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Telecom Italia, Mediaset, Sky: possibili convergenze e problemi (per concorrenza e pluralismo), mentre incombe Vivendi.

06/05/2015
Nella corsa al consolidamento dei mercati, Telecom Italia e Mediaset, oggi appaiano più prede che predatori. Per evitare questa prospettiva, le aziende debbono quanto prima definire una strategia di sviluppo di lungo periodo, che, al momento, non si intravvede, definendo innanzitutto se concentrarsi in un mercato (specializzazione), oppure seguire l’onda della convergenza (diversificazione). In questo contesto, la questione più “intrigante” riguarda la possibilità che un operatore “esterno” riesca a realizzare una iniziativa di grande portata industriale, che porti a cooperare Mediaset e Telecom Italia e, forse, anche Sky. Questo operatore al momento sembra essere Vivendi.

In questi giorni, dopo il tramonto (definitivo?) dell’operazione EI Towers-Raiway, si susseguono notizie circa possibili accordi commerciali, alleanze strategiche, addirittura fusioni tra alcuni grandi protagonisti del mercato italiano dell’ICT: Mediaset, Telecom Italia, Sky. Cosa c’è di nuovo rispetto ad analoghe ipotesi di cui si parla in realtà da diversi anni? Quali problemi si pongono sotto il profilo della concorrenza e della regolazione dei mercati? Per provare a rispondere, partiamo da alcuni dati certi.

In primo luogo, è fuor di dubbio che – a livello internazionale e quindi non solo nel nostro paese – la convergenza tra TLC e televisione sta sempre più alimentando forme di collaborazione ed anche operazioni di concentrazione tra imprese di TLC e broadcaster. Questo fenomeno, da un lato, favorisce processi di espansione nei mercati merceologicamente contigui, spesso al di là dei confini nazionali, dando vita a percorsi di diversificazione produttiva; dall’altro lato, all’opposto, incentiva alcuni operatori a specializzarsi in particolari settori. Alla base delle diverse strategie, si rinvengono ragioni legate per lo più alla dimensione degli operatori, al loro potere di mercato nazionale ed internazionale, alle condizioni di equilibrio economico e finanziario, nonché alla governance, dell’azienda.

Inoltre, il consumatore tende sempre più a privilegiare offerte in bundle, che comprendono servizi di telefonia fissa e mobile, l’accesso ad Internet ad alta velocità, nonché i cosiddetti contenuti premium (sport, film, in primo luogo). Proliferano, pertanto, le offerte quadruple play che rispondono all’esigenza di ampie fasce di clientela di avere un unico fornitore (one stop shopping).

Da ultimo, rispetto a queste dinamiche che - dal lato dell’offerta e della domanda – tendono a promuovere la convergenza tanto nei settori (integrazione tra telefonia fissa e telefonia mobile; tra pay tv e tv gratuita), quanto tra i settori (TLC e TV) , si registra la scarsa adeguatezza delle politiche di regolazione e concorrenza ad affrontare l’attuale evoluzione dei mercati. In particolare, queste politiche pubbliche faticano a garantire uno stabile equilibrio tra la tutela di un contesto concorrenziale e la promozione dell’innovazione tecnologica e degli investimenti.

In questo quadro, si inseriscono i rumors circa le strategie di operatori quali Mediaset, Telecom Italia e Sky, i quali paiono di recente accomunati da una evidente difficoltà dei rispettivi modelli di business a reggere il passo con le dinamiche dei processi di convergenza ed internazionalizzazione dei mercati. In particolare, prevale un atteggiamento difensivo rispetto all’ingresso sul mercato italiano di nuovi soggetti,  e, più in generale, nei confronti della cosiddetta GAFA Economy (dall’acronimo di Google Amazon Faceboock Apple), che sta determinando perdita di ricavi e margini sia per le imprese di TLC che per quelle televisive. Nella percezione delle imprese italiane, soprattutto quelle televisive, l’avvento ad ottobre di Netflix non fa che aggravare questo scenario.

Si può sostenere, quindi, che un elemento di novità rispetto al passato, nella ricerca delle motivazioni alla base dei contatti tra Mediaset, Sky e Telecom Italia, vada rinvenuto nella “debolezza” dei modelli di business di queste imprese rispetto ai processi di internazionalizzazione e convergenza in atto nei mercati in cui operano. Gli stessi piani industriali, più volte rivisti, testimoniano la consapevolezza di queste aziende che tra 3-5 anni il loro profilo industriale sarà certamente diverso dall’attuale, anche se non è chiaro quale sarà.

Vi sono poi ulteriori punti di vulnerabilità - più specifici - che caratterizzano queste imprese: il ricambio generazionale che investe le famiglie Murdoch e Berlusconi, il declino politico di quest’ultimo, l’incerta governance di Telecom Italia, che non ha un’azionista industriale di riferimento, senza tuttavia essere una vera  public company

Questa situazione di relativa debolezza sembra indicare che nella corsa al consolidamento dei mercati, Telecom Italia e Mediaset, soprattutto, appaiano più prede che predatori. Per evitare questa prospet, tiva, le aziende debbono quanto prima definire una strategia di sviluppo di lungo periodo, che, al momento, non si intravvede, definendo innanzitutto se concentrarsi in un mercato (specializzazione), oppure seguire l’onda della convergenza (diversificazione).

Le diverse operazioni, in essere e soprattutto annunciate, vanno lette in tal senso, ossia come un tentativo di ri-definire il proprio modello di business.

Per quanto riguarda gli accordi tra Telecom Italia e Sky, da parte di quest’ultima, si tratta di garantirsi accesso ad un’altra piattaforma (la rete a banda ultralarga) su cui veicolare i propri contenuti ed allargare così la base clienti; mentre, per Telecom Italia, si mira ad accrescere l’appeal della propria offerta, nella direzione del quadruple play, aumentando anche l’utilizzo delle reti a banda ultra larga. Questo tipo di accordo commerciale, peraltro non esclusivo, non desta preoccupazioni di natura antitrust, né pone problemi di tipo regolamentare. D’altro canto, appare improbabile che le relazioni tra queste due imprese evolvano fino a prevedere partecipazioni incrociate od addirittura una fusione, forma di integrazione quest’ultima che invece sarebbe assai problematica dal punto di vista concorrenziale, come si è visto di recente negli Stati Uniti a proposito dell’operazione Comcast-Time Warner Cable.

Diverso è il discorso per l’eventuale fusione tra Mediaset premium e Sky: in questo caso, come è evidente da venti anni a questa parte, in mercati nazionali di dimensioni relativamente contenute, l’industria della pay tv difficilmente riesce a sostenere una competizione tra due operatori; la tendenza è verso un monopolio regolato, come d’altro canto sta accadendo in diversi paesi. Tra i motivi che spingono in questa direzione, si segnala l’elevato onere rappresentato dall’acquisto dei diritti per i contenuti premium, sport e calcio in primo luogo, allorchè vi sia competizione tra più operatori di pay tv.  In questo caso, come d’altro canto nel caso del mercato delle torri televisive, la costituzione di un operatore unico, non verticalmente integrato nei mercati a monte ed a valle, potrebbe superare il vaglio delle autorità antitrust, purchè sottoposto alla vigilanza di un’autorità di regolazione.

Ma la questione più “intrigante” riguarda la possibilità che un operatore “esterno” riesca a realizzare una iniziativa di grande portata industriale, che porti a cooperare Mediaset e Telecom Italia e, forse, anche Sky. Questo operatore al momento sembra essere Vivendi. L’azienda francese, dopo aver portato a compimento il processo di specializzazione in una media company, mediante la vendita delle attività non ritenute “core”, a cominciare da quelle nelle TLC, sotto la guida di Bollorè, sta ora guardando al mercato italiano con un’ottica diversa, probabilmente attratto dalla debolezza dei possibili interlocutori, Telecom Italia in primis. Come dichiarato dai vertici di Vivendi, la prossima acquisizione di una partecipazione dell’8,3% del capitale di Telecom Italia non ha valenza finanziaria, e potrebbe crescere fino al limite della soglia per cui scatta l’obbligo di OPA. Di fatto, Vivendi diventerebbe l’azionista di riferimento (probabilmente, di controllo) di Telecom Italia, ossia dell’impresa che gestirà nei prossimi anni una rete a banda ultralarga presente in larga parte del territorio nazionale, in particolare nelle aree dove maggiore è la disponibilità degli utenti a pagare per contenuti premium. In questa strategia nei confronti di Telecom Italia, Vivendi potrebbe associare Mediaset, anche lei interessata alla rete a banda ultra larga dell’ex monopolista, che, in questo modo, diverrebbe la piattaforma d’elezione per diffondere i contenuti premium. Mentre i servizi di fonia sarebbero veicolati soprattutto dalle reti mobili. In altri termini, si realizzerebbe la profezia di Negroponte, il quale venti anni fa preconizzò che la televisione sarebbe stata veicolata dal cavo (e non più dall’etere), mentre la telefonia vocale sarebbe stata veicolata dall’etere (e non più dal cavo). E’ chiaro che, in questo scenario, Sky non potrebbe limitarsi all’accordo commerciale con Telecom Italia - da poco divenuto operativo - e dovrebbe invece cercare una forma di collaborazione più ampia con la “nuova” Telecom Italia (controllata da Vivendi).

Non vi è bisogno di sottolineare che un’operazione del genere, per ora solamente e largamente ipotetica, farebbe scattare diversi allarmi sia di natura antitrust, che sotto il profilo della tutela del pluralismo dell’informazione.

In estrema sintesi, la collaborazione tra soggetti titolari di importanti piattaforme per la diffusione dei contenuti, oltre a ridurre il livello di concorrenza in questo settore, dove resterebbe solo la RAI come competitor di rilievo (ma non nel mercato della pay tv), potrebbe produrre effetti negativi anche sul versante del pluralismo dell’informazione, nel momento in cui si realizzasse una simile concentrazione di piattaforme diffusive nelle mani di un unico soggetto (o di più soggetti legati da forme di concertazione).

A questo punto, mentre gli annunci di iniziative strategiche continueranno a riemprire i quotidiani, le istituzioni di regolazione e concorrenza hanno il compito di monitorare le diverse ipotesi, pronunciandosi solo nel momento in cui si concretizzano, e per gli aspetti di rispettiva competenza. Altro discorso, più impegnativo, riguarda la politica ed il Governo, che peraltro sta mettendo mano ad una riforma della RAI: in questo caso, serve una visione di sistema ampia e prospettica e quindi una strategia coerente con le dinamiche in atto, per evitare che le logiche di mercato – per quanto legittime - prevalgano sulle esigenze di tutela di diritti fondamentali, costituzionalmente garantiti.

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