
Ancora un accordo ambiguo, un piccolo passo per prendere tempo in vista di una nuova tappa, con due miliardi per la Grecia, ma senza una soluzione definitiva. E ancora la riproposizione di posizioni di facciata per fare teatro di fronte alla propria opinione pubblica. “E’ chiaro che la Grecia non è tenuta ad adottare misure recessive. La Grecia presenterà le proprie riforme economiche” ha detto Alexis Tsiparas nella notte di giovedì 19 marzo. “Il punto di riferimento è l'accordo del 20 febbraio. Non ne abbiamo cambiato una virgola. Avrete già sentito questo prima di oggi. D'altro canto, poco è cambiato nelle ultime settimane” ha dichiarato invece nella stessa occasione il cancelliere tedesco Angela Merkel.
In poche parole, ballando sull’orlo del vulcano, si è continuato a girare intorno al problema, con piccoli aggiustamenti, dimostrando ancora una volta che l’architettura istituzionale europea, per come è stata realizzata nei fatti, non è in grado di trovare soluzioni condivise in tempi brevi. Tanto che pure per arrivare all'ultima intesa intesa sui due miliardi alla Grecia è stato necessario a Bruxelles forzare la forma e decidere in una riunione inusuale, ristretta.
Ogni volta, per ogni problema, si continua a girare in tondo, a rinviare, a prendere tempo, con le diverse “fazioni” che restano sostanzialmente sulle proprie posizioni, come se gli incontri, le riunioni, gli studi, gli affidamenti, i calcoli, le stime fossero solo accidenti, artifici teatrali, e non invece gli strumenti per trovare soluzioni adeguate. E persistenti.
Non lo si vede solo con la Grecia. Basti pensare, tra gli altri esempi, proprio all’ultimo scontro diretto tra i tecnici della Banca centrale europea e il ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan, avvenuto lo stesso giorno della riunione a Bruxelles sulla Grecia con Tsiparas.
Il riquadro 7 del bollettino economico rilasciato il 19 marzo dalla Banca centrale europea è stato lapidario: “Per quanto riguarda i paesi sottoposti al meccanismo preventivo, il miglioramento di 0,2 punti percentuali del saldo strutturale che è previsto per l’Italia nel 2015 rimane inferiore allo 0,4 per cento del PIL che era stato raccomandato dall’Eurogruppo e riflette una riduzione degli oneri per interessi”.
Il ministro Padoan, punto sul vivo e sorpreso dal veder risorgere una posizione ormai archiviata, ha risposto per iscritto con un comunicato altrettanto lapidario: “Nel box 7 dell’Economic bulletin 02/2015 diffuso oggi è riportata una sintesi della opinione della Commissione Europea sul Draft Budgetary Plan (DBP) 2015 dell’Italia contenente informazioni imprecise, poi riprodotte da alcuni organi di stampa. Infatti, si dice che “As regards countries under the preventive arm, the 0.2 percentage point improvement in the structural balance that is expected in Italy in 2015 remains below the 0.4% of GDP that was recommended by the Eurogroup and is a reflection of reduced interest payments.” A questo proposito è doveroso precisare che:
Che cosa è accaduto è dunque? Era stata raccomandata dalla struttura tecnocratica una robusta correzione. L’Italia aveva presentato proposte di correzione stimate per 0,3, ma che secondo la Commissione non avrebbero davvero portato quel beneficio. Alla fine del confronto si era convenuto che invece proprio quelle misure sarebbero state sufficienti a ottenere una adeguata correzione, purché effettivamente realizzate. Ma nel bollettino della Bce qualche tecnico, evidentemente non convinto, ha voluto ribadire che l’Italia è fuori linea e che non crede alla linea di intervento presentata e concordata nella Ue.
Come dire, non cambia mai nulla. Punto e a capo. Solo che mentre si gioca sui puntigli nel frattempo cambia la realtà intorno alle istituzioni. La verità è che come ne I sonnambuli, lo splendido affresco in cui Christopher Clark narra l’inconsapevolezza con la quale si arrivò allo scoppio della prima guerra mondiale, così ognuno nell’Europa di oggi si batte per la sua parziale, personale, nazionale sfida, il puntiglio dell’ideologo o del tecnico, la carezza a questa o a quella parte della propria opinione pubblica, senza vedere il pericolo che l’assenza di una comune visione e di una solidarietà di comunità in una fase di cambiamento, di crisi, perfino di sconvolgimenti geopolitici, di guerre ai nostri confini, rischia di portarci, tutti, a vivere momenti che possono avere un altissimo tasso di drammaticità.
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