impianti che inquinano altre città. Tanto vale mettere l’Ilva in grado di produrre senza provocare tumori a nessuno.
L’Ilva è tuttora considerata una delle fabbriche più efficienti a livello europeo (nonostante gli incidenti sul lavoro non siano mancati, anche mortali). A Taranto si potrebbe ancora produrre acciaio di qualità in condizioni redditizie con adeguati aggiornamenti tecnologici e adeguati volumi produttivi. Producendo a regime ridotto accumula perdite. Il break-even pointdi Ilva è stimato attorno a 8 milioni di tonnellate/anno. Sotto tali volumi l’Ilva è destinata ad accumulare perdite e non profitti. Attualmente lo stabilimento produce 5,7.
Gli impianti sono ancora sotto sequestro giudiziario, e il tribunale di Taranto ha imposto (per ragioni ambientali) un tetto alla produzione di 8 milioni di tonnellate all’anno. Ma le acciaierie funzionano prevalentemente con costi fissi, quindi la quantità prodotta è decisiva per la redditività. Con soli otto milioni di tonnellate di acciaio s
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