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South Stream, la via della sicurezza energetica europea

09/07/2014
L'Italia è uno dei paesi che potrebbero ottenere i maggiori benefici in termini di sicurezza degli approvvigionamenti.

Il tema della sicurezza energetica europea, con particolare riferimento alla sicurezza delle forniture di gas naturale, è certamente di notevole interesse in relazione alle sue implicazioni economiche e, come dimostra l’attuale vicenda russo-ucraina, geopolitiche. In ultimo, anche il G7 si è occupato del tema, in occasione del recente Summit di Roma, producendo una condivisibilissima lista di buoni propositi.

Condivisibili, infatti, sono le indicazioni del G7 in merito alla necessità di sostenere: la produzione europea di gas, le misure di efficienza energetica, la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, la realizzazione di nuove infrastrutture per l’integrazione del mercato interno, etc. Ciò detto, più di quello che c’è, sorprende quello che manca nella Dichiarazione finale del Summit: un chiaro riferimento alla necessità per l’Europa di preservare le proprie importazioni di gas russo, aumentandone l’affidabilità e la competitività.

Tale lacuna deriva, come dimostrano gli eventi successivi al vertice, dalla volontà di alcuni Stati (non solo Europei) di politicizzare, nel quadro dell’attuale crisi Ucraina e più in generale delle relazioni con la Russia, la dimensione industriale delle relazioni tra le società energetiche europee e russe. Impostazione, questa, miope e, nel lungo termine, contraria agli interessi stessi dell’Europa e specialmente, come si dirà, dell’Italia.

Per comprendere, infatti, basta ricordare che: 1) nel 2013, i consumi europei (ca. 500 miliardi di metri cubi) sono stati garantiti per oltre il 70% da importazioni e, a queste, la Russia ha contribuito per ca. 170 miliardi di metri cubi (la metà del totale delle importazioni); 2)  al 2030, per effetto dell’auspicata crescita della domanda gas europea (l’unica soluzione puramente di mercato in grado di coniugare crescita economica e riduzione delle emissioni di CO2), e della certa riduzione delle produzioni domestiche, i fabbisogni europei di importazione saranno in aumento; 3) in tale orizzonte temporale, per quanto nuove fonti di approvvigionamento potranno essere attivate, queste non saranno certamente sufficienti a sostituire il contributo del gas russo all’economia Europea. Pertanto, la Russia dovrà essere ancora, nell’interesse dell’Europa, un nostro fornitore essenziale e strategico. Infatti, come dimostra anche il recente accordo con la Cina per la fornitura di gas, la Russia dispone di mercati alternativi in forte crescita; l’Europa, invece, non dispone di fornitori alternativi in grado di rimpiazzare il contributo della Russia.

Entrando nel merito, è certamente vero che l’Europa dipende per circa il 30% dei propri fabbisogni dal gas russo ed è anche vero che questa media nasconde livelli di dipendenza assai maggiori per alcuni Paesi (principalmente del Sud-Est Europa ed i Baltici). Ma è altresì vero che l’Europa dipende, per oltre la metà del gas russo importato, anche dal corretto funzionamento del sistema di transito in Ucraina (risalente al periodo sovietico e bisognoso di significativi ed onerosi interventi di messa in sicurezza), nonché dall’impegno dell’Ucraina a non attingere illegalmente dai flussi in transito per l’Europa in caso di contenziosi commerciali tra le società di stato russe e ucraine (come già avvenuto nel 2006 e nel 2009, e come potrebbe verificarsi il prossimo inverno qualora le due società non trovassero un accordo che consentirebbe a Gazprom di riprendere le forniture per l'Ucraina già interrotte da questo 16 giugno). In sostanza, l’Europa dipende in egual misura dalla disponibilità di gas russo e dalla disponibilità di capacità di trasporto sulla rete ucraina. Ciò è particolarmente vero per l’Italia, che è oggi l’unica grande economia Europea importatrice di gas russo (nel 2013, ca. 25 miliardi di metri cubi pari a oltre il 35% dei consumi nazionali) attraverso esclusivamente il sistema ucraino.  Pertanto, la sicurezza degli approvvigionamenti passa sia da una diversificazione delle fonti ma anche da una diversificazione delle rotte di trasporto.

Questo principio è stato certamente sposato dalla Commissione Europea in tempi recenti. Il gasdotto North Stream (entrato pienamente in esercizio nell’ottobre 2012), che collega direttamente la Russia alla Germania assicurandole flussi non dipendenti da Paesi di transito, è stato fortemente sostenuto dalla Commissione Europea (e dal Commissario all'energia, il tedesco Oettinger) e dalla Germania (con l'ex cancelliere nominato a capo del consorzio di sviluppo), e rappresenta una plastica evidenza dell’importanza della diversificazione delle rotte di approvvigionamento. Il North Stream (per quanto nel 2013 utilizzato solo per circa metà della sua capacità massima di 55 miliardi di metri cubi) ha consentito alla Germania di rendersi indipendente dalla forniture russe via Ucraina, di divenire paese di transito del gas russo verso altri mercati centro-europei e di sviluppare significativamente la liquidità del proprio HUB.

Non si comprende, allora, per quale ragione oggi la Commissione non supporti con ugual impegno il progetto South Stream, che porterà l’immediato beneficio di diversificare le rotte di approvvigionamento dei Paesi del Sud Est Europa, riducendo l’esposizione dell’intera Europa (e per quanto prima visto principalmente dell’Italia) al rischio che future tensioni tra Russia e Ucraina possano compromettere le importazioni di gas russo. In effetti, alla luce della decisione del Primo Ministro Bulgaro, assunta all’indomani della visita di una delegazione di Senatori USA e a seguito dell’apertura di una procedura di infringment da parte della Commissione Europea, di sospendere le attività di sviluppo del progetto, più che di mancato supporto, ci si potrebbe forse riferire a una forma esplicita di boicottaggio dell’iniziativa?

In questo quadro, lodevole, ma forse non ancora sufficiente, l’impegno profuso dal Governo Italiano a ribadire l’importanza per l’Europa del progetto South Stream. L’Italia ha infatti, come si è visto, un interesse prioritario a favorire la realizzazione del progetto, che ovviamente dovrà essere sviluppato in accordo con le normative nazionali ed europee, ma senza subire discriminazioni di natura politica rispetto ad interventi infrastrutturali similari, quali il North Stream.

Merita anche un cenno, l’impegno del G7 alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento attraverso la realizzazione di nuovi corridoi di import, con un particolare riferimento al cosiddetto Corridoio Meridionale, come rotta per il trasporto di gas proveniente da una pluralità di fonti. Ineccepibile la formulazione del proposito, la sua attuazione sembra, però, disattesa dai fatti.

In particolare, l’attuale configurazione del Corridoio Meridionale prevede la realizzazione dei gasdotti TANAP (attraverso la Turchia) e TAP (attraverso Grecia, Albania e Italia), destinati all'importazione, a partite dal 2020, delle future produzioni del giacimento azero Shah Deniz. Tale configurazione consente due considerazioni: la prima, che la capacità di trasporto iniziale del corridoio sará limitata a 10 miliardi di metri cubi per anno (ossia non più del 2% della domanda europea del 2013); la seconda, che la struttura societaria e regolatoria del corridoio consentirá all'Azerbaijan di riservare anche le capacità di trasporto addizionali alle proprie future produzioni di gas.

In verità, la valenza strategica del Corridoio Meridionale deriverebbe esclusivamente dalla sua capacità di connettere una molteplicità di possibili fornitori, mettendo in competizione  le  riserve azere, con le future produzioni del Medio Oriente (Iraq e auspicabilmente Iran) e del Mediterraneo Orientale (Cipro e Israele). Qualora così non fosse, il Corridoio Meridionale sarebbe meglio ribattezzarlo Corridoio Azero, poiché l’Europa rinuncerebbe alla possibilità di utilizzarlo per accedere ad altre riserve gas, in cambio di pochi, maledetti, ma non subito, volumi di gas da Baku.

 

 

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