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Clima, alla Conferenza di Parigi qualunque accordo sarà un successo

30/10/2015
L’esito della Conferenza sul clima di Parigi non è scontato. A Bonn si è conclusa l’ultima sessione di negoziati tecnici prima della COP21. Ne è uscita una bozza di accordo ancora molto acerba, che segna un passo indietro rispetto agli eventi dell’anno. Il testo diluisce sostanzialmente le disposizioni relative agli obiettivi di mitigazione dei paesi, collettivi e individuali. Inoltre, è incapace di riflettere gli impegni contenuti negli INDC e rappresenta un arretramento rispetto alle aperture di fatto già sul tavolo in tema di progressivo superamento della distinzione tra obblighi dei paesi industrializzati e degli emergenti. Questo dato riconferma che il negoziato fatica a cogliere e a capitalizzare le leve che la politica sta offrendo e i cambiamenti nel settore energetico che di fatto sono già in atto e che non si fermeranno.

Manca un mese alla COP21, la conferenza ONU che nel prossimo dicembre a Parigi dovrebbe portare all’approvazione di un nuovo accordo internazionale per combattere i cambiamenti climatici. A sei anni dalla delusione di Copenaghen, siamo di nuovo in una situazione di grandi aspettative, questa volta però lo scenario internazionale è così mutato che Parigi sarà più un banco di prova per l’efficacia delle istituzioni internazionali che per la lotta al riscaldamento globale.

Il negoziato sul clima ha avuto alterne vicende. Nel 1992 il successo della Convenzione, che portò rapidamente al Protocollo di Kyoto nel 1997. Poi la mancata adesione degli USA, all’epoca primo emettitore mondiale e principale fautore dell’accordo a Kyoto. Successivamente la rinascita della speranza nel 2005, con l’adesione al Protocollo della Russia, trionfo diplomatico dall’Unione europea dovuto in primo luogo all’impegno di Romano Prodi, all’epoca Presidente della Commissione. Poi Copenaghen. Il “mancato accordo di Copenaghen” rappresenta il fallimento del tentativo di estendere la responsabilità di ridurre le emissioni di gas serra a tutte le principali economie. Quel fallimento fu in gran parte figlio di aspettative troppo elevate - soprattutto europee - rispetto ad una situazione caratterizzata dalla grande debolezza delle economie occidentali, nel pieno della più grave crisi economica dal dopoguerra, e dall’impreparazione delle economie emergenti, Cina in testa, per le quali i tempi non erano maturi.

I fil rouge di questa storia sono stati la contabilità delle emissioni, le responsabilità storiche dei Paesi industrializzati ad esse associate, e gli effetti potenzialmente devastanti del riscaldamento globale. Essi però non rendono immediata la lettura di quanto accaduto, perché lasciano sottotraccia e inespressa, soprattutto agli occhi dell’opinione pubblica, la radice vera del problema climatico: l’energia. Oltre il 70% delle emissioni globali è legato al consumo di combustibili fossili, dalla loro estrazione al loro utilizzo. Ciò, nei paesi di storica industrializzazione, ma anche nelle economie emergenti e - in prospettiva sempre di più - nelle altre economie in via di sviluppo. La restante parte delle emissioni è dovuta alla deforestazione e a pratiche non sostenibili di utilizzo del suolo, che pesano per quasi il 25%, e ad un numero circoscritto di processi industriali.

Mentre il tema della lotta alla deforestazione è stato esplicitamente affrontato all’interno della normativa internazionale sul clima, il cambiamento della matrice energetica globale no. L’energia è alla base del sistema economico di tutti i paesi, ma soprattutto di quelli il cui PIL è fortemente legato alla produzione ed esportazione di energia: le scelte che la riguardano rientrano in una sfera della sovranità che gli Stati - e i loro grandi operatori industriali - non sono facilmente disposti a cedere.

L’Unione europea, per molto tempo leader del negoziato sul clima, ha mancato l’obiettivo di arrivare a definire un meccanismo per dare un prezzo universale al carbonio - il tema di un mercato delle emissioni o di una carbon tax globale sono al momento fuori dal negoziato internazionale. Ciò nonostante la UE ha avuto due importanti meriti i cui frutti oggi continuano a trainare il processo. Con i suoi obiettivi unilaterali ha messo in evidenza il nesso tra clima ed energia. Con le politiche dei suoi Stati membri ha accelerato lo sviluppo e la diffusione di tecnologie a basso contenuto di carbonio nel settore energetico contribuendo ad abbatterne i costi. Il mercato europeo ha consentito lo sviluppo di filiere produttive, anche fuori della UE, che esprimono leader globali nel settore energetico, tanto che alcuni in Germania oggi considerano gli incentivi tedeschi al fotovoltaico il più grande e meglio riuscito programma di cooperazione internazionale mai realizzato. Questo ha portato tecnologie come eolico e solare ad essere competitive con quelle tradizionali - anche senza incentivi - in molti paesi non UE - sviluppati, emergenti e in via di sviluppo.

Questo salto in avanti delle tecnologie e dell’industria energetica era appena all’inizio nel 2009, ma ha subito un processo di costante accelerazione da allora. I contributi che i paesi hanno volontariamente annunciato di essere disposti ad assumere nell’ambito di un nuovo accordo sul clima (cosiddetti INDC) riflettono questa realtà. Il GSE ha pubblicato oggi la sintesi e un’analisi [Allegato 1] degli INDC inviati formalmente al Segretariato ONU per il clima al 1 ottobre 2015. Tra questi figurano i contributi di quasi 150 paesi, tra cui tutti i G20 tranne l’Arabia Saudita; grandi assenti i paesi OPEC. La maggior parte di essi esprime i propri impegni di mitigazione facendo riferimento a programmi nazionali di sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, nel settore residenziale, nell’industria e nel settore della mobilità. Cina e USA hanno esplicitamente già annunciato piani per il superamento dell’uso del carbone, a partire dal settore elettrico. Non era mai accaduto prima.

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) [allegato 2], se questi impegni saranno attuati, nel corso del prossimo quarto di secolo le emissioni legate al settore energetico potrebbero ridursi significativamente, portando al decoupling tra domanda di energia ed emissioni a partire dal settore elettrico. In questo modo, si riuscirebbe a contenere l’incremento della temperatura globale entro 2,7°C. Sebbene molti paesi, soprattutto i più vulnerabili, precisino che i loro obiettivi sono condizionati al supporto che riceveranno per realizzarli, i principali emettitori - Cina, USA, UE, India, Russia, etc. – che pesano per oltre l’80% delle emissioni, realizzeranno comunque le misure e gli obiettivi annunciati. Alcuni paesi emergenti, inoltre, si stanno proponendo come leader di nuove forme di cooperazione sud-sud, per aiutare la transizione energetica degli altri paesi in via di sviluppo. Tra questi la Cina, per la quale ciò ha un significato politico importante, ma anche un aspetto economico-industriale non trascurabile: l’industria manifatturiera cinese di tecnologie come il fotovoltaico e l’eolico è tra i leader del settore a livello globale. Non è ancora un risultato sufficiente ad evitare gli effetti più dannosi sul sistema climatico, è però pur sempre il miglior risultato mai raggiunto.

Eppure l’esito di Parigi è tutt’altro che scontato. Venerdì scorso a Bonn si è conclusa l’ultima sessione di negoziati tecnici prima della COP21. Ne è uscita una bozza di accordo [Allegato 3] ancora molto acerba, che segna un passo indietro rispetto agli eventi dell’anno. Il testo diluisce sostanzialmente le disposizioni relative agli obiettivi di mitigazione dei paesi, collettivi e individuali. Inoltre, incapace di riflettere gli impegni contenuti negli INDC, arretra rispetto alle aperture di fatto già sul tavolo in tema di progressivo superamento della distinzione tra obblighi dei paesi industrializzati e degli emergenti.

Questo dato riconferma che il negoziato fatica a cogliere e a capitalizzare le leve che la politica sta offrendo e i cambiamenti nel settore energetico che di fatto sono già in atto e che non si fermeranno. Fathi Birol, economista da sempre vicino al mondo dell’oil e oggi a capo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha recentemente dichiarato che “If there is any energy company in the world which thinks that climate change policies will not affect their business strategies, they are making a grave mistake”, ciò a prescindere da ciò che accadrà a Parigi, anche se sarebbe auspicabile che la COP21 desse segnali chiari agli investitori del settore energetico. È cruciale che la presidenza europea della Conferenza di Parigi (francese questa volta) non ripeta gli errori di Copenaghen (danese allora): il nuovo accordo sarà un successo se saprà disegnare un quadro durevole, che stimoli l’ambizione nel tempo a partire da ciò che i paesi hanno già messo sul piatto. Gli equilibri da costruire sono delicati. Gli Stati membri dell’Unione possono avere un ruolo importante nel coadiuvare questo processo, soprattutto se sapranno rinunciare a scaricare all’interno del negoziato internazionale il dibattito sulle pecche delle politiche domestiche scelte dall’Europa: meglio chiudere l’accordo e aggiustare a valle il tiro sulle politiche interne. Nessun accordo significherebbe decretare, di nuovo dall’Europa, l’inefficacia delle Nazioni Unite; un accordo, anche debole, sarebbe comunque un punto di partenza con radici profonde.

 

Allegato 1          Speciale INDC nel Rapporto sulle aste di quote europee di emissione III Trimestre 2015

Allegato 2          WEO Special briefing COP 21

Allegato 3:         Draft agreement and draft decision on workstreams 1 and 2 of the Ad Hoc Working Group on the Durban Platform for Enhanced Action

 

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