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Confindustria, la manifattura italiana lentamente recupera, anche se i danni della crisi sono profondi

07/11/2015
Scenari industriali del Centro studi Confindustria

L’industria italiana sta lentamente recuperando, anche se sono profondi i danni prodotti dalla doppia recessione, la prima causata dalla flessione della domanda estera e la seconda dal calo di quella interna. La base produttiva si è ristretta, ma la propensione a innovare e a investire sono molto più alte di quanto spesso ritenuto. La crisi ha ulteriormente accentuato i divari nei livelli di industrializzazione dei diversi territori del Paese. Un’analisi condotta dal CSC sulla dinamica del valore aggiunto manifatturiero mostra che si è aggravata la divergenza tra le province meridionali e quelle più sviluppate del Nord e che c’è stata una “convergenza verso il basso” tra le stesse aree in ritardo. Ne è derivata una significativa riduzione del perimetro territoriale del manifatturiero, che ha penalizzato maggiormente proprio quelle zone dove la sua consistenza era già modesta. La contrazione dei livelli di attività si è riflessa negativamente sul processo di accumulazione, decurtando il potenziale produttivo. Tuttavia, nonostante la profondità e la durata della recessione, il CSC ha messo in luce che il rapporto tra il livello degli investimenti e il valore aggiunto manifatturiero indica per l’Italia una propensione delle imprese industriali a investire tra le più alte al mondo: 22,2% alla fine del 2014, analoga a quella degli Stati Uniti e inferiore solo a quella della Corea del Sud. La Germania, al contrario, insieme alla Francia e al Regno Unito, si colloca molto più in basso, con un valore dell’11,8%. Al contempo, l’Italia vanta elevate percentuali di imprese industriali innovative. Nel 2012 (ultimo anno per cui i dati sono disponibili) il 35% del totale delle imprese manifatturiere italiane aveva realizzato innovazioni nei processi produttivi, la quota più alta nella UE, e il 31% aveva innovato nei prodotti, una percentuale inferiore solo a quella tedesca, molto più alta di quelle spagnole o inglese e simile a quella francese. Tuttavia, l’Italia registra una minore propensione a investire in modo formale e strutturato nella ricerca e sviluppo, anche se negli ultimi anni gli sforzi sono aumentati significativamente.

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