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Un Paese povero e più diseguale, ecco il lascito della lunga crisi che ha investito l'Italia.

18/07/2014
L'indagine della Banca d'Italia sui bilanci delle famiglie, il rapporto sulla disuguaglianza dell'Ocse, il rapporto Istat sulla povertà: tutto indica un allargamento della forbice tra ricchi e poveri, che frena a sua volta la crescita.

Un Paese più povero e diseguale. E’ questa la peggiore eredità della grande crisi che ha investito l’Italia dal 2008 al 2013.

Prima della recessione il nostro Paese presentava già – secondo il rapporto OCSE “Growing unequal” – un livello di disuguaglianza relativamente elevato, collocandosi al sesto posto tra le 30 economie avanzate per gap tra ricchi e poveri. La grande crisi ha aggravato questa condizione, allargando ulteriormente il divario nella distribuzione dei redditi e della ricchezza.

Secondo l’indagine biennale della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane dal 2006 al 2012 il reddito equivalente delle famiglie, una misura pro-capite che tiene conto della dimensione e della struttura demografica dei nuclei familiari, è sceso del 13,9 per cento. La riduzione più accentuata si è avuta tra le famiglie con capofamiglia privo di titolo di studio, nelle famiglie operaie o con capofamiglia titolare di altro lavoro autonomo o non occupato, nelle famiglie con 5 o più componenti, in quelle residenti in comuni con più di 500 mila abitanti e in Italia centrale. Hanno tenuto meglio i redditi delle famiglie con capofamiglia titolare di licenza elementare, pensionato o impiegato, con 3 componenti, residente in comuni compresi tra 40 e 500 mila abitanti e nel Sud e nelle Isole.

Sempre tra il 2006 e il 2012 il valore mediano della ricchezza netta delle famiglie (data dalla somma delle attività reali e finanziarie al netto delle passività finanziarie) si è ridotto del 13,5 per cento in termini reali. Particolarmente significativo è il peggioramento della condizione patrimoniale delle famiglie operaie e (in misura meno accentuata) di quelle con capofamiglia titolare di licenza media e residente nell’Italia settentrionale. Viceversa, è migliorata la situazione relativa delle famiglie con capofamiglia titolare di licenza elementare, impiegato, dirigente, lavoratore indipendente e pensionato, delle famiglie con 2 componenti e di quelle residenti nell’Italia centrale.

Negli anni della crisi la concentrazione della distribuzione dei redditi e della ricchezza è aumentata. I redditi medi delle famiglie dei primi tre decili si sono ridotti in termini reali più della media, mentre hanno avuto un andamento migliore della media le famiglie appartenenti al settimo, ottavo e nono decile. Le famiglie più affluenti (ultimo decile) hanno registrato una riduzione del reddito medio sostanzialmente equivalente alla media.

L’indice di Gini dei redditi familiari è passato in sei anni da 34,9 a 35,6, quello relativo ai redditi equivalenti da 32,3 a 33,3. Il rapporto tra il reddito del primo decile (le famiglie meno abbienti) e quello dell’ultimo decile (le famiglie con reddito più elevato) è aumentato da 10 a 11. Anche gli indicatori relativi alla distribuzione della ricchezza sono peggiorati: l’indice di Gini è salito da 61,6 a 64, mentre il decile delle famiglie più ricche possedeva nel 2012 il 46,6 per cento della ricchezza netta complessiva, contro il 44,6 per cento di sei anni prima.

Confermano l’incremento delle disuguaglianze anche i numeri dell’indagine annuale ISTAT sulla povertà relativa e assoluta.

Nel 2013 erano classificate in povertà assoluta[1] 2 milioni di famiglie (il 7,9 per cento del totale) e 6 milioni di individui (il 9,9 per cento del totale). Rispetto al 2007, prima dell’inizio della crisi, le persone in povertà assoluta sono aumentate di due volte e mezza (+3,6 milioni) mentre le famiglie interessate sono raddoppiate (+1,1 milioni). L’incidenza della povertà assoluta è passata dal 4,1 al 7,9 per cento per le famiglie e dal 4,1 al 9,9 per cento per le persone.

Tra il 2007 e il 2013 l’aumento della povertà assoluta è stato superiore al dato medio nelle famiglie con tre o più componenti; nelle coppie con figli; nelle famiglie monogenitoriali; nelle famiglie con persona di riferimento di età fino a 64 anni, dotata di licenza elementare o media, lavoratore in proprio, occupato dipendente operaio o assimilato, in cerca di occupazione; nelle famiglie residenti nel Mezzogiorno. L’unica tipologia di famiglie che ha registrato una diminuzione della povertà assoluta è quella composta da una persona sola con 65 anni o più.

Nel 2013 erano in condizione di povertà relativa[2] 3,2 milioni di famiglie (12,6 per cento del totale) e 10 milioni di individui (16,6 per cento del totale). In sei anni l’incremento è stato pari a 0,6 milioni di famiglie (con l’incidenza passata dall’11,1 al 12,6 per cento) e a 2,5 milioni di persone (dal 12,8 al 16,6 per cento).

Dal 2007 al 2013 gli incrementi più rilevanti del tasso di povertà relativa si sono verificati nelle famiglie con tre o più componenti, nelle coppie con figli, nelle famiglie con persona di riferimento di età fino a 64 anni, in quelle con persona di riferimento dotata di licenza media inferiore, con persona di riferimento occupata o in cerca di occupazione e in quelle residenti nel Mezzogiorno. La povertà relativa è invece diminuita nelle famiglie di 1 componente, in quelle di 1 persona sola con 65 anni o più, nelle coppie senza figli con persona di riferimento con 65 anni o più, nelle famiglie con persona di riferimento con 65 anni o più e in quelle con persona di riferimento ritirata dal lavoro.

Last but not least, l’ennesimo campanello d’allarme arriva dai dati ISTAT sulle persone appartenenti a famiglie in condizione di grave deprivazione materiale, riepilogati nell’Allegato statistico dell’audizione parlamentare sul DEF 2014.

Tra il 2007 e il 2013 sono quasi raddoppiate, passando dal 6,8 al 12,5 per cento del totale. Aumenti superiori alla media si sono verificati nelle famiglie residenti nel Mezzogiorno; in quelle con quattro o più componenti; con almeno un minore; nelle coppie con figli; con persona di riferimento di sesso maschile, di età tra 35 e 54 anni; con titolo di studio fino alla licenza elementare; occupata part-time o disoccupata o in cerca di prima occupazione.

Drammatico è l’aumento della quota di famiglie prive di soldi per il cibo: dal 5,6 per cento del 2007 al 9 per cento del 2013!

 

Conclusioni

Esiste una crescente evidenza empirica, come ha ricordato un recente policy paper del Fondo Monetario Internazionale (“Fiscal policy and income inequality”, gennaio 2014), che un’elevata disuguaglianza di reddito possa andare a detrimento della crescita e della stabilità macroeconomica.

La disuguaglianza, insomma, deprime la crescita. Questa chiave di lettura potrebbe rivelarsi valida anche per il nostro Paese, che negli ultimi vent’anni ha sofferto un notevole allargamento delle disparità di reddito e di ricchezza insieme ad un brusco rallentamento della crescita economica.

La grande crisi, come confermano tutti i dati esaminati, ha peggiorato ulteriormente questa condizione di disparità. La recessione, infatti, non ha colpito tutti allo stesso modo.

Il nostro sistema di welfare, sbilanciato sul sistema pensionistico, ha protetto meglio i redditi delle famiglie con capofamiglia ritiraro dal lavoro, mentre è peggiorata la condizione delle famiglie numerose e di quelle con capofamiglia poco istruito o privo di occupazione.

Le dinamiche del mercato del lavoro hanno contenuto il calo dei redditi degli impiegati e dei dirigenti, ma non delle famiglie operaie.

Il peggioramento della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e della ricchezza e l’ampliamento della povertà assoluta evidenzia una volta di più i limiti delle politiche di welfare e la necessità di un profondo cambiamento del nostro modello economico e sociale.  

Il governo Renzi, con il decreto–legge n. 66 del 2014, ha ridotto il cuneo fiscale sul lavoro dipendente e assimilato riconoscendo un bonus Irpef sui percettori di redditi fino a 26 mila euro annui. Questa misura, che vale 6,7 miliardi nel 2014 (destinati a diventare 10 miliardi a regime dal 2015), rappresenta il più importante intervento di redistribuzione del carico fiscale da molti anni a questa parte.

La concentrazione delle risorse sui lavoratori dipendenti è condivisibile, tenendo conto del netto peggioramento della condizione relativa di questo segmento del mercato del lavoro negli anni della crisi. Tuttavia l’esclusione degli incapienti dal bonus ne ha limitato molto l’impatto sugli indici di concentrazione, progressività e redistribuzione del reddito, come ha evidenziato l’ISTAT nell’audizione parlamentare sul DEF 2014.

La pura e semplice estensione del bonus a favore degli incapienti non appare la soluzione migliore per contrastare la povertà e la disuguaglianza. Ben più efficace sarebbe l’introduzione di un programma nazionale di lotta alla povertà, di cui l’Italia (a differenza di quasi tutti i Paesi europei) attualmente è priva.

Il governo Letta, con la manovra di bilancio per 2014, ha stanziato risorse importanti per finanziare il programma SIA - Sostegno dell’inclusione attiva (550 milioni per il 2014, 297 per il 2015 e 40 per il 2016). Questa decisione costituisce un salto di qualità rispetto al passato, ma l’ammontare disponibile è però insufficiente rispetto al limite minimo di impegno finanziario per il varo di un programma nazionale di contrasto della povertà (quantificato in 1,5 miliardi di euro dal Rapporto del Gruppo di lavoro sul reddito minimo istituito dal Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali). Di fronte al drammatico allargamento della povertà assoluta, c’è da augurarsi che il governo Renzi assuma questo tema come una grande priorità nazionale, passando dalla fase delle sperimentazioni all’implementazione di uno strumento efficace di inclusione sociale.

[1] L’ISTAT calcola l’incidenza della povertà assoluta in base ad una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile. La soglia si differenzia per dimensione e composizione per età della famiglia, per ripartizione geografica e ampiezza demografica del comune di residenza. Sono classificate “in povertà assoluta” le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia.

[2] ’ISTAT stima l’incidenza della povertà relativa sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. La soglia per una famiglia di 2 componenti è pari alla spesa media mensile per persona (nel 2012 pari a 990,88 euro, in calo del 2 per cento rispetto al valore 2011). Sono classificate “povere” le famiglie composte da 2 persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore al valore soglia. Per famiglie di ampiezza diversa la linea di povertà si ottiene applicando una scala di equivalenza.

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