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Toniolo: è indispensabile un'Europa più integrata. Dare la colpa all'euro delle nostre debolezze è un espediente di corto respiro

24/03/2017
Intervista al Professor Gianni Toniolo.“La percezione della moneta unica come colpevole della crisi non ha fondamento. Né prosperità né sicurezza, nelle condizioni del mondo di oggi, possono essere permanentemente promosse dai piccoli stati nazionali. Ai politici di oggi non farebbe male riflettere sulla lezione di De Gasperi, Adenauer, Schumann che superarono enormi difficoltà “politiche” nel condurre i propri paesi verso l’obiettivo del Trattato di Roma”.

Professore, secondo lei sono ancora attuali gli obiettivi dei Trattati di Roma del 1957?

Le élites europee erano uscite dalla guerra delegittimate per non avere saputo garantire ai popoli del continente né prosperità, ridotta con la grande crisi degli anni Trenta, né sicurezza, distrutta nell’incendio della guerra. Per trovare una propria legittimazione, nuovi regimi democratici dovevano mostrarsi credibilmente capaci di assicurare sviluppo economico e pace. Soprattutto quest’ultima. La pace in Europa era l’obiettivo primario della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (1951) e del più ambizioso progetto della Comunità Economica Europea (1957). Che cosa può esserci di più attuale della pace? Il tema è nuovamente di enorme attualità. In questo senso gli obiettivi di allora sono quelli di oggi. Lo sono ancora più poiché la democrazia è oggi nuovamente delegittimata: la Grande Recessione – benché, tranne in Italia, assai meno grave della crisi degli anni Trenta - ha creato insicurezza economica, le migrazioni sono, a torto o a  ragione, vissute come una minaccia alla sicurezza. Questo rende attualissimo l’obiettivo primario dei Trattati di Roma: dare nuova linfa popolare alla democrazia minacciata dalle ventate di populismo. Né prosperità né sicurezza, nelle condizioni del mondo di oggi, possono essere permanentemente promosse dai piccoli stati nazionali. L’attualità degli obiettivi del 1957 significa che è indispensabile progredire sulla strada della creazione di un’Europa più integrata, con maggiore cessione di sovranità da parte degli stati nazionali, con maggiore democrazia. Si dice che questo è oggi “politicamente” impossibile ma lo è solo perché le élites sono intimorite e quindi afone, incapaci di vedere oltre il breve periodo e di proporre ai propri cittadini un percorso credibile di graduale ma costante avvicinamento all’obiettivo di un’Europa più, non meno, integrata. Ai politici di oggi non farebbe male riflettere sulla lezione di De Gasperi, Adenauer, Schumann che superarono enormi difficoltà “politiche” nel condurre i propri paesi verso l’obiettivo del Trattato di Roma.

 Pensa che in Europa ci sia ancora quella “zoppia” di cui parlava il Presidente Ciampi, ovvero che alla moneta unica non si sia affiancata una vera politica economica europea?

 Gli architetti del Trattato di Maastricht erano divisi in due gruppi: quelli che ritenevano che l’unione politica dovesse venire prima di quella monetaria e coloro che pensavano alla moneta unica come un mezzo per arrivare all’unione politica. Entrambi i campi vedevano una qualche forma di unione federale più o meno forte come l’obiettivo finale. E’ stata scelta, per varie ragioni, la strada di partire dall’euro. Arrivati al punto in cui siamo, le opinioni dei due opposti campi dovrebbero convergere: è necessaria maggiore integrazione. E’ difficile immaginare non solo che l’euro ma che forse la stessa Unione Europea possa sopravvivere senza una qualche misura di unione fiscale, con un bilancio autonomo di dimensione maggiore di quello attuale, sotto il controllo del Parlamento europeo.

 È d’accordo con il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che pochi giorni fa, ha dichiarato che la politica monetaria sta svolgendo un ruolo efficace ma non basta?

Che la politica monetaria non basti lo dicono tanto Visco quanto Draghi ed è opinione condivisa dalla maggioranza degli economisti. La politica della BCE ha “comprato” tempo ai governi per attuare le politiche, anzitutto ma non solo fiscali, necessarie a stabilizzare l’area euro, a metterla al riparo da rischi come quelli corsi nel 1911-12. Alcuni governi hanno utilizzato il tempo regalato dalla politica monetaria meglio di altri. Alcuni paesi sono oggi più solidi di altri sia sul piano dell’economia reale (redditi, disoccupazione, disuguaglianza) sia su quello finanziario.

L’euro in pochi anni è passato da simbolo dell’integrazione a colpevole secondo alcuni della crisi economica in diversi Paesi. È ipotizzabile una disintegrazione della moneta unica? E l’Europa a due velocità può essere un rimedio?

 La percezione dell’euro come “colpevole” della crisi non ha fondamento. L’area euro, al netto dell’Italia, ha sofferto una crisi certo seria ma non molto più grave di quella degli Stati Uniti e ha oggi un PIL superiore a quello del 2007. L’Italia ha vissuto invece la più severa crisi economica della sua storia nel tempo di pace. Solo da noi la crisi è stata più lunga e profonda di quella degli anni Trenta. Ci si deve chiedere seriamente se essa non sarebbe stata ancora più grave qualora non avessimo avuto la moneta unica, se, nel 2011-12, la BCE non avesse fornito quello scudo, quel “comprare tempo” di cui dicono Draghi e Visco. Dare la colpa all’euro delle debolezze del nostro sistema economico e politico è espediente di corto respiro che allontana l’opinione pubblica dal consenso per la necessaria maggiore integrazione in Europa.

Da tempo in Europa diversi gruppi di economisti si sono esercitati sulla possibilità di gestire in modo concordato almeno una parte dei debiti pubblici nazionali. Che possibilità ci sono che, dopo la prossima tornata elettorale, si possa tornare ad affrontare questo tema?

Ci sono molte proposte in merito. Immagino che per “concordato” lei intenda una qualche forma, da specificare, di maggiore cooperazione in Europa anche nella gestione dei debiti pubblici. Credo che questo sarebbe assai utile per diminuire il rischio rappresentato da debiti troppo elevati. Ma due cose devono essere chiare a chi propone soluzioni maggiormente cooperative: a) per realizzarle è necessaria una forte cessione di sovranità fiscale, b) il problema oggi in Europa non sono i debiti pubblici in generale ma il debito pubblico italiano ed è quindi al nostro paese che sarebbe richiesto un più forte e credibile impegno. Insomma: o riusciamo a cavarcela da soli, mantenendo la nostra indipendenza e salvando noi stessi e l’ Europa, o “concordiamo” la messa in comune di parte del rischio associato al debito pubblico accettando l’inevitabile cessione di sovranità fiscale che ciò comporta. Temo che qualcuno si illuda che “concordare” significhi semplicemente continuare con le politiche di bilancio che hanno prodotto la difficilissima situazione attuale. Questa sarebbe una pericolosa illusione.

 

 

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