
Alla Camera la settimana è iniziato il cammino della legge delega “per la riforma del terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale”, presentata dal governo il 22 agosto dopo diversi mesi dedicati alla consultazione on line sulle linee guida. Se il governo rispetterà gli impegni e il parlamento riuscirà a scrivere una buona legge il terzo settore andrà incontro a una profonda fase di riordino, in qualche misura costituente.
La consultazione è stata utile e ha visto contributi significativi. D’altronde questo è un settore che mette la partecipazione tra i suoi valori fondativi.
Il 9° Censimento Istat, nel 2011, ha per la prima volta considerato il “non profit” insieme alle imprese, censendo tutte le persone giuridiche caratterizzate dalla mancata distribuzione degli utili, settore che va i dalle fondazioni ai partiti politici. Ne è emerso uno spaccato fatto in gran parte da associazioni solidaristiche, di volontariato o di promozione sociale a cui si aggiunge la cooperazione sociale. Non è affatto un settore residuale. Le istituzioni non profit censite sono state 301.191. Nel decennio 2001-2011, il non profit è stato il settore più dinamico del sistema produttivo italiano con un aumento del+28 per cento degli organismi e del 39,4 per cento degli addetti. Il settore ha potuto contare sul contributo lavorativo di 4,8 milioni di volontari, 681 mila dipendenti, 271 mila lavoratori esterni e 6 mila lavoratori temporanei. Nel tessuto produttivo italiano il non profit occupa pertanto una posizione significativa, con il 6,4 per cento delle unità economiche attive. Il numero maggiore di associazioni è nel settore culturale-sportivo, quelle con più addetti (225.000) nel settore assistenziale.
Dentro il più vasto campo del no profit c’è il terzo settore che ora la delega del governo intende riorganizzare e valorizzare. Un settore regolato da una legislazione sommatasi nel tempo ad oggi, tradizionalmente tripartito tra associazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, cooperazione sociale con distinzioni a volte poco utili e poco comprensibili. E una normativa fiscale più intricata del solito.
Nella realtà associazioni di volontariato, associazioni di solidarietà sociale, cooperative sociali, fondazioni etc.. hanno confini labili, lavorano insieme, le loro attività a volte si sovrappongono e la forma giuridica è spesso più conseguente ai vantaggi fiscali che alla volontà dei soci. Il riordino è richiesto da tempo.
La prima domanda ha cui bisognerà dare risposta, però, è definire cos’è il terzo settore. E il settore è definito in negativo, no profit o enti non commerciali. Una definizione in positivo deve essere prevista e toccherà al parlamento riempire il vuoto. Deve indicare chi fa, cosa fa e perché lo fa. E a tutte e tre le domande si deve dare una risposta che ne evidenzi lo scopo solidaristico, non l’utilità sociale ( che in base alla art 41 della Costituzione è riconosciuta in generale all’impresa) ma un di più, quel di più di solidarietà sociale dato dal mix di impegno personale, attività svolta, scelta di non dividere gli utili, finalità orientata al bene comune, che giustifica pienamente il riconoscimento del terzo settore come meritevole di particolare attenzione.
La legge delega si propone di partire dalla revisione e dall’integrazione della disciplina, contenuta nel libro I, titolo II del codice civile, in materia di associazioni, fondazioni e altre istituzioni private senza scopo di lucro. Obiettivo assai delicato stante che la personalità giuridica è indipendente dalla finalità che ci si pone o dalla attività che si svolge.
Si propone poi di creare condizioni normativamente e fiscalmente più favorevoli al consolidamento e allo sviluppo del terzo settore. In questa direzione va anche l’articolo 4 che ampia la definizione di impresa sociale in “impresa privata a finalità d’interesse generale avente come proprio obiettivo primario il raggiungimento di impatti sociali positivi misurabili, realizzati mediante la produzione o lo scambio di beni o servizi di utilità sociale, anche attraverso l’adozione di modelli di gestione responsabili e idonei ad assicurare il più ampio coinvolgimento dei dipendenti, degli utenti e di tutti i soggetti interessati alle sue attività” rendendo automatico e non più facoltativo l’inserimento delle cooperative sociali nell’ambito dell’impresa sociale.
Ovviamente le attese in tema di sgravi fiscali sono altissime, a cominciare dal più volte richiesto consolidamento del 5 per mille. Come si tengono insieme le scarse risorse con l’ampliamento del campo di applicazione o delle misure che prevedono agevolazioni fiscali? La delega prevede solo cinquanta milioni di euro per la costituzione di un fondo di sostegno, per il resto non deve comportare nuovi oneri. E’ ovvio che questa delega si intreccia e si deve coordinare con la delega fiscale appena approvata, diretta nelle intenzioni a favorire nuove entrate piuttosto che nuovi sgravi.
La legge delega sul terzo settore in materia fiscale prevede all’articolo 5:
Nelle linee guida presentate dal governo ci si proponeva anche di “separare il grano dal loglio”. L’associazione vera da quella fatta solo a scopi di elusione. E’ l’unica risposta possibile: agevolazioni si ma solo a chi realmente rientra nel settore che si vuole tutelare. La stessa necessità di verifica requisiti e di chiarezza riguarda il problema delle condizioni lavorative degli addetti del settore.
Rimane il problema delle risorse . Già con la legge di stabilità comunque si vedrà se la riforma è a tutti gli effetti una priorità.
Le linee guida del governo individuavano come obiettivo della riforma anche quello della costruzione di un “welfare partecipativo”, una ulteriore evoluzione del coinvolgimento del terzo settore già previsto dalla legge di riforma del assistenza la 328 del 2000, una delle leggi più belle e meno applicate del nostro paese.
In genere sul banco degli imputati finiscono i Comuni rei di non dare stabilità ai finanziamenti, di non riconoscere la co- progettazione con il terzo settore, restii a ricorrere ai voucher, appaltatori di servizi al massimo ribasso. Tutto vero ma al solito generico, l’Italia è lunga e ci 8000 comuni, e ingeneroso perché non tiene conto del fatto che i Comuni sono stati il pezzo di pubblica amministrazione che più ha contribuito, attraverso il patto di stabilità, alla tenuta dei conti pubblici. Appalti e convenzioni sono poi da tempo sotto l’attento controllo della ragioneria e assoggettati alla normativa europea.
E’ a livello nazionale che vanno create le condizioni per lo sviluppo di questo pezzo di welfare e farlo significa affrontare anche la questione di quali servizi sociali, quali livello minimo di assistenza vada garantito sul territorio nazionale. L’annosa questione dei livelli essenziali anche per il sociale. Il welfare comunale non comporta affatto la gestione diretta dei servizi da parte dei comuni, comporta assunzione di responsabilità di regia a garanzia dei cittadini.
L’Istat ci ha ricordato inoltre che dal punto di vista della distribuzione geografica, quasi la metà dei dipendenti impiegati nelle istituzioni non profit (46 per cento) è concentrata in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna e che l’impegno nel volontariato è assai più diffuso nel nord del paese. Dove ci sono servizi di welfare il terzo settore cresce. O meglio welfare e terzo settore crescono insieme.
Non mi soffermo sul tema del servizio civile, altra riforma attesa da anni e che richiede, per dar vita a un servizio civile universale, qualche risorsa in più dei 75 milioni assegnati per l’anno in corso
Nuovo quadro normativo, riordino delle agevolazioni, sviluppo dell’impresa sociale, semplificazione burocratica , e servizio civile. Il menù è ricco, le attese sono molte ora occorre rispondere nei tempi giusti e con saggezza.
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