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Terza Via? Parlarne oggi è sbagliato, finanza e tecnologia hanno cambiato tutto.

05/12/2014
Il via libera all'allentamento dei controlli sulla turbofinanza lo diedero proprio i protagonisti della Terza Via, da Clinton a Blair. Con gli effetti che oggi conosciamo, fino alle multe miliardarie alle grandi banche globali per le loro malefatte e alla indagine promossa in queste settimane dal Senato Usa. La rivoluzione tecnologica ha già cambiato e lo farà ancora di più il mondo. Si possono anche comprendere le scelte compiute dagli anni Novanta. Ma oggi non ha più senso guardare alla Terza Via di fronte alle sfide del futuro.

Parlare di Terza Via oggi è anacronistico e significa dimenticare e non tenere conto almeno di due elementi di fondo.
Il primo riguarda la più drammatica crisi finanziaria del mondo, cominciata nel 2007 e ancora in corso con conseguenze pesantissime: uno dei passi decisivi verso il caos fu provocato proprio dalla leggerezza e dal cedimento culturale con i quali in quel periodo le forze progressiste lasciarono campo libero agli istinti primordiali del mercato, nell’illusione (tutta ideologica) che, chiusa l’esperienza del modello dell’Europa dell’Est, e maturato il capitalismo, si potesse miscelare solidarietà, uguaglianza e liberismo, perché il mercato e soprattutto i grandi operatori globali erano diventati così sofisticati da avere in sé tutti i meccanismi necessari per autoregolarsi. Nelle condizioni di allora, quella scelta poteva anche apparire giusta, e alcuni effetti positivi effettivamente li ha poi prodotti. Oggi non sarebbe nemmeno lontanamente comprensibile.
Il secondo elemento riguarda la tecnologia. Quando fu lanciata l’idea della Terza Via la rivoluzione digitale aveva appena cominciato a produrre i propri effetti. Nessuno, neppure i più visionari, prevedeva l’avvento dell’internet delle cose, della stampante 3D, della robotica applicata ai servizi, delle nuove frontiere energetiche, tanto per fare un esempio di quel che sta per capitare al mondo della produzione e del lavoro, all’organizzazione sociale, per non parlare del cambiamento cognitivo che tutto questo comporterà.
La finanza. Per capire l’oggi, lo strapotere della turbofinanza al quale nessuno riesce a mettere limiti, nemmeno gli Stati nazionali, la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, l’arretramento dei ceti medi e della manifattura, bisogna fare un passo indietro e ricordarsi di che cosa accadde e fu deciso nel momento in cui il reaganismo e il tatherismo, dopo aver impostato una strategia sulla riduzione dei diritti e dei salari, erano declinati per lasciare il posto prima a Bill Clinton e poi a Tony Blair. E’ in quel momento che tutte le briglie per gli affari vengono allentate, che Blair reimposta l’economia britannica sulla finanza piuttosto che sulla manifattura, che Clinton libera banche e finanziarie dai controlli che le avevano trattenute dalla crisi degli anni Trenta fino a fine secolo.
Significativo è il fatto che a firmare le leggi fu Clinton, ma a scrivere la nuova carta dei diritti degli affari furono politici di primo piano della destra repubblicana Usa, sostenuti da Wall Street e che riuscirono, proprio perché il contesto culturale era quello, a ottenere il via libera del presidente, dando il via ad una sregolatezza di comportamento che ha portato al fallimento, alla crisi economica, alla distruzione di ricchezza, alla disuguaglianza.
Basti qui pensare a Phil Gramm, senatore repubblicano del Texas, un politico che ha sempre fatto parte del circolo più ristretto della destra, tanto da esser stato il pilastro della campagna elettorale di JohnMcCain. Gramm è un personaggio importante soprattutto per due iniziative prese a cavallo del secolo. La prima si chiama Gramm-Leach-Bliley Act, una legge approvata nel 1999 e che abolì la vecchia Glass-Steagall del 1933. La seconda iniziativa è del Duemila. Il senatore Gramm, sponsorizzato da tutti i più importanti operatori di Wall Street, riuscì a far passare un emendamento all’interno di una corposa legge finanziaria in discussione negli ultimi mesi della presidenza di Bill Clinton. Titolo: Commodity Futures Modernization Act (Cfma). Il presidente Clinton appose convintissimo la propria firma.
Se si dovesse indicare un evento per spiegare la drammatica crisi finanziaria che stiamo vivendo oggi, l’entrata in vigore delle proposte che recavano come prima firma quella del senatore repubblicano e texano Phil Gramm rappresenterebbero una delle scelte più azzeccate. Il via libera dei progressisti fu causato da un cedimento, da una leggerezza culturale, anche comprensibile in quel momento, ma oggi abbastanza chiara e che certo non può diventare di nuovo un modello.
Con quei due provvedimenti i seguaci del liberismo riuscirono a togliere tutte le norme di sicurezza che in Usa erano state adottate dopo le lezioni impartite agli economisti e ai governanti dalla terribile crisi del 1929, dagli errori commessi nell’affrontarla e dalle dolorose conseguenze per le economie di tutto il pianeta. A cominciare dalla lunga fase della depressione, dai salvataggi pubblici a ripetizione, dall’incertezza e dalla sofferenza per innumerevoli famiglie. Senza contare le ripercussioni politiche che lo shock ebbe nella Germania uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale.
Negli anni Trenta, l’esperienza fatta con la crisi portò gli Usa e molti altri paesi ad adottare un nuovo modello di sistema creditizio, basato su tre punti fermi: controllo e assoluta trasparenza sulle aziende di credito; netta divisione tra banche commerciali, che raccolgono i depositi dei clienti normali, e banche d’affari, che fanno credito a lungo termine alle industrie; limiti ferrei nel possesso di quote societarie delle industrie da parte delle banche e viceversa.
In parole povere, il comportamento delle banche e degli operatori finanziari aveva provocato un tale disastro, a cominciare dalla perdita dei posti di lavoro per finire con la necessità di intervenire con numerosi salvataggi pubblici (in Italia la crisi portò alla nascita dell’Iri e di fatto alla nazionalizzazione quasi totale del sistema del credito), da suggerire rigore, controlli e grande prudenza. Fino alla vittoria del liberismo come pensiero economico preponderante.
Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, prima con il presidente Usa Ronald Reagan e con il primo ministro britannico Margaret Thatcher, ma poi anche con le amministrazioni repubblicana di Bush padre e democratica di Bill Clinton, negli Usa e nel resto del mondo ha preso il via un’ulteriore fase, con la dotta copertura della scuola economica di Chicago: togliere tutte le briglie all’economia, per farla correre sempre di più. Una spinta che si è incrociata con la rivoluzione tecnologica, con lo sviluppo di nuove tecniche di ingegneria finanziaria; e alla fine degli anni Ottanta anche con il crollo del sistema sovietico.
Deregolamentazione e privatizzazione diventarono in quella fase parole d’ordine nel mondo intero, compresa l’Italia, dove l’enorme debito pubblico e l’immobilismo dei mercati provocati dalle numerose situazioni di monopolio imposero negli anni Novanta di vendere i gioielli di famiglia, di privatizzare l’enorme apparato pubblico composto dalle banche e dalle industrie controllate dallo Stato e di liberalizzare alcuni segmenti dell’economia, come energia, comunicazioni, trasporto.
In quel momento l’idea dominante, anche se non generalizzata, era che il capitalismo, libero da ogni controllo, è, sarà e resterà la scelta migliore per un futuro di continuo progresso. E che si potesse coniugare il massimo di libertà capitalista con il meglio della tradizione sociale europea. Appunto la Terza Via.
Fu a questo punto che entrò in scena prepotentemente Phil Gramm. Nel 1999 la legge Gramm-Leach-Blibey abolì la vecchia legge Glass-Steagall del 1933.L’anno dopo lo stesso senatore Gramm, sponsorizzato da tutti i più importanti operatori di Wall Street, riescì a far passare un emendamento all’interno di una corposa legge finanziaria in discussione negli ultimi mesi della presidenza di Bill Clinton. Titolo: Commodity Futures Modernization Act (Cfma).
Il provvedimento venne firmato da Clinton il 21 dicembre del 2000. Era una bomba ad orologeria: il Cfma sottrasse quasi per intero i prodotti finanziari cosiddetti derivati alla regolazione e alla sorveglianza sia della Sec, la Commissione che vigila in Usa sui titoli e sulla borsa, sia della apposita commissione di controllo sui future.
Grazie a questa seconda fase di deregolamentazione si sono potuti moltiplicare, senza eccessivi controlli, i prodotti finanziari derivati trattati fuori dalle borse. Dal 2000 al 2007, anno di inizio della grande crisi, si è passati da un valore stimato pari a 100 trilioni di dollari a 600 trilioni. Una cifra gigantesca, un multiplo del Prodotto interno lordo del mondo intero. E le garanzie? Il mercato, secondo la vulgata del liberismo, avrebbe fatto in modo che nessuno uscisse dal seminato. Lehman Brothers, Goldman Sachs, J.P. Morgan, Morgan Stanley, Merrill Lynch, insomma il Gotha della finanza mondiale, avrebbero fatto crescere tutti e garantito tutti con il proprio nome, la propria storia, l’indiscussa bravura.
Ciò che è accaduto dopo è storia recente. Fallimenti avvenuti o temuti a ripetizione. Interventi degli Stati per evitare che i fallimenti bancari portassero a fondo l’intera economia. Indebitamento degli Stati per garantire che l’economia non si fermasse (la lezione del 1929). Attacco della finanza appena salvata ai debiti sovrani.
Ciò che è mancato, ancora una volta, è invece la decisione di rimettere sotto stretto controllo l’attività bancaria e quella finanziaria. Regole ne sono state decise diverse. Ma ancora oggi non esiste un vero controllo. Basti pensare alla mole della finanza ombra, con operazioni tutte fuori dai riflettori, o alle multe a ripetizione che le principali banche del pianeta stanno accettando di pagare per le malefatte compiute durante ma anche “dopo” la crisi del 2007-2008: dagli imbrogli sui tassi di interesse a quelli sui mercati delle valute, dalla mancata trasparenza nei contratti derivati ai cartelli occulti su ogni tipo di decisione sensibile ai fini del business. Multe salatissime, da miliardi di dollari, accettate perché a fronte di guadagni stellari. Fino alla più recente scoperta che da sola meriterebbe una riflessione. Le principali banche del mondo si sono gettate a peso morto nel mercato dei derivati sulle materie prime, diventandone, anche per le proprie dimensioni e disponibilità, i primi operatori. Ma con così scarsa trasparenza e sicurezza da aver impensierito per le possibili ripercussioni di una crisi il Senato degli Stati Uniti, che ha già presentato una preoccupata indagine su questo tema, un dossier che sfiora le cinquecento pagine. Sempre le stesse banche. Sempre i giganti protagonisti della crisi cominciata nel 2007. Sempre gli stessi nomi, che in molti casi si ritrovano anche nella catena di comando delle agenzie di rating, gli istituti che decidono chi ha merito di credito nel mondo.
Infine, nel considerare la riproducibilità di una Terza Via oggi, va tenuto presente il progresso tecnologico e la rivoluzione che ha investito e ancor di più investirà i sistemi produttivi, i servizi, l’organizzazione sociale, le necessità della formazione e della conoscenza. Clinton ha governato in un mondo in cui si diffondevano i primi telefoni cellulari e non era stato lanciato ancora Facebook. Blair ha cominciato in quel mondo lì, anche se poi è arrivato a governare fino al 2007. Ma anche allora era difficile prevedere il mondo e le sfide che avremo di fronte nei prossimi anni.
La quantità e la qualità del lavoro, tanto per fare un esempio, non saranno più le stesse. Non c’è bisogno su questo punto di riflessioni ulteriori rispetto agli articoli su questo giornale firmati da Maria Chiara Carrozza o rispetto al documento del governo britannico su formazione e lavoro. Abbiamo davanti a noi un altro mondo, che c’entra poco con quello che abbiamo conosciuto alla fine del secolo.
Una riflessione analoga riguarda fonti e bisogni energetici. Gas e petrolio non stanno più per esaurirsi (come si pensava allora), grazie alle tecniche di frantumazione delle rocce sperimentate in Usa. Le fonti rinnovabili hanno fatto un salto di qualità straordinario, al punto da diventare un asset largamente presente in tutto il mondo.
Il cambiamento climatico non è più solo il pallino di qualche esperto e di qualche politico impegnato, come Al Gore dopo la fine del suo mandato da vicepresidente: batte davvero alle nostre porte.
Senza dire, naturalmente, delle diverse condizioni politiche all’interno di ogni Paese, del cambiamento nei rapporti geopolitici, nell’equilibrio tra i diversi poli del mondo.
Per concludere. Il futuro non avrà le caratteristiche sulle quali si è misurata la Terza Via. Le sfide per i sistemi democratici non saranno le stesse. Il potere conquistato dalla turbofinanza nei confronti dei governi democratici è sideralmente diverso e più forte di prima (basti pensare all’abbattimento di ogni limite quantitativo al finanziamento delle campagne elettorali presidenziali Usa da parte di un singolo finanziatore). La globalizzazione non è oggi tutta davanti, con le sue promesse, ma ha già prodotto i primi effetti, provocando anche la risposta di chiusura delle destre, in Europa e anche nel resto del mondo. Il lavoro sarà diverso. La tecnologia sta provocando cambiamenti sociali epocali. Il problema, dunque, non è più quello di trovare il giusto mix tra economia sociale e mercato.
Senza smentire che la Terza Via ha portato anche ad alcuni approdi positivi, non c’è dubbio che altre sono le sfide che abbiamo di fronte. Altre dovranno essere le analisi e le soluzioni.

 

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